alfredino rampi vermicino 1981
Con la barba, lo speleologo Tullio Bernabei durante i soccorsi ad Alfredino Rampi (courtesy Tullio Bernabei)
alfredino rampi vermicino 1981
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Vermicino: quarant'anni dopo la tragedia che sconvolse l'Italia

La tragedia di Alfredino Rampi tra passato e futuro. La testimonianza di Tullio Bernabei, soccorritore a Vermicino, e l'analisi degli esperti sui soccorsi tecnici e sanitari

Quarant'anni non sono stati sufficienti a sbiadire il ricordo della tragedia del piccolo Alfredo Rampi, per tutti Alfredino. Tra l'11 e il 13 giugno 1981 tutta l'Italia si fermò per seguire le fasi dei difficilissimi soccorsi ad un bambino di soli sei anni che era precipitato nelle viscere di un pozzo artesiano in via Sant'Ireneo in località Selvotta, nel comune di Vermicino.
Alfredino era scomparso alla vista del padre nel tardo pomeriggio del 10 giugno lungo il sentiero che portava alla casa di famiglia nella campagna romana, una strada che il bambino conosceva molto bene. Alle 20:30 Alfredo non era ancora rincasato. Lo cercarono dapprima i genitori Franca e Ferdinando assieme alla nonna ed alcuni vicini, e fu quest'ultima ad avere timore che il bambino potesse essere scivolato in un pozzo artesiano da poco scavato dal proprietario di un terreno confinante. Lo ispezionò per primo papà Fernando, ma lo vide coperto da un pesante lastra in lamiera e si allontanò, sicuro del fatto che il bambino non avrebbe potuto spostare una copertura così pesante. La polizia fu chiamata verso le 21:30, quando il buio stava per calare su Vermicino. Le ore passavano senza che Alfredo rispondesse ai richiami e fu soltanto per la caparbietà di uno degli agenti di Polizia che si volle ricontrollare il pozzo. A quel punto la drammatica scoperta, con la voce del bambino che saliva flebile in superficie invocando aiuto. I Vigili del Fuoco furono chiamati appena dopo la mezzanotte, e giunsero da Frascati ignari di ciò che avrebbero dovuto affrontare, un incidente che segnerà per sempre la storia del Paese. I pompieri fecero ciò che potevano, con i materiali che avevano a disposizione nel 1981. Si trovarono di fronte ad un emergenza senza precedenti, che coinvolgeva un bambino e che quindi aumentava nei soccorritori la percezione dell'urgenza. I Vigili del Fuoco avevano in dotazione una corda che nel gergo di allora si chiamava il "canapone", dal materiale utilizzato per il presidio. Si tentò una prima calata della fune, che il bambino non riuscì ad afferrare per la posizione delle braccia strette nelle pareti del pozzo in posizione sopraelevata rispetto alla testa, che impedivano la presa. La calata della corda indicò anche la profondità alla quale il bambino era scivolato: - 36 metri. Il secondo tentativo dei Vigili del Fuoco fu involontariamente il peggiore e compromise tutto lo svolgimento delle operazioni di soccorso successive. Alla corda di canapa fu fissata una tavoletta di legno di 30 centimetri, che si incastrò a circa 20 metri di profondità e non fu più rimovibile, ponendo così un ulteriore ostacolo tra il bambino e i soccorritori.


Mentre quel tentativo falliva, nelle prime ore del mattino dell'11 giugno squillò il telefono di Tullio Bernabei, capo delegazione Lazio del Soccorso Alpino e Speleologico. Era il suo amico e collega Maurizio Monteleone, che lo avvisava della tragedia in corso dopo che un altro speleologo aveva dato il suo nome alla Polizia, che a sua volta aveva letto sull'emittente privata Teleroma 56 un appello urgente per una gru dia fornire per il soccorso a un bambino caduto in un pozzo. I due speleologi non ci pensarono due volte. Passarono a ritirare il materiale dal magazzino della sede del CNSAS e si precipitarono a Vermicino, dove giunsero poco prima dell'alba. Che la situazione fosse estremamente complicata, apparve subito agli occhi esperti dei giovani speleologi i quali conoscevano bene la natura insidiosa di un pozzo artesiano che, oltre ad essere di diametro estremamente ridotto, scende in profondità a "zig zag" con un'andatura irregolare piena di rientri e sporgenze sopra una delle quali si era arrestato Alfredino dopo la caduta.
