Tre motivi per cui parlare di diritti umani non ha (quasi) più senso
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Tre motivi per cui parlare di diritti umani non ha (quasi) più senso
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Tre motivi per cui parlare di diritti umani non ha (quasi) più senso

Sono state perse di vista le reali priorità e i diritti sono diventati troppi, offrendo così facili alibi ai dittatori

Ha ancora senso parlare di diritti dell'uomo? Appena un paio di giorni fa si è posto questa domanda il Foreign Policy Magazine, accusando più o meno indirettamente le Nazioni Unite e tanti altri presunti paladini dei diritti umani di aver a loro volta dimenticato la loro reale importanza.

Tutto è partito dall'idea di Farida Shaheed, l'esperta indipendente delle Nazioni Unite in materia di diritti culturali, di lanciare una nuova campagna per riportare all'attenzione della comunità internazionale lo stato dell'arte in materia di diritti umani. Utilizzando una gigantografia del campione statunitense Kobe Bryant  che incombe su un campo da basket cinese accompagnata dalla scritta "Attenzione. Kobe Bryant potrebbe violare i vostri diritti umani".

Farida Shaheed pensa sia arrivato il momento di cambiare registro nella lotta alla sensibilizzazione per i diritti umani. Eppure, per molti il modo in cui vuole farlo è sbagliato, e rischia di contribuire alla drammatica e pericolosissima generalizzazione che ha recentemente travolto questo nobile concetto.

Cerchiamo di capire perché, e anche che cosa c'entra la gigantografia del cestista più famoso d'America con tutto questo. Come riportato da Foreign Policy, Farida Shaheed ha recentemente palesato l'interesse della Nazioni Unite a portare avanti un progetto che si pone l'obiettivo di verificare quanto pubblicità e marketing finiscano con l'influenzare il background culturale delle persone a cui si rivolgono e il loro stile di vita. O meglio, la libertà con cui scelgono di definire il proprio stile di vita. Usando un concetto quasi paradossale per attirare l'attenzione sull'argomento: Bryant, proiettando sulla società cinese concetti e valori come individualismo, libertà, esibizionismo e via dicendo, potrebbe finire con l'avere un impatto troppo forte sui "diritti umani" del paese. Un'altra "curiosa" iniziativa sostenuta dallo staff della Shaheed va contro la "folclorizzazione" dei diritti culturali delle minoranze. Cosa vuol dire? Meglio spiegarlo con un esempio: in Vietnam esistono delle comunità che, per tradizione, suonano uno strumento a percussione che si chiama cong. Uno strumento che, oggi, viene spesso suonato "a richiesta" per i turisti, pratica che, dal punto di vista delle Nazioni Unite, di fatto ne svilisce il peso simbolico e culturale.

Ora, tutto questo è certamente vero, e dal punto di vista dei "diritti culturali" l'impiego del cong andrebbe certamente tutelato, ma siamo davvero sicuri di voler proteggere tutti questi diritti? O meglio, siamo in grado di riuscirci? La moltiplicazione dei diritti umani, che oggi vantano altresì dozzine di diverse sfaccettature, ci ha davvero permesso di proteggerne di più o è successo esattamente il contrario?

Il Foreign Policy propende per la seconda risposta, e con argomenti piuttosto convincenti e facilmente condivisibili.

1) Non ha senso portare avanti una battaglia come quella per tutelare l'utilizzo del cong in un paese in cui diritti ben più importanti, come la liberà di culto, di fatto non esistono. Quindi insomma, è vero che dove è difficile ottenere grandi risultati conviene, nel frattempo, orientarsi su obiettivi più limitati, ma non bisogna nemmeno perdere di vista le reali priorità.

2) Non è possibile continuare a inserire nella maxi categoria dei diritti umani tutto ciò che viene in mente ai milioni di gruppi che interagiscono su questo pianeta. Libertà di espressione? Diritto all’istruzione libera? Diritto alle ferie retribuite? E’ davvero utile, e coerente, inserire questi e altri diritti nella categoria dei diritti umani? No, perché è proprio questo modo di pensare che ha tolto loro valore.

3) Ricordiamoci che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948 contava appena trenta articoli. Diciotto si riferiscono ai "diritti" che tutti gli stati firmatari devono rispettare, dodici a ideali sociali, economici e culturali cui gli stessi stati avrebbero dovuto cercare di uniformarsi. Ebbene, questi dodici punti sono stati considerati controversi fin dal primo momento, costringendo le Nazioni Unite ad optare, nel 1976, per la formalizzazione di due diversi trattati: il Patto internazionale sui diritti civili e politici e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Fino ad oggi sono stati formalizzati niente meno che 676 diversi diritti che rientrano sotto l'una e l'altra categoria, ma è evidente che tale proliferazione è utile solo ad offrire un alibi ai paesi che non hanno nessuna intenzione di allinearsi all'idea originale di rispetto e tutela dei diritti umani, pur rimanendo interessati a prendersi il merito di averlo fatto. Quando i diritti sono così tanti è facile dimostrare di "aver compiuto qualche passo avanti rispettandone alcuni", e naturalmente si tratta sempre di quelli più innocui.

Quindi insomma, forse dovrebbero essere proprio gli attivisti a riportare la campagna a favore della tutela dei diritti umani sul giusto binario. Del resto, era già stato specificato nel 1948 che nessuno dovrebbe essere discriminato per "razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o altra opinione, origine nazionale o sociale, che derivi da fortuna, nascita o da qualsiasi altra situazione". Un precetto che, se rispettato, risolverebbe molti problemi, anche per le cosiddette minoranze.

 

 

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