Tre vie per uscire dall’impasse europea

Giulio Sapelli, Paolo Cirino Pomicino e Carlo Scognamiglio: idee a 25 anni del Trattato di Maastricht, in un convegno della Fondazione Guido Carli

La bandiera dell'Unione europea

1° marzo 2016. Una bandiera dell'Unione europea strappata agitata dal vento presso la sede del Parlamento Europeo a Bruxelles – Credits: EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images

Maurizio Tortorella

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Il 7 febbraio il Trattato di Maastricht ha compiuto 25 anni, e invece sembra abbia già due secoli: l’Unione europea è a pezzi; da Berlino, Angela Merkel dichiara pubblicamente che sta accarezzando l’ipotesi di un’Ue a due velocità; sulle imminenti elezioni francesi e olandesi grava l’ipoteca dei partiti populisti; in Italia lo spread sale a 200 e i movimenti antieuropei sembrano spinti da un vento impetuoso; dall’altra parte dell’Atlantico Donald Trump lancia la parola d’ordine «ognuno per sé», che rischia di spezzare le reni a Bruxelles.

Che fare? Si può essere moderatamente (ma inevitabilmente) speranzosi come Paolo Cirino Pomicino, ministro del Bilancio tra il 1989 e il 1992. Si può essere drasticamente pessimisti come Giulio Sapelli, storico dell’economia e grande polemista. O si può essere razionali e attendisti come Carlo Scognamiglio, docente di economia applicata alla Luiss di Roma.

I tre si sono trovati a discutere insieme dei guai e del futuro (se c’è) di Maastricht in un convegno a porte chiuse, organizzato dalla Fondazione Guido Carli di Milano, la rinnovata associazione di studi a cavallo tra impegno culturale e politico, e oggi presieduta da Federico Carli, nipote del mitico ministro e governatore della Banca d’Italia. Ed è stato un vero duello a tre.

Da politico navigato, Cirino Pomicino ha ricordato che il Trattato nasceva nel 1992 con obiettivi ambiziosi e molto anticipatori (si parlava già là dentro di politiche per l’immigrazione e di contrasto comune al terrorismo), ma tutti traditi nella fase della realizzazione pratica. Il risultato oggi è un disastro: quasi nulla è stato realizzato. "L’abiura della politica a favore della tecnocrazia" dice Pomicino "ha trasferito tutto il potere al mercato. E i governi non hanno più strumenti".

Ma l’ex ministro è convinto che adesso o si fa davvero l’Europa, o si torna a morire: "Prima dell’Unione europea ci siamo fatti guerre per 2 mila anni. Da 70 anni non ci combattiamo più. Ora serve che la politica dia strumenti veri agli obiettivi".

Sapelli è in totale disaccordo: "Gli stessi obiettivi di Maastricht, 25 anni fa, erano irrealistici. E non è vero che le guerre siano finite: le guerre balcaniche degli anni Novanta sono state, in definitiva, il frutto della decisione tedesca di riconoscere la Croazia". Sapelli contesta addirittura la "grottesca antistoricità" del Trattato del 1992: "Fu firmato" dice "proprio quando era venuto meno uno dei motivi fondanti dell’Europa unita, e cioè la minaccia sovietica e comunista".

Perché, si chiede lo studioso, oggi l’idea stessa di Europa si è così usurata? "Perché dall’alto si possono governare le merci" risponde "ma non i popoli. E perché le Costituzioni le fanno i Parlamenti, non le èlite. Questo potere europeo è nato con Maastricht, ma senza alcuna legittimazione democratica".

Sapelli, però, critica anche i neopopulisti di oggi: "Si può essere legittimamente contro l’euro e contro questa Europa da un punto di vista patriottico" dice. "Ma tanti fra quelli che oggi urlano contro Bruxelles non sono nemmeno populisti, sono proprio fascisti".

Sapelli è coerente, nel suo antieuropeismo patriottico. E ricorda gli ammonimenti del governatore Paolo Baffi, il quale alla fine degli anni Settanta si opponeva con prudenza perfino al Sistema monetario europeo: "Noi italiani" ammoniva Baffi "siamo troppo deboli per sopportare le differenze di produttività del lavoro". E diceva questo, Baffi, quando la nostra industria, privata e pubblica, era sicuramente più forte di quella di oggi.