Oggi, a quarant'anni esatti da quell'immane tragedia, è lo stesso Tullio Bernabei ad analizzare insieme a "Panorama" le condizioni in cui lui e la sua squadra si trovarono ad operare, facendoci capire la situazione generale delle operazioni di soccorso e il confronto con i progressi svolti in quarant'anni di evoluzione tecnica e legislativa, il cui cammino è stato determinato in modo fondamentale proprio dalla madre di Alfredo, Franca Rampi. Fu lei, nelle ore successive alla tragedia, ad esporre al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, presente a Vermicino, l'urgenza di creare un organo istituzionale che coordinasse i soccorsi e che facesse opera di continua vigilanza e prevenzione. Fu grazie alla signora Rampi che nacque, da quella tragedia indimenticabile, la Protezione Civile. Un'organizzazione che in Italia ha raggiunto livelli di altissima efficienza, come dimostrato anche oggi con l'emergenza Coronavirus e con gli interventi nelle recenti calamità nel centro Italia.

Gli Speleologi: Tullio Bernabei ricorda le fasi del soccorso e parla di futuro.


Nella prima, infinita notte di Vermicino, Tullio Bernabei racconta la sua esperienza, rimarcando per prima cosa il fatto incontestabile che anche al giorno d'oggi un intervento come quello di quarant'anni fa rispecchierebbe le medesime caratteristiche di estrema difficoltà di intervento per la dinamica e l'angustia assoluta del luogo dell'incidente. Ricordiamo che il pozzo nel quale cadde il bambino aveva una imboccatura larga circa 50 centimetri, che andava man mano restringendosi fino a poco più di 25 centimetri verso il fondo. Tullio e Maurizio sapevano che la conformazione di un pozzo artesiano rappresentava un problema ulteriore. L' accesso era possibile fino ad una certa profondità, ma i due contavano di poter intervenire come prima cosa per la rimozione della maledetta tavoletta. Per primo scese Tullio a testa un giù con materiali tecnici che evidenziarono quanto il "canapone" fosse anacronistico e inadatto. Arrivò a circa 20 metri, poi il diametro del pozzo si riduceva di circa la metà rispetto all'imboccatura e Tullio rimase bloccato all'altezza delle anche. Fu costretto a risalire in superficie, lasciando il posto all'amico e soccorritore Maurizio Monteleone. Armato di un'asta metallica per poter rimuovere la tavoletta, il secondo speleologo giunse più o meno alla stessa profondità del tentativo precedente, ma quel pezzo di legno duro era tutt'uno con la roccia, saldato a circa 6 metri sopra la testa del bambino. Nulla da fare, per il momento. In un clima che, sorta l'alba, si fece sempre più concitato. Che la macchina dei soccorsi di allora non fosse coordinata secondo protocolli d'intervento precisi, fu evidente fin da subito. Tullio Bernabei e Maurizio Monteleone, assieme agli altri compagni della squadra del CNSAS giusti sul posto, furono momentaneamente congedati dal comandante dei Vigili del Fuoco di Roma, ingegner Elveno Pastorelli, che impose in modo categorico la decisione di procedere allo scavo di un pozzo parallelo per poter superare quello artesiano e recuperare da sotto Alfredino tramite un tunnel di collegamento. Mentre la notizia trapelava in ogni angolo d'Italia e la Rai cominciava ad organizzare quella famigerata "diretta del dolore", Bernabei fu raggiunto dall'allora compagna Laura Bortolani, geologa e soccorritrice, la quale espresse a Pastorelli i propri dubbi sui rischi che una trivellazione così vicina all'imboccatura del pozzo artesiano avrebbe potuto rappresentare per l'incolumità della vittima. Riuscì solo a convincere Pastorelli ad allontanare di un metro circa la posizione di scavo della trivella, dopodiché gli speleologi saranno costretti ad attendere nuovamente inerti le ore successive, fino ad un nuovo richiamo da parte del Vigili del Fuoco attorno alle ore 20:00 dell'11 giugno, quando il bambino era intrappolato da ormai oltre 24 ore. Tullio Bernabei ricorda di essere stato richiamato per un ulteriore tentativo di eliminazione della tavoletta, mentre la trivella lavorava a rilento e non dava i risultati