Tregua estiva in Parlamento. Ma dura poco
Tregua estiva in Parlamento. Ma dura poco
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Tregua estiva in Parlamento. Ma dura poco

Dopo il monito di Napolitano tirano un sospiro di sollievo i parlamentari preoccupati che la legislatura finisca in anticipo

La notizia arriva in Transatlantico “come un tonico”. Dopo settimane di bombardamenti su Montecitorio e Palazzo Madama, la partenza di Napolitano alla volta di Stromboli apre alla tregua (temporanea). “L’ipotesi di elezioni in autunno è del tutto sfumata!”, mentre il professore resta al momento il candidato unico per le opzioni Chigi e Colle nel 2013.

Stessa tattica dell’anno scorso”, evoca un deputato azzurro collegando la notizia dell’approdo insulare del Capo dello Stato ai giorni di crisi che, esattamente un anno fa, aprirono la strada al percorso di dimissioni di Silvio Berlusconi. “Stessa spiaggia stesso tremare…”, per dirla con una battuta che circola tra i banchi pidiellini della Camera dove, tutti i ministri del precedente governo – da Romani a Brunetta, da Frattini alla Meloni, dalla Bernini a Sacconi, dalla Carfagna a La Russa – fanno fatica a dimenticare le cicliche convocazioni agostane dei Consigli dei Ministri e la possibilità che la caduta del governo incombesse da un momento all’altro e in piena estate.

Solito grande assente tra i banchi del Pdl, Giulio Tremonti, che resta l’uomo dei primati: ieri, quello di essere “il primo responsabile delle disgrazie dell’ex governo”, oggi – stando agli ultimi dati diffusi da Montecitorio – quello di essere tra i parlamentari del Pdl più assenti alle votazioni (insieme a Ghedini, Verdini e Brambilla). Come sintetizza con una battuta un suo stretto collega: “Giulio si tiene sempre alla larga…”.

Eppure, al di là delle paure di buona parte dei parlamentari, timorosi che la doppietta urne anticipate e nuova legge elettorale con preferenze segni definitivamente la fine della loro “carriera parlamentare”, le anime responsabili dei partiti tirano un sospiro di sollievo e ringraziano il Colle per la tregua.

Negli ultimi giorni i retroscena su un presidente della Repubblica in trincea, quasi in prima linea ad auspicare una battaglia sul voto in autunno, “avevano irritato e non poco il Quirinale”. “I tifosi dell’urna durante la vendemmia” – così un deputato centrista etichetta i democrat e gli exAn - così come i “messaggeri di pace” alla Gianni Letta, si erano più volte fatti interpreti  di un messaggio “forzato” che portava alla seguente corrispondenza: “legge elettorale da fare entro luglio e poi subito elezioni!”. Forzature che hanno portato il Colle prima a dare un messaggio chiaro alle forze politiche: “il voto è una mia prerogativa, voi pensate alle riforme”. Poi ad una seconda precisazione per sottolineare che “il Capo dello Stato non ha mai parlato di scioglimento anticipato”.

Per carità, non che il Colle non ci abbia pensato”, ci spiega un deputato che fa spesso la spola tra i palazzi del potere. “E di questo se n’è parlato lungamente anche durante l’incontro Monti-Napolitano di lunedì scorso”. Ma – spiegano i ben informati – “tutte le opzioni sono state buttate sul tavolo, e alla fine è stata sorteggiata quella più saggia e tattica allo stesso tempo”.

Questo il ragionamento dello schema: in un momento di profonda crisi economica e precarietà dei partiti, il ritorno alla politica, e quindi ad un governo eletto dai cittadini, potrebbe essere “il giusto balsamo per l’armonia sociale e, al tempo stesso, un incoraggiamento per i mercati”. Questo, “a patto che si faccia una campagna elettorale corretta e costruttiva”. Garanzia, quest’ultima, venuta meno con l’inasprirsi del confronto Pd-Pdl che ha portato alla ribalta linguaggi e cronache che non aiutano la fase di appeasement: la Bindi che lancia ultimatum da un lato, e le vicende “dellutriane” dall’altro.

A rafforzare il “cambio di rotta” del Colle - “la partenza del presidente Napolitano per le vacanze conferma che il pericolo urne è scongiurato!”, così festeggiava qualcuno stamattina a Montecitorio – la possibilità che Monti riesca nei prossimi mesi a far scendere ulteriormente lo spread e ad incassare segnali incoraggianti da Francoforte e Bruxelles sull’euro e sullo scudo. Qualora il premier dovesse riuscire nell’impresa – “e non si può certo dire che l’italiano Draghi alla Bce non stia lavorando per questa causa” – a quel punto la sua agenda, gli endorsment di Obama e dei principali partner europei ed i successi ottenuti diventerebbero di default il manifesto della prossima campagna politica a Palazzo Chigi o il biglietto da visita per l’ascesa al Colle.

“Letture tutte verosimili”, conferma un deputato democrat. “Ma è anche vero che Bersani non ha aspettato tutti questi anni invano, all’opposizione, per andare a fare il vice di qualcuno nel 2013…”. Un segnale che conferma come la tregua sia davvero temporanea.

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