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Ucraina: vincitori e vinti dopo gli accordi di Minsk

Tregua sempre più fragile nel Donbass: la verità è che senza o contro la Russia non è possibile risolvere la crisi

 

Per Lookout news

Il punto politico saliente della nuova tregua in Ucraina è che ci si è giunti per il tour de force di Germania e Francia. Ed è la prima volta dall’inizio della crisi che i due principali paesi dell’UE agiscono non più a rimorchio degli USA. Berlino e Parigi si sono interposte ai piani americani che, dopo aver di fatto dichiarato guerra alla Russia con la Risoluzione 758, si apprestavano a fornire armi all’Ucraina, fomentando una guerra in piena Europa.

 I motivi che hanno spinto l’asse franco-tedesco a muoversi in questa direzione sono stati principalmente quattro.

Primo. da settembre le milizie filorusse di Novorossja avevano quasi triplicato il territorio controllato, arrivando fino al mare di Azov e minacciando Mariupol.

Secondo. L’accerchiamento nella sacca di Debaltsevo dei quasi 8.000 soldati di una divisione corazzata dell’esercito ucraino e a sud, vicino Mariupol, l’accerchiamento del Battaglione Azov di volontari neonazisti.

 Terzo (riconosciuto anche da esperti di Difesa statunitensi). Il disorganizzato esercito ucraino (con truppe regolari e battaglioni privati, anche in concorrenza) non potrà mai riconquistare il Donbass e prendere il sopravvento sulle milizie filorusse, meglio strutturate e fortemente motivate. Mentre già da tempo Kiev ha dato mandato ai comandanti di unità di fucilare sul posto i propri disertori. Lo scacco dell’esercito ucraino segnava anche quello dell’ambizioso progetto di una nuova Lega Anseatica che, messo su da Polonia e Paesi Baltici, era l’esca (una potente Europa del Nord fino alle fertili terre ucraine, da contrapporre a quella Meridionale e Occidentale) che aveva fatto abboccare la Germania ai piani USA.

Quarto. Se gli USA avessero fornito armi all’Ucraina il conflitto si sarebbe intensificato e allargato, senza portare a una vittoria con danni economico-politici in sopravanzo sui vantaggi sperati all’avvio delle ostilità.


 Una condizione in favore degli USA, dilungando gli effetti destabilizzanti della loro strategia. Da un lato, infatti, il prolungamento dell’intervento in Ucraina avrebbe ulteriormente aggravato le condizioni economiche della Russia, già in crisi per il crollo del prezzo del petrolio orchestrato con l’Arabia Saudita. Dall’altro l’endemicizzazione del conflitto avrebbe indebolito la concorrenza europea, e messo definitivamente in soffitta quel partenariato russo-europeo che è stato il peggior incubo americano, come eterogenesi dei fini dal crollo dell’URSS.

Il tour de force diplomatico di Merkel e Hollande
A fronte di queste evidenze la cancelliera tedesca Angela Merkel, accompagnata dal presidente francese Francois Hollande, è andata a Mosca per chiedere al presidente russo Vladimit Putin una tregua, e a Washington per manifestare la contrarietà all’armamento dell’Ucraina. Dai tempi della Jugoslavia, in cui erano a braccetto per la dissoluzione di una nazione alleata della Russia e con un presidente comunista, è la prima volta che la Germania avverte la contrapposizione tra i propri interessi (e più largamente europei) e quelli degli USA.

 Il presidente americano Barack Obama – con la speranza che la tregua fallisca, e spronando al contempo gli ucraini a strillare per avere armi – ha momentaneamente acconsentito. Perché un conto è sospingere alleati sempre acquiescenti e altro è agire in casa loro con il loro aperto disaccordo.

 Avendo però spinto per una punizione necessaria alla Russia, Obama ha dovuto coprire la defaillance politica dando al Congresso “la sua guerra”, chiedendogli (ed non era un atto dovuto) pieni poteri per una guerra di tre anni allo Stato Islamico.

 

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 Cosa accadrà dopo la tregua di Minsk?
Considerato ciò che è accaduto negli ultimi mesi, la tregua di Minsk non poteva che essere in favore di Putin e degli insorti. Gli elementi politici dell’accordo sono difficilmente attuabili. Impensabile che il governo di Kiev, già in gravi difficoltà economiche e retto dai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, paghi pensioni e quanto dovuto agli abitanti del Donbass. Ancora più impensabile che la Rada (il parlamento ucraino) approvi mai una riforma costituzionale condivisa in favore delle regioni autonomiste, visto che al momento sta approvando una legge che rende crimine la negazione dell’aggressione russa. E il ritorno del controllo dei confini al governo è proprio subordinato a queste riforme e a elezioni autonome nel Donbass.

 La tregua ha stabilito però la creazione di una buffer zone tra le parti e il ritiro dal fronte delle armi pesanti. Una condizione, questa, che favorisce le più mobili milizie di Novorossja, e anche la sua popolazione. Perché mentre l’esercito di Kiev utilizza l’artiglieria pesante per bombardare le città del Donbass, le milizie la usano esclusivamente contro quella nemica.

 In sintesi, i ribelli filorussi hanno così ottenuto dalla tregua di Minsk la fine dei bombardamenti contro la popolazione e il vantaggio tattico del ritiro dell’artiglieria pesante. Oltre questo, la ricognizione dell’attuale linea di contatto, quindi dei confini raggiunti. Poi la certezza che, mantenendo il controllo dei confini, rimarrà attivo il passaggio di rifornimenti dalla Russia. Infine, il tempo per addestrare i volontari.

 Kiev, dal canto suo, può attenuare il rischio di tenuta del governo, già pressato da dimostranti e parlamentari per gli insuccessi militari. Insomma, almeno per ora la crisi politica, con nazionalisti e neonazisti pronti a scendere in piazza, è scongiurata. Il governo ucraino ha inoltre ottenuto – grazie a un Putin rischiosamente disponibile – l’indenne fuoriuscita della divisione corazzata accerchiata nella sacca di Debaltsevo.

 Germania e Francia escono dagli accordi di Minsk con la speranza di una gestione autonoma della politica estera europea, attraverso la quale contano di giungere a un allentamento della lesiva guerra economica contro la Russia.

 Il bicchiere è invece mezzo pieno per Putin, che ottiene un riconoscimento su tutti: senza la Russia non è possibile risolvere la crisi. Alla luce di tutto ciò, l’UE dovrà adesso impegnarsi per imporre agli USA e ai suoi sostenitori all’interno della NATO una soluzione politica condivisa da Mosca, vale a dire una Ucraina federata fuori dal libero scambio con l’Europa e fuori dalla NATO. Oltre questo, il Cremlino spera ovviamente che una tregua effettiva porti a un’attenuazione delle sanzioni.

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