sperati, assottigliando in tale modo la linea del tempo sempre di più. Questa volta gli speleologi calarono il primo del gruppo di volontari non professionisti che si presenteranno a Vermicino nelle ore della tragedia. Si trattava del cantierista Isidoro Mirabella detto "l'uomo ragno", una specie di gnomo delle favole magro, barbuto e dalla statura ridottissima. Pastorelli, ormai unico gestore delle operazioni ma già intaccato dallo sconforto del fallimento della trivella, decise di ridare una possibilità agli speleologi per far scendere Isidoro con una sega in modo da eliminare l'ostacolo della tavoletta. Calato da Tullio Bernabei, Isidoro sembrò procedere ma, a poca distanza dall'oggetto, chiese di essere riportato in superficie. Stremato dalla permanenza e dall'attrito con il cunicolo, riferì anche di essere stato ostacolato dal cavo del microfono che nel frattempo era stato calato nel pozzo e dal tubo dell'ossigeno che, a contatto con una delle tante sporgenze del pozzo, si era attorcigliato. Gli speleologi vorrebbero fare un altro tentativo, sono convinti di essere sulla giusta strada, ma i Vigili del Fuoco li allontanano nuovamente in maniera brusca. Furono obbligati ad attendere ore che parvero eterne prima di rientrare in azione per la terza volta.
Ricorda con amarezza Tullio Bernabei quella situazione caotica nei vari soggetti del soccorso, che certamente sentivano il peso di una crescente emergenza con il passare delle ore, ma che quarant'anni fa non conoscevano per nulla il concetto di azione coordinata, per il semplice motivo che non esistevano linee guida o protocolli in grado di organizzarla. Gli stessi speleologi del Soccorso Alpino, oggi attori di primissimo piano negli interventi in ambiente ostile nei quali sono altamente specializzati, erano allora scarsamente considerati dalle istituzioni, che riconoscevano l'autorità della direzione dei lavori alle forze dello Stato. Bernabei racconta, per darci un esempio immediato, che nessun tipo di struttura fu montata per i soccorritori, neppure un semplice gazebo dove potersi sedere all'ombra di quelle giornate torride e riflettere a mente lucida sulle soluzioni possibili. In compenso la folla di curiosi che si era concentrata attorno all'imboccatura del pozzo si confondeva incredibilmente con i soccorritori, ostacolandone non poco i movimenti (una cosa al giorno d'oggi impensabile).
Tullio, Maurizio, Laura e il gruppo di giovani speleologi rimasero nei pressi del pozzo per lunghissime ore, testimoniando il fallimento ormai palese della scelta dello scavo parallelo. Erano laggiù anche quando si verificò la tragedia nella tragedia. Il tunnel di collegamento tra i due pozzi fu completato ma il bambino non c'era più. Lo smarrimento fu totale perché ciò che aveva temuto Laura Bortolani si era puntualmente verificato. A questo punto, tale era lo sconforto che Elveno Pastorelli- ricorda Tullio- richiamò gli speleologi in maniera anche abbastanza brusca, chiedendo loro di "fare qualcosa". Dal pozzo parallelo l'imboccatura dell'artesiano bastava a malapena a Bernabei per infilarvi la testa e cercare di individuare la posizione della vittima, compito per nulla facile per il fango, il buio e le protuberanze delle pareti. Fu un colpo al cuore quando per mezzo di una torcia collegata ad un cavo il capo della delegazione laziale CNSAS intravide la sagoma del bambino, lontana e ricoperta dalla fanghiglia. Alfredo era sprofondato di altri 30 metri per effetto delle vibrazioni della trivella, in una trappola di fango e, come se non bastasse, di olio lubrificante proveniente dal macchinario usato per la perforazione.. Si trovava ora ad oltre 60 metri sotto la superficie, incastrato e soffocato dal fango e dai detriti. La cronaca ci riporterà le ultime drammatiche ore, che si chiuderanno con il raggiungimento del bambino da parte del volontario Angelo Licheri ("il vero eroe di Vermicino"- afferma Bernabei) e di Donato Caruso, quando ormai non c'era più nulla da fare. Alfredino morì nelle prime ore del mattino del 13 giugno 1981 e l'Italia pianse all'unisono.
