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Stipendi e politica: quanto sono pagati i leader nel mondo

Juncker, Trump, Mattarella ecco quanto si guadagna ad essere presidente

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Anna Maria Angelone

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Il più pagato al mondo resta il primo ministro di Singapore: il 67enne Lee Hsien Loong, in carica dal lontano 2004, ha tuttora una retribuzione annua lorda pari a circa 1,7 milioni di dollari: quasi 135 mila dollari al mese, più di 6 mila dollari al giorno (circa 5.450 euro).

Una somma da capogiro per il governo di una minuscola repubblica che conta poco più di 5 milioni di abitanti, nonostante un taglio del 36 per cento accettato qualche anno fa da Loong e dai suoi ministri per spegnere le proteste dell'opposizione contro il divario sociale. Tanto più se si confronta con lo stipendio di altri premier internazionali: basti pensare che la busta paga del presidente della superpotenza americana, Donald Trump, è di appena (si fa per dire) 33 mila dollari al mese per un totale annuo di 400 mila dollari.

L'elevata remunerazione di Loong è, però, in linea con la ricchezza del paese: l'esclusivo «modello Singapore», infatti, collega il salario di chi la governa al Pil pro-capite di chi è governato (questo sfiora oggi i 58 mila dollari) e alla crescita economica (attesa, seppure in rallentamento, al 2,6 per cento nel 2019).

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I premier dei paesi più avanzati guadagnano fra i 300 e i 200 mila dollari

Stando ai dati raccolti dalla WageIndicator Foundation, organizzazione no-profit attiva dal 2003 con un progetto di controlli sui trend salariali, si piazzano di gran lunga sopra i 300 mila dollari all'anno anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel e quello austriaco, il 32enne Sebastian Kurz: entrambi possono contare su più di mille dollari al giorno. Sotto questa soglia, invece, la maggior parte dei presidenti o capi di governo delle economie più avanzate come il canadese Justin Trudeau (266 mila dollari all'anno), il francese Emmanuel Macron (quasi 213 mila dollari) e il giapponese Shinzō Abe, classe 1954 (poco più di 200 mila dollari). In questa fascia, anche il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella.

Più in basso (con una remunerazione annua inferiore ai 200 mila dollari), si trovano altri premier di paesi grandi e piccoli come la britannica Theresa May (poco più di 197 mila dollari) e il russo Vladimir Putin (meno di 135 mila dollari), l'olandese Mark Rutte (187 mila) o il portoghese Antonio Costa (quasi 115 mila), mentre sfiora i centomila dollari la lituana Dalia Grybauskaitė.

«Monitoriamo le dinamiche retributive in 70 paesi di cinque continenti», spiega a panorama.it Paulien Osse, fondatrice della WageIndicator Foundation, nata ad Amsterdam per contribuire alla traspsrenza nel mercato del lavoro. «Abbiamo un team di esperti in tutto il mondo per aggiornare i dati e misurare le variazioni: i politici sono uno dei temi chiave. È chiaro che una busta paga mensile fra le 5 e le 10 volte superiore al salario minimo di quel paese è, in genere, la forbice massima. Ma va anche ricordato che, in alcuni sistemi, solo chi è già ricco di suo riesce a essere eletto».

Il cinese Xi Jinping fra i meno pagati al mondo.

In fondo alla classifica, ovvero pagati meno di centomila dollari all'anno, ci sono il primo ministro greco Alexis Tsipras (96 mila), Pedro Sánchez (che, pur alla guida di un paese grande come la Spagna, ne prende appena 93 mila) e il presidente di un'altra superpotenza: il cinese Xi Jinping che, a seguito di un aumento dello stipendio base di tutti i funzionari pubblici nel 2015, dispone oggi di una busta paga di circa 22 mila dollari annui. Una «miseria» se si paragona agli altri politici del pianeta (pur parametrandolo al diverso potere d'acquisto da paese a paese). Un po' meno se si pensa che un'inchiesta di Bloomberg nel 2012 aveva rivelato che i familiari dei membri del Politburo cinese possiedono, nella vicina Hong Kong, proprietà di lusso, immobili e investimenti non riconducibili ai loro nomi. Frutto, verosimilmente, di “regalie” extra che consentono anche di pagare gli studi all'estero ai figli, con salatissime rette nelle più blasonate università inglesi e americane.

