Sui marò l'India ci prende in giro
Sui marò l'India ci prende in giro
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Sui marò l'India ci prende in giro

Perché i governi Monti e Letta non sono stati in grado di riportare indietro due soldati che erano lì per conto nostro? Perché non ci facciamo rispettare?

 

L’Italia è stata presa in giro ancora una volta. Ci siamo intestarditi nell’assecondare le giravolte e i bizantinismi (per quanto in territorio indiano) e in definitiva i raffinati distinguo legali frutto della doppia tradizione britannica e orientale. Il fatto è che nella vicenda dei marò il governo italiano (o, meglio, i due governi che si sono succeduti dal 15 febbraio 2012, Monti e Letta) ha scelto la strada meno assertiva, meno politica, del confronto tra legulei. E adesso incassa l’ennesimo rinvio di una decisione sul tipo di accusa. Figuriamoci sull’inizio del processo.

Nel momento in cui il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha cercato di sparigliare con un colpo di testa contro-intuitivo e politico,  negando il rientro in India di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone al termine del “permesso elettorale” di marzo 2013, la prospettiva delle conseguenze economiche e diplomatiche di quella decisione ha poi indotto Monti (che prima era d’accordo) a fare una rovinosa quanto precipitosa retromarcia. E Terzi si è dimesso. Nulla di più o di meglio ha combinato Letta, che ha portato direttamente sotto la propria responsabilità la gestione della vicenda nominando un proprio inviato, Staffan de Mistura, che poi è lo stesso che da sottosegretario e poi viceministro aveva seguito la vicenda fin dalle prime ore. E niente è cambiato. Tuttora inseguiamo la catena di rinvii (ben 25 dall’inizio del caso) nelle diverse aule di tribunale che si sono occupate dell’uccisione dei due pescatori del Kerala (scambiati per pirati, quasi due anni fa, dai marò in servizio anti-pirateria sulla Enrica-Lexie).

Non abbiamo coinvolto le Nazioni Unite, non abbiamo sviluppato un’offensiva diplomatica internazionale ricordando a tutti i nostri partner che: 1) quello che è successo ai fucilieri di Marina  Latorre e Girone (esser trattati come terroristi per un incidente oltretutto avvenuto in acque non territoriali) può succedere ai militari di qualsiasi nazionalità su navi che incrociano al largo delle coste indiane; 2) Latorre e Girone erano coperti da immunità di funzione e dovevano esser giudicati nel loro paese, in Italia, come succede sempre ed è successo con gli americani che hanno ucciso il nostro Nicola Calipari in Iraq, o agli stessi militari indiani in Congo secondo quanto rivendicato dall’India; 3) l’Italia va rispettata, non foss’altro perché è un paese europeo, e la UE sta trattando con New Delhi un importante accordo per il libero scambio, e perché contribuisce in modo sostanziale alle missioni dei caschi blu nel mondo con uomini, mezzi e soldi; 4) nella vicenda dei marò le violazioni dei diritti di Latorre e Girone sono innumerevoli, dall’istituzione di un tribunale speciale calpestando il principio del giudice naturale, fino ai due anni di attesa per un processo o anche solo un capo d’imputazione.

E noi stiamo ancora a dipendere dall’incapacità dell’amministrazione indiana di metter d’accordo tre ministeri sull’applicazione di una legge piuttosto che un’altra. Quello dei marò non è un caso solo giudiziario. Latorre e Girone sono due militari italiani che operavano in nome e per conto dell’Italia. Questo è un drammatico caso politico, che rischia di compromettere l’autorevolezza e la credibilità del nostro paese. Mentre Letta dal Golfo parla di “sistema Italia che funziona” e di bel “gioco di squadra”, potrebbe per cortesia concentrarsi un po’ su cosa non ha funzionato (il sistema Italia, il lavoro di squadra…?) nella vicenda dei marò? Grazie.

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