Quarant'anni dopo Tullio Bernabei, che non dimenticherà mai quei giorni, fa alcune riflessioni sulla tragedia di Vermicino dal punto di vista tecnico e organizzativo. Quello di Alfredo Rampi fu, come già premesso, un caso estremo in cui una serie di concomitanze drammatiche andarono susseguendosi, erodendo pesantemente il fattore tempo. Da sempre sostenitore dell'intervento diretto nel pozzo, considerando tutti i rischi di una trivellazione parallela, lo speleologo ricorda come durante tutte le fasi del soccorso ebbe l'impressione che il bambino fosse percepito come "vicino, ma allo stesso tempo lontano anni luce", per tutta la serie di ostacoli che si misero in mezzo tra i soccorritori e Alfredino. Come ci spiega oggi, le tecniche di calata in un pozzo artesiano (tra le operazioni più difficili in assoluto, molto più degli interventi in crepaccio o altri ambienti ostili) non sono cambiate molto negli ultimi quattro decenni. Sono certamente migliorati i materiali, così per il CNSAS come per i Vigili del Fuoco, ma ciò che si è imparato dalla lezione di Vermicino si traduce in una serie di punti-chiave conquistati anche grazie alla forza straordinaria (diremmo sovrumana) di Franca Rampi e dei suoi collaboratori, nonché di tutti i soggetti del soccorso che negli anni hanno voluto e saputo mettere la parola fine al caos e all' improvvisazione viste in quei giorni, quando l'espressione "piano strategico d'intervento" era qualcosa di assolutamente sconosciuto. Le iniziative venivano prese individualmente e questo portava ad una dispersione in termini di tempistiche e di efficacia degli interventi. Anche le diverse competenze in casi-limite come uno degli ambienti più ostili che si possano immaginare in un caso come quello di Vermicino, oggi sarebbero messe fianco a fianco razionalmente. Anche i Vigili del Fuoco oggi hanno squadre specializzatissime per gli interventi in tutti gli ambienti ostili, come il nucleo SAF (speleo-alpino-fluviale) nato nel 1997.
La tecnologia e gli avanzamenti nei protocolli di intervento sono il futuro, che è stato scritto anche grazie all'esperienza del passato. Ed è di futuro ci ha voluto parlare Tullio Bernabei, lui che fu impegnato per 51 ore in quell'inferno di buio e fango. Quell'esperienza lo ha portato a pensare per lunghi anni ad una soluzione di un caso talmente grave da rendere l'intervento umano pressoché inefficace, come dimostrato recentemente dal caso analogo del piccolo Julen, il bimbo spagnolo che condivise la stessa sorte di Alfredo Rampi nel gennaio 2019. Se un pezzetto di Alfredino è inciso in un angolo di cuore di tutti noi Italiani, Tullio Bernabei che gira il mondo come documentarista, ci fa presente che il problema dei pozzi artesiani e dei rischi connessi alla loro mancata protezione è più che mai gravemente attuale. A noi non arrivano quasi mai le notizie da quei paesi ad alto rischio desertificazione (e in particolare dall'India) dove la carenza d'acqua ha spinto la popolazione a moltiplicare gli scavi di pozzi artesiani senza protezioni, dai quali molti bambini sono stati inghiottiti. Mentre l'attenzione e la prevenzione grazie anche alla onlus "Centro Rampi" ha raggiunto i Italia gli obiettivi fondamentali perché non si ripeta più ciò che è accaduto 40 anni fa, l'esperienza di Bernabei e la tecnologia si stanno alleando per realizzare una macchina che possa sostituire il lavoro del soccorritore in spazi estremamente ristretti, nell'ordine dei 25-40 centimetri, proprio come il diametro del pozzo di Vermicino. Si tratterebbe di un vero e proprio robot in grado di scendere lungo le pareti strette ed irregolari per giungere alla vittima ed imbragarla, assicurandola per evitarne lo scivolamento e per il conseguente recupero in superficie. Studiato in collaborazione con la ricerca universitaria e aziende di automazione e robotica, il presidio operato da remoto sarebbe anche in grado di rilevare dati fondamentali come i parametri vitali della vittima, la posizione esatta, la temperatura ambientale e di permettere la somministrazione di farmaci di emergenza. Un grandissimo progetto che gli auguriamo di poter realizzare prestissimo e che Tullio- così ci ha dichiarato- vorrebbe battezzare "Alfredino".