La carica grillina contro i salari dell'Ue.

Situate ad alta quota anche le buste paga delle massime cariche Ue, di recente finite nel mirino delle accuse degli eurodeputati del Movimento 5 Stelle: il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e quello del Consiglio europeo Donald Tusk possono contare su almeno 27.436,90 euro al mese. Poco meno per l’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini (25.845,35 euro), per i 5 vicepresidenti dell'Esecutivo Ue (24.852,26 euro) e per gli altri 21 commissari europei (22.852,26 euro al mese). Cifre che salgono ancora, grazie ad altre indennità variabili (quali residenza, espatrio e figli), i 1.500 euro al mese di spese di rappresentanza o altri benefit. Una spesa che, solo per l'anno in corso, aumenterà di quasi 2,5 milioni di euro (salendo a un totale di 12.6 milioni) per il «cambio della guardia» fra commissari uscenti ed entranti in occasione del rinnovo dei vertici delle istituzioni europee (previsti rimborsi per le spese di viaggio di commissari e familiari, indennità di prima e di nuova sistemazione, spese di trasloco per entrata o cessazione dal servizio e 682 mila euro solo per le indennità transitorie dovute a titolo di “liquidazione” a fine mandato).

Politici e manager: produttività a confronto.

Ma, ci si chiede, i politici dovrebbero essere retribuiti sulla base delle loro performance? Qualche anno fa ci provò Timothy Besley, docente di Economia alla prestigiosa London School of Economics, in uno studio sulla remunerazione dei politici che metteva in relazione i salari dei rappresentanti eletti con il reddito pro-capite nei rispettivi paesi, il bilancio del governo e la popolazione. Ebbene, nel primo caso, i premier di Regno Unito e Usa risultavano pagati meglio di quello francese. Viceversa, in relazione al bilancio, la Svezia remunerava i suoi leader di governo più degli Stati Uniti. Nel terzo caso, infine, si allineavano fra i meglio trattati i premier svedese e quello britannico.

Trovare dei parametri, tuttavia, è complicato. Il Pil o il tasso di disoccupazione di un paese, per esempio, sono oggettivi e statisticamente rilevati. Ma da soli non bastano a quantificare la bontà di un'azione politica.

«Queste retribuzioni lorde possono sembrare alte tanto più perché non tengono conto di altre voci come viaggi, trasferte e servizi vari interamente gratuiti per una carica politica» commenta Francesca Contardi, fondatrice e managing director di EasyHunters, società innovativa nella selezione delle risorse umane attraverso una piattaforma digitale. «Ma se confrontati con quelli dei manager di alcune multinazionali, a mio avviso, sono perfino bassi: basti pensare che il presidente degli Stati Uniti prende 400 mila dollari all'anno mentre il pacchetto retributivo di un Ceo delle prime cinque società al mondo, secondo la classifica di Fortune, arriva o supera i sei zero».

Eppure, politici e manager rispondono entrambi a livello civile e penale. Anche se i ruoli richiedono, talvolta, vite diverse: di fatto, un premier non va mai in vacanza e deve essere pronto a ogni emergenza, mentre un manager matura e ha diritto alle ferie come tutti i lavoratori. Alcune decisioni, per esempio una missione militare, impongono una responsabilità incomparabile con chi guida un'impresa.

Senza contare che l'incentivo per fare andare bene le cose è molto diverso: per un manager, un'azienda che cresce fa anche incassare un lauto bonus, per un politico tutto è misurato da quanto resta in sella ed è rieletto. Secondo la più celebre massima che «il potere logora chi non ce l'ha».

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