Ucraina: venti di guerra in Crimea
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Ucraina: venti di guerra in Crimea
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Ucraina: venti di guerra in Crimea

La Crimea ad un passo dalla guerra. Le truppe russe pronte all'invasione. Kiev chiede aiuto alla Nato. Obama chiama Putin: "niente armi" - Video

di Evgeny Utkin*

Quando nel lontano 1954 Nikita Khruscev (ucraino), per coronare il suo potere di segretario generale del Partito comunista dell’URSS ha regalato la Crimea all'Ucraina, nessuno avrebbe mai pensato che ciò potesse causare qualche problema in futuro. Era un atto di "comodità burocratica", perché sia la Russia che l'Ucraina facevano parte di un colosso grande, indistruttibile come un carrarmato, un pezzo unico che si chiamava Unione sovietica.

Ma il tempo passa, i colossi cadono, il metallo arrugginisce, ed ecco che arriva anche il crollo dell’Unione sovietica, l'Ucraina diventa Stato indipendente e la Crimea nel 1992 assume il nuovo status di territorio a statuto speciale (come l'Alto Adige in Italia) all'interno dell’Ucraina, come frutto di un compromesso raggiunto alla fine di numerose manifestazioni di tutti quelli che volevano restare con la Grande madre Russia.

Perché? Volendo evitare un lungo excursus storico (abilmente riassunto dal quotidiano britannico The Guardian, che ha pubblicato una mappa interattiva dell'Ucraina dal Cinquecento ai giorni nostri), quello che oggi abbiamo davanti agli occhi è che in Crimea la lingua russa è parlata dalla totalità della popolazione e che la maggioranza etnica lì è composta da russi. Lo dice la Storia e lo conferma l'anagrafe. Russi di Crimea che nessuno aveva toccato, almeno fino a qualche giorno fa, quando il nuovo governo di Kiev ha deciso di cancellare la lingua russa dall'Ucraina ufficiale. Un errore imperdonabile.

Probabilmente, la rivolta di Euromaidan e la fuga di Yanukovich sarebbero state digerite (un po') meglio in Crimea se non avessero toccato la lingua e se non fossero stati gridati ai quattro venti gli slogan nazionalisti di alcuni nuovi leader ucraini. A Sinferopoli e a Sebastopoli hanno visto manifesti con su scritto "L'Ucraina è solo per gli ucraini, senza russi ed ebrei", e hanno immediatamente annusato il pericolo.

"Aprirò la porta ai soldati russi per ospitarli affinché ci liberino dai nazionalisti", questo pensa e dice una tipica donna anziana che vive a Sebastopoli. Il suo è un un sentimento comune in tutta la Crimea. Lì dove è ormeggiata nel Mar Nero la flotta russa, oggi in allarme rosso. Ma la domanda principale resta sempre la stessa: cosa farà Vladimir Putin? In Crimea difenderà fino in fondo gli interessi russi (e dei cittadini russi) per trovare il bandolo della matassa della questione Ucraina, o sceglierà invece di fare il "paladino della pace" come è già successo durante la crisi siriana?

Silenzio fino ad ora, con qualche dimostrazione di muscoli sulla frontiera russa, a mezzo di "esercitazioni militari". Qualche chiarimento alla fine lo ha fornito Viktor Yanukovich, l'ex presidente ucraino ucraino scappato in Russia. Atterrato a Rostov per una conferenza stampa in massima sicurezza, accompagnato da caccia russi per evitare qualche "missile casuale", confiscate le mele ai giornalisti (ma non le scarpe) per evitare che gliele tirassero addosso, ha esordito dicendo: "Sono vivo e vegeto e sono il presidente dell'Ucraina eletto democraticamente, e finché non firmerò le mie dimissioni resterò tale".

Yanukovich, che parla in russo e non in ucraino, tiene banco per un'ora e mezza. Le domande sono tante; perché è scappato, cosa vuole fare, se chiederà l'aiuto militare della Russia, sulla sua residenza, e persino perché non si consegna alla corte dell'Aja, ma la domanda principale (posta diverse volte in tanti modi) è: Vladimir Putin lo considera ancora il Presidente dell’Ucraina oppure no?