Di più, la moneta unica ha anche fallito i suoi veri obiettivi: contrastare la depressione economica e contenere lo strapotere del Germania unita. Sapelli lancia una provocazione: "Oggi che se ne sono andati gli inglesi, quegli 80 milioni di tedeschi nel cuore d’Europa sono una minaccia. Se leggete i giornali di Berlino, scoprirete che oggi stanno dibattendo sulla bontà del colonialismo tedesco". E a questo punto un mezzo brivido ha percorso l’uditorio…

Scognamiglio l’ha riconfortato proponendo due letture alternative degli ultimi 25 anni e dell’attualità: ha definito l’una eurocentrica, l’altra esocentrica. Ecco la prima, secondo l’ex presidente del Senato: "Dopo la Seconda guerra mondiale, e dopo la ricostruzione lanciata grazie agli aiuti americani, si cercò di creare in Europa un difficile sistema di cambi semi-fissi. Poi nel 1985 il presidente della Comunità Jacques Delors lanciò un piano in cinque fasi: il mercato unico; la moneta unica, con il Trattato di Maastricht; l’unione bancaria; l’unione fiscale; l’unione politica con l’elezione diretta del presidente europeo. Oggi siamo alla fase quattro, ma la situazione è in netto declino".

La lettura esocentrica è più inedita e intrigante: "La cooperazione europea nasce come effetto della politica estera statunitense. Non ci sarebbe mai stata nessuna unione a Bruxelles, se non ci fossero stati il bastone della minaccia sovietica e la carota degli aiuti americani".

Per Scognamiglio, insomma anche Maastricht avviene esclusivamente perché c’è il via libera di Washington, che tende (esattamente come sostiene Sapelli) a un ridimensionamento del potere tedesco imponendo uno stop alla sovranità monetaria di Berlino. Poi esplode la crisi dei debiti sovrani, e l’Unione si disgrega.

Scognamiglio continua nella sua lettura esocentrica: "Barack Obama ha fatto molto, per conservare l’Europa unita. Ha ostacolato la Russia, ha insistito con il ruolo della Nato, ha cercato di portare avanti accordi commerciali internazionali come il Ttip. Ha fatto pressioni contro la Brexit…". Anche la politica espansiva di Mario Draghi, alla Banca centrale di Francoforte, non sarebbe stata possibile se la Federal reserve di Washington non l’avesse avallata.

Oggi, però, Obama è il passato. Il suo successore Donald Trump sta spazzando via molte delle sue politiche. È con la Russia, crede che la Nato sia obsoleta, mette in frigorifero il Ttip, sostiene che gli inglesi hanno fatto benissimo a mollare l’Europa.

"Bisognerà vedere che cosa farà davvero il nuovo presidente" avverte Scognamiglio. "Forse cambierà qualcosa, tra il dire e il fare. Il punto è quello che possiamo razionalmente aspettarci".

Il rischio sotto i nostri occhi, spiega l’economista, assomiglia a un puzzle composto da elementi che oggi sono solo in parte già visibili: "Non è impossibile l’uscita dall’Unione di altri Stati periferici come l’Olanda, dove si vota in marzo, o come la Polonia e l’Ungheria. Altri Paesi potrebbero poi essere risucchiati nella sfera d’influenza russa, come Ucraina, Moldavia, Georgia e Serbia".

Gli scenari che Scognamiglio propone sono due: anche per colpa di Trump, l’Unione potrebbe congelarsi per i prossimi quattro anni; o al contrario, proprio per la caduta dell’ombrello statunitense e perché finalmente libera da alcuni "Paesi disturbatori", l’Unione potrebbe riprendere il percorso e tornare ad accelerare.

"Per capirlo non ci vorrà molto tempo" profetizza Scognamiglio. "Basta aspettare le prossime elezioni francesi di maggio. Del resto, Parigi ha spesso anticipato la storia europea: fu così anche con il no al referendum sulla Costituzione comunitaria nel 2004".

In Francia, probabilmente, Marine Le Pen non vincerà al ballottaggio, ma tutto dipenderà da quanta distanza il suo oppositore riuscirà a frapporre tra sé e il Front National. "Meno forte sarà la distanza" sostiene Scognamiglio "e più sarà probabile la stasi europea".

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