Franca Rampi e Sandro Pertini (Ansa)


L' emergenza sanitaria e il coordinamento dei soccorsi . Da Vermicino al sistema odierno


Il quadro frastagliato della situazione dei soccorsi a Vermicino è ben dipinto dall'aspetto delle tempistiche di intervento di allora (lontanissime da quelle dei nostri giorni). Ed il fattore tempo sarà il tema portante di tutta l'analisi sulla gestione di una maxi emergenza come quella del giugno 1981.
Certamente non si possono attribuire con leggerezza colpe a chi si venne a trovare all'improvviso di fronte ad una situazione così drammatica, mai verificatasi in precedenza e amplificata per la prima volta dalla presenza incessante dell'occhio dei mass media. Le forze erano quelle, la tecnologia anche. Più volte sono state fatte critiche focalizzandosi sul primo intervento dei Vigili del Fuoco, quello della tavoletta e del canapone. Ma bisogna pensare a quei ragazzi che furono chiamati poco dopo la mezzanotte e che giunsero con i mezzi e i materiali disponibili nella caserma di Frascati. Il canapone e le carrucole erano le normali dotazioni per interventi in ambiente urbano. Quando il mezzo rosso dei pompieri giunse sul posto e l'equipaggio capì che bisognava portare soccorso ad un bambino di sei anni senza poterlo raggiungere, accadde ciò che succede normalmente ai soccorritori quando si tratta di salvare la vita ad un bambino: il senso di urgenza sale esponenzialmente e la necessità di intervenire il più rapidamente possibile diviene una priorità assoluta.
L'aspetto che più colpisce nel caso di Vermicino non sono tanto le decisioni prese nell'urgenza immediata (le più criticate nella vulgata che seguì i fatti), quanto le tempistiche dell'intervento per la mancanza di una cultura dell'organizzazione dei servizi di emergenza di quattro decenni fa. Basti pensare ai tempi di arrivo sul posto dei singoli protagonisti dei soccorsi e ai ritardi e gli intoppi dovuti ad una inesistente comunicazione interforze e alla mancanza di una centrale unica di coordinamento. Come ricordato, i primi ad arrivare sul posto furono gli agenti della Polizia di Stato, dopo l'allarme dato al numero 113, con una Squadra Volante che naturalmente era del tutto ignara di quanto fosse in realtà accaduto e di conseguenza non attrezzata adeguatamente. Le prime ricerche furono affidate anche ad unità cinofile, ma con i cani a disposizione in quel momento, non addestrati a quel tipo di intervento. Massimo Gamba, nel suo libro "Vermicino - L'italia nel Pozzo" riporta il primo incredibile intoppo burocratico quando riferisce che fu negato l'invio di cani adatti dalla vicina Nettuno per impossibilità di reperire chi avrebbe dovuto dare il via libera al loro utilizzo firmando un foglio. Così ci vollero ore di ricerche prima di individuare il bambino. La chiamata ai Vigili del Fuoco è infatti delle 00:03, quando Alfredo è già nel pozzo quasi cinque ore. Gli speleologi vengono allertati quando già quasi albeggiava, a dieci ore dall'evento. Nessuna figura del soccorso sanitario era presente nelle ore successive al ritrovamento, neppure un'ambulanza attrezzata adeguatamente. Una tempistica impensabile ai giorni nostri, ci conferma il Dott. Claudio Mare, anestesista rianimatore direttore della SC AAT dell'Agenzia Regionale Emergenza Urgenza (AREU) della Regione Lombardia. Oggi, grazie all'evoluzione delle centrali operative e in particolare del NUE 112 (il numero unico per le emergenze) in una frazione di quel tempo impiegato allora, tutti gli attori del soccorso sarebbero stati operativi sul posto quasi contemporaneamente, grazie alle notizie sulle caratteristiche dell'intervento fornite dai richiedenti alla centrale operativa, che oggi provvede all'invio dei mezzi e del personale più idoneo ad un determinato tipo di soccorso. La centrale avrebbe allertato oltre naturalmente ai Vigili del Fuoco e alle Forze dell'Ordine, anche gli speleologi CNSAS oggi a pieno titolo integrati nella macchina dei soccorsi e,qualora possibile, fatto alzare in volo (anche notturno) l'elisoccorso con il personale medico e infermieristico oppure si sarebbe inviata un'automedica. Anche se, lo sottolineiamo nuovamente, ciò non avrebbe automaticamente garantito un esito favorevole del soccorso data l'estrema gravità del caso Vermicino, sicuramente si sarebbe guadagnato tempo, forse utile per avviare un piano strategico che escludesse il pericoloso fattore dell' improvvisazione e della confusione che da questa fu generata. Con questa visione concorda oggi anche Mauro Guiducci, responsabile nazionale del Soccorso Speleologico e vicepresidente nazionale CNSAS.
Il professor Evasio Fava, primario di anestesia e rianimazione dell'ospedale San Giovanni di Roma, giunse a Vermicino con un'ambulanza attrezzata a centro mobile di rianimazione soltanto alle 10 di mattina dell'11 giugno, 15 ore dopo la caduta, quando ormai l'area attorno al pozzo era invasa dalla grottesca miriade di centinaia di curiosi. Una situazione oggi impensabile, data la natura dell'incidente e le presunte condizioni del paziente. Ne parliamo con il Dott. Andrea Comelli, anestesista rianimatore in servizio presso la AAT 118 del Policlinico San Matteo di Pavia. Oltre ad essere un medico di emergenza-urgenza, Comelli è uno specialista degli interventi in ambiente ostile, in particolare in quelli in maceria, tanto che ha operato praticamente in tutte le grandi calamità che hanno colpito l'Italia degli anni recenti, dalla tragedia di Rigopiano ai terremoti dell'Aquila e di Amatrice, fino al Ponte Morandi. Anche Comelli conviene sull'aspetto di particolare difficoltà e unicità del caso di Vermicino, senza ombra di dubbio. Un intervento in un pozzo o in grotta, così come in maceria, aumenta notevolmente le difficoltà nell' intervento sanitario già solo per il fatto dovuto alla difficoltà (o impossibilità come nel caso di Alfredo Rampi) di poter agire direttamente sul paziente in situazioni dove il fattore tempo si rivela cruciale. Il lavoro di squadra tra soccorritori -dice Comelli- è fondamentale. Per prima cosa oggi, di fronte ad un emergenza quale fu quella di quarant'anni fa, si sarebbe immediatamente impiantato un centro di coordinamento attrezzato per la gestione concertata del soccorso tecnico e di quello sanitario. In condizioni di terreno ostile, così come in grotta, in parete o in un pozzo, la priorità è affidata al soccorso tecnico (VVF-CNSAS-SAGF) a cui si affida il soccorso sanitario composto in ogni caso da medici e infermieri addestrati per operare in ambienti ostili. Queste strutture sono equipaggiate da strumenti di ultima generazione come la "bolla wi-fi", un sistema in grado di garantire le comunicazioni anche nei luoghi più impervi e privi di campo. Le tecniche e le procedure nel caso dell'emergenza sanitaria, sono cambiate molto rispetto al 1981. Ad assistere Alfredo c'era uno dei padri dell'anestesia e rianimazione italiana, il professor Fava, giunto sul posto (incolpevolmente, si intende), soltanto diverse ore dopo l'evento. Quello che più colpisce è che il medico dovette affidare la sua anamnesi sulle condizioni della vittima per mezzo di una strumentazione di origini non sanitarie, perché auscultò la frequenza cardiaca ed il respiro del bambino grazie ad un microfono collegato ad un amplificatore fornito da un elettrotecnico privato che si offrì volontario, e fu davvero abile nel captare i parametri in simili condizioni tanto che a causa delle interferenze delle emittenti radio su quella strumentazione non schermata adeguatamente fu ordinato il black out radiofonico del ripetitore di Santa Palomba. Oggi, ci spiega il dottor Comelli, l'uso sempre più comune della fibra ottica negli strumenti a disposizione dei sanitari rende esponenzialmente più efficace il rilevamento dei parametri vitali anche in condizioni di accesso pressoché proibitive. Quello che il professor Fava riuscì a fare con grandi difficoltà (e fu un successo nel fallimento complessivo delle operazioni) fu di somministrare ad Alfredo una soluzione di acqua e zucchero tramite un tubicino del diametro di pochi millimetri