Sembra tranquillo Yanukovich. "L’Ucraina è nelle mani di nazionalisti e neonazisti, che sono una minoranza nel Paese" e lui è l’unico presidente in carica. Quello che "sta succedendo nella Rada è un spettacolo da circo". Secondo lo Yanukovich-pensiero l'ex presidente ucraino è stato costretto a lasciare il Paese perché, malgrado gli accordi fatti con avversari e negoziatori internazionali (riguardo alla sicurezza per lui e per la sua famiglia e su elezioni democratiche in autunno), era comunque minacciato di morte. Ma Yanukovich ha anche sottolineato che è sua intenzione tornare in Ucraina non appena saranno nuovamente garantite le condizioni di sicurezza.

Sulla sua residenza il presidente in esilio ha dichiarato di averla acquistata con denaro personale (3 milioni di dollari), ma "gli articoli apparsi sulla mia residenza erano fabbricati per infangarmi” (rimane un dubbio, se il trono-gabinetto in oro fosse un falso oppure no). In più, il leone Yanukovich ha tuonato di non avere mai "ordinato alle milizie di sparare, anche quando erano sotto tiro dei manifestanti che li attaccavano”, ma - invece - ha chiesto "scusa a tutto il popolo per ciò che è accaduto". "Mi sono mancate le forze per mantenere la stabilità ed evitare il caos", ha ammesso l'ex presidente di Kiev.

E sulla Russia e Putin ha detto che "Mosca non può restare fuori, vedendo il caos che è esploso in Ucraina, essendo un vicino e un partner commerciale importante". Ma si è anche guardato bene dal chiedere l’intervento militare e non ha incontrato Putin. "Quando lo vedrò vi potrò dire se lui mi considera ancora il presidente dell'Ucraina", aggiungendo che la Russia decide da sola cosa fare, ma anche che "Mosca deve agire" e che "Conoscendo il carattere di Vladimir Putin, mi stupisco che abbia taciuto sino ad oggi".

Un punto fondamentale per Viktor Yanukovic è che "la Crimea deve continuare a fare parte dell'Ucraina", e che non vuole spargimenti di sangue (ulteriori) nel suo Paese. Alla fine della conferenza stampa si è affidato al fato, dichiarando di essere fiducioso che "la verità trionferà". Un ottimo augurio per tutti, non solo per gli ucraini.

E quindi, cosa succederà? Yanukovich ormai ha messo il punto alla sua carriera politica. Non è mai stato amico di Putin, né tanto meno si è caratterizzato come un presidente pro-russo Ha chiuso in carcere Yulia Timoshenko, per la quale Putin nutre da sempre una certa simpatia, e non l’ha liberata né sotto pressione dei russi, né degli europei. Infine, ha tradito sia Mosca che Bruxelles con promesse incompatibili. Ma ormai questa è una storia vecchia.

Il player principale rimane Vladimir Putin. Manterrà il sangue freddo, anche se alcuni falchi gli chiedono una dimostrazione di forza e la risoluzione militare della crisi ucraina? Credo che Putin non voglia la guerra, e nemmeno la secessione dell'Ucraina. Se volesse davvero questo avrebbe già avuto un motivo valido (o almeno più valido dell’assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando) per intervenire.

Quello che Putin invece vuole è avere un partner affidabile; cercherà quindi di mantenere la calma, ma se gli oppositori ucraini muoveranno passi sbagliati - come il divieto della lingua russa, i militanti nazionalisti armati che mettono a rischio la sicurezza dei russi e non solo la loro – allora il capo del Cremlino dovrà reagire, e reagire velocemente.

Intanto, dall'altra parte dell'oceano Barack Obama fa la voce grossa e avverte il presidente russo che l'uso della forza nella questione ucraina "comporterebbe dei costi", perché gli Usa sono pronti a condannare una eventuale violazione della sovranità dell'Ucraina. Ma, si sa che è meglio non provocare Vladimir Putin, soprattutto su una questione che riguarda il suo giardino di casa.

Pragmaticamente parlando, lo scenario meno doloroso per l'Ucraina potrebbe essere proprio quello di una secessione senza spargimento di sangue, a differenza di ciò che è accaduto nell'ex-Jugoslavia. Anche lì dopo una lunga guerra i Paesi alla fine si sono separati, ma è costato tanto, troppo. E oggi nessuno, né la Russia di Putin né gli Usa di Obama, sono disposti a pagare un prezzo così alto in termini di vite umane.

* Analista geopolitico e direttore di PartnerN1

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