L'Ucraina brucia e l'Onu che fa?
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L'Ucraina brucia e l'Onu che fa?
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L'Ucraina brucia e l'Onu che fa?

Ucraina, Venezuela, Siria e Libano. Il mondo esplode, Nazioni Unite e Stati Uniti sono impotenti mentre il Cremlino la fa da padrone - Scenari  - Foto - Foto 2  - Video  - Video 2

Ucraina, Venezuela, Siria, Libano, Libia. Il mondo esplode e le crisi si susseguono, alcune più o meno seguite dalla stampa, alcune più o meno raccontate. Ma i morti non hanno nazionalità né età. Ci sono tanti bambini tra le vittime del conflitto siriano. Gli ultimi durante un bombardamento di un villaggio nei pressi di Daraa. Ormai le truppe del raìs Bashar al Assad dilagano, nel silenzio generale.

A Kiev, sotto i riflettori in questo momento, i cadaveri sono visibili a occhio nudo per le strade. Le ultime notizie parlano di cecchini che hanno freddato due manifestanti dell'opposizione a Viktor Yanukovich, il presidente tanto amato dal Cremlino.

Il Venezuela per ora non è pervenuto sulla stampa internazionale. Kiev batte Caracas per numero di morti per le strade, ma anche lì le vittime aumentano. E' stata uccisa anche una Miss che manifestava con gli studenti contro il presidente Nicolas Maduro, ex autista di Hugo Chavez. 

Poi c'è il Libano, dove le autobombe a Beirut ormai sono all'ordine del giorno. Il Libano degli Hezbollah che sostengono il siriano Assad, ma anche di quelli che sono contro Hezbollah e che gliela fanno pagare con attentati che prendono di mira gli "amici" del partito di Dio, gli iraniani della Repubblica islamica.

In Libia il caos continua a regnare sovrano. L'Egitto guarda al suo futuro con un brivido di paura, perché lo scenario del presidente-militare non lascia scorgere rosei orizzonti.

In tutto questo, se la mappa delle crisi mondiali fosse un rebus della settimana enigmistica, la domanda sarebbe: chi c'era prima che oggi non c'è? Scopri il grande assente. E la risposta è una sola: le organizzazioni internazionali hanno completamente abdicato al loro ruolo. L'Onu è sempre più un Palazzo di cemento, più che di vetro. Pesante, iperburocratizzato, sperperone e- soprattutto - del tutto impotente, più o meno volutamente.

E poi c'era una volta l'America. Al telefono della diplomazia americana ormai risponde una segreteria telefonica, ed è così da anni, anzi, è così esattamente dal 4 giugno del 2009.

In quella data Barack Obama, appena insediato a Washington, pronuncia in Egitto il famoso discorso del Cairo. Riascoltandolo oggi, passaggio dopo passaggio, se ne coglie il metatesto poi realizzato negli anni a seguire. L'America di Obama, strangolata dalla crisi, sceglie di concentrarsi sull'economia e la politica interna e abbandona i suoi avamposti nel mondo, a cominciare dal Medio Oriente.

Insomma, Obama al Cairo saluta e ringrazia, dando le dimissioni da lunghi anni di presenza americana come superpotenza mondiale in primo piano nell'intervenire in varie crisi mondiali. Barack apre la stagione della Primavera araba, ma non la sa gestire.

L'Onu è imbelle e l'America obamiana ha perso peso e sostanza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Oggi la diplomazia parla russo. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergey Lavrov, è la nuova star sul palcoscenico internazionale e porta acqua al mulino di Vladimir Putin.

Blocca un intervento in Siria attraverso due veti sulle risoluzioni proposte in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Organizza il tavolo di Givevra 2, mentre Assad, con il placet di Mosca, ha carta bianca per fare pulizia in casa sua senza che nessuno gli metta i bastoni tra le ruote. Tanto ha consegnato le armi chimiche in suo possesso, quindi tutto a posto. Il tempo gioca in favore del "macellaio di Damasco " e a sfavore delle vittime di Daraa, Homs, Aleppo e chi più ne ha più ne metta.

E anche sull'Ucraina la musica è la stessa. Mosca sostiene Yanukovich, l'Europa (almeno di facciata) sta con i suoi oppositori che si fanno ammazzare in piazza. E mentre gli Usa tacciono e il Consiglio europeo si riunisce d'urgenza per decidere su eventuali sanzioni al regime di Kiev, Mosca fa la voce da padrone (ancora una volta). Dall'Iraq dove si trova in visita ufficiale, Lavrov si scaglia contro Bruxelles e gli occidentali in genere.

"Le capitali occidentali stanno tentando di influenzare la situazione - dichiara da Baghdad il ministro degli Esteri russo - la copertura dei fatti ucraini da parte dei media occidentali è fortemente distorta". Tradotto: la Russia crede che ad agitare la piazza contro Yanukovich siano degli estremisti (o almeno fa finta perché le torna comodo), e accusa l'occidente di connivenza.

L'Europa balbetta, more solito. Mentre i ministri degli Esteri del club dei 28 si apprestano a decidere su sanzioni sì, sanzioni no, da Kiev i media parlano di un "attacco finale imminente", come se ci si trovasse in piena guerra.

Insomma, da essere i poliziotti globali - a torto o a ragione a seconda dei gusti - gli Usa oggi sono diventati dei vigili urbani di quartiere. Fanno multe qua e là, esprimono "preoccupazione" a profusione, e si fanno fotografare mentre regalano alla controparte russa due patate giganti originali a stelle e strisce (lo ha fatto Kerry con Lavrov a Ginevra qualche settimana fa). Ma la vecchia superpotenza che fine ha fatto?  I vecchi yankees, amati e odiati nel mondo, che fine hanno fatto?

L'ultimo giapponese sembra essere rimasto John McCain che da una parte chiede sanzioni durissime in Ucraina e intima all'Europa di fare la voce grossa con Kiev, mentre dall'altra la stampa latino-americana lo dà impegnato sul fronte venezuelano, con l'intento di convincere Barack Obama a intervenire per riportare alla stabilità la situazione in Venezuela.

Sull'Ucraina, però, gli Usa sanno bene che non è il loro orticello e che il peso politico maggiore lo esercita Mosca. L'Europa conta quanto il due di briscola e anche questa volta riuscirà pervicacemente a dimostrarlo.

In Venezuela la partita Usa è diversa. L'America Latina (Cuba esclusa) è il giardino degli interessi americani dalla notte dei tempi. Cosa che ha alimentato negli anni le più disparate teorie complottiste. La sua "fama" la Cia se l'è costruita in Sudamerica e gli interessi americani lì sono ancora fortissimi, a cominciare dal petrolio venezuelano.

Ma quello a cui assistiamo oggi è un'America che invece di mettere in campo il suo talento e la sua forza diplomatica, preferisce continuare a pagare fiumi di intercettazioni fatte dall'NSA in tutto il mondo. Mosca ringrazia. E' facile vincere quando si gioca da soli.

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