che dovette farsi strada tra la dannata tavoletta, i bordi del pozzo, i tubi della ventilazione e i cavi del microfono. Oggi sappiamo che esistono sondini nasali in grado non soltanto di apportare sostanze nutritive attraverso le narici, ma anche di somministrare farmaci salvavita per aumentare, qualora possibile, il tempo a disposizione dei soccorritori con farmaci come broncodilatatori, cardiotonici, antishock, analgesici. Quarant'anni fa- spiega Comelli - purtroppo non esistevano strumenti simili ai mini ventilatori portatili usati oggi in interventi in maceria, di soli 18 centimetri di lunghezza. Anche l'aspetto della ventilazione è progredito negli ultimi anni. A Vermicino, come i protocolli di allora prevedevano, fu immesso ossigeno nel pozzo. Oggi l'uso di questa sostanza si evita in quanto elemento facilmente comburente, che potrebbe portare ad ulteriore esposizione a rischi conseguenti. La ventilazione forzata in maceria (ma anche in caverna o pozzo) avviene oggi in aspirazione con un sistema che ricorda a grandi linee quello del ricircolo d'aria degli abitacoli delle automobili. Questo sistema porta a vantaggi certi, come l'esclusione di scoppi e l'espulsione dell'anidride carbonica, nonché la possibilità di eliminare dall'area elementi pericolosi come la polvere, i detriti e il fango che possono portare a soffocamento della vittima. Un altro intervento fondamentale che oggi non viene mai posto in secondo piano è quello legato al grave pericolo rappresentato dall'ipotermia in un ambiente ipogeo come quello di Vermicino. Tullio Bernabei racconta che alla profondità dove si trovava il bambino la temperatura era, nonostante le giornate calde di quel giugno, tra i 12 e i 13°C. Se si aggiunge che il bambino era un paziente politraumatizzato, l'effetto del freddo fu certamente deleterio. Oggi si sarebbe cercato di riscaldare l'ambiente tramite l'immissione di aria tiepida con appositi ventilatori in dotazione ai soccorsi, che avrebbero cercato di rallentare il processo di aggravamento rapido del quadro clinico. Possiamo concludere con certezza il discorso sulle evoluzioni delle tecniche di soccorso nell ultimo quarantennio puntando soprattutto su due aspetti che purtroppo a Vermicino, a causa della sostanziale arretratezza della macchina dei soccorsi, si riveleranno punti critici e insormontabili. Tra i soccorritori oggi si dice che l'80% dell'efficacia di un soccorso avviene prima dell'intervento, con la pianificazione ragionata tramite lo sviluppo di linee-guida elaborate a livello europeo. Di certo oggi, se da un lato non ci si può azzardare ad affermare un ipotetico successo in un caso limite come quello che quarant'anni fa fermò il fiato di tutti gli Italiani, la situazione per quanto riguarda gli aspetti dell'organizzazione e della tempistica del soccorso è grandemente evoluta. Per questo bisogna ringraziare la forza e la caparbietà di una persona come Franca Rampi, che con il suo impegno ha contribuito in modo fondamentale al raggiungimento degli obiettivi odierni, partendo proprio dal primo degli elementi che costituiscono la catena del soccorso: la prevenzione. Così ci piace pensare che in ogni intervento d'emergenza, su ogni elicottero giallo che si leva in volo, su ogni ambulanza o mezzo dei Vigili del Fuoco in corsa a sirene spiegate ci sia un pezzetto del cuore di Alfredino, come quello che ha trovato posto nei ricordi di milioni di Italiani.

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