L'indipendenza (energetica) degli Stati Uniti
L'indipendenza (energetica) degli Stati Uniti
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L'indipendenza (energetica) degli Stati Uniti

L'obbiettivo dichiarato 40 anni fa potrebbe diventare realtà tra due decenni. L'unica cosa certa per ora è che gli Usa sono sempre meno dipendenti dall'estero

Nel novembre del 1973,  Richard Nixon comparve in televisione per promettere agli americani che entro dieci anni gli Stati Uniti avrebbero raggiunto l'indipendenza energetica. Milioni di persone lo guardarono, sperando che quelle parole si trasformassero prima o poi in realtà. Tre settimane prima, i paesi arabi avevano imposto un embargo petrolifero all'Occidente per punirlo (soprattutto gli Usa) per l'appoggio dato a Israele nella guerra dello Yom Kippur. I prezzi erano saliti alle stelle, l'austerità era diventata uno stile di vita, l'economia ne aveva duramente risentito. Per decenni, le parole di Nixon sono rimaste però una promessa non mantenuta. Almeno fino a ieri.

Quaranta anni dopo, nel novembre del 2013, in uno dei discorsi settimanali agli americani, Barack Obama ha detto che i progressi per eliminare la dipendenza di energia degli Usa dall'estero sono stati così grandi che ora gli Stati Uniti "hanno il loro destino energetico nelle loro mani". Quello che a molti - soprattutto nei primi anni di questo ultimo decennio - era apparso sempre e comunque un sogno, invece rischia di diventare realtà. Il traguardo dell'autosufficienza energetica potrebbe essere toccato a metà di questo secolo. Con forti ripercussioni sul ruolo e la politica degli Usa nel mondo.

Il primo paese produttore di petrolio e di gas

Nel suo ultimo rapporto semestrale, l'Agenzia Internazionale per l'Energia ha modificato le previsioni fatte in passato: aveva detto che gli Stati Uniti sarebbero diventati il primo produttore di petrolio nel 2017. Ma non sarà così. Il sorpasso dell'Arabia Saudita arriverà prima, nel 2015, forse addirittura nel secondo semestre del 2014, quando gli Usa saranno in grado di produrre 11 milioni di barili al giorno. Il trend sarà questo per gli anni a venire, fino a quando - dicono sempre le previsioni - nel 2030, l'America produrrà tanto petrolio da poterne esportare. Secondo molti esperti, sarà quella l'anticamera dell'autosufficienza energetica. Perché contemporaneamente,  saranno già da tempo anche il massimo produttore di gas (il sorpasso sulla Russia è stabilito nel 2015). Allora, ogni dipendenza dall'estero sarà finita. E gli Usa potranno dare le carte (internazionali) in un modo molto diverso rispetto al passato.

Quando Richard Nixon andò in televisione nell'autunno del 1973, l'importazione di petrolio era pari al 35% del fabbisogno energetico; nel 2005 era salito al 60%. Ora è tornato ai livelli esatti di quaranta anni fa. E, i dati ci indicano che la tendenza è in netto, ulteriore calo. Questo grazie a un aumento dalla produzione interna di greggio del 50% dal 2008, ma anche allo sviluppo dell'industria del gas (basato sul shale gas, il metano delle argille), a nuove tecnologie di ricerca e di produzione (la combinazione dell'estrazione orizzontale con la fratturazione idraulica), ai minori consumi delle automobili (ora la media è di 24.7 miglia con un gallone di benzina contro le 20.8 del 2008) e a un più generale ottimizzazione del risparmio energetico. Una sorta di rivoluzione; un Rinascimento (dell'energia) per gli Usa.

La produzione di shale gas è passata dal 2% del 2000 all'odierno 44%. Ne hanno beneficiato interni territori. Il North Dakota  è diventato il secondo stato per la produzione energetica, dopo il Texas, soppiantando l'Alaska e la California. Nel settore sono stati creati milioni di nuovi posti di lavoro, Una manna dal cielo, dopo la crisi del 2008. Ma all'orizzonte c'è altro. Una tale ricchezza di energia, secondo gli esperti consiglieri dell'amministrazione Obama, potrebbe permettere una più veloce rinascita dell'industria manifatturiera americana e attrarre investimenti dall'estero. Ecco il volano per creare altri milioni di posti di lavoro.

Le conseguenze geopolitiche

Senza più la dipendenza dal petrolio estero, nei prossimi decenni, molto potrebbe cambiare per la politica estera di Washington. L'ipotesi che l'America si disimpegni a poco a poco dal Medioriente è possibile, ma non certa. E'vero che nel corso degli anni l'autosufficienza energetica potrebbe dare ossigeno a spinte sempre più isolazioniste (senza più interessi nazionali ed economici da difendere, Washington potrebbe decidere di non intervenire in aree considerate finora strategiche), ma è anche vero che non basta quella condizione per essere al riparo da ogni incognita e pericolo in un mondo interdipende dal punto di vista economico.   

Uno studio del Center for Strategic and International Studies afferma che solo una piccola parte della forze armate americane dislocate nel Golfo Persico dovrebbe essere spostato sul fronte dell'Oceano Pacifico (teatro del confronto con la Cina), mentre è più facile che ci sia una riduzione dei soldati di stanza in Europa (continente sempre meno interessante agli occhi di Washington). Questo perché (con tutta probabilità), l'America vorrà ancora avere un ruolo nella regione. Nei prossimi anni, la domanda energetica della Cina sarà sempre più forte. Pechino guarderà sempre di più verso il Medioriente. Una presenza americana può servire a  condizionare la politica di approvigionamento energetico cinese. Con sempre maggiore forza e incisività, se si pensa poi al fatto che gli Usa diventeranno a loro volta, una potenza (indipendente) dell'Energia.

Inoltre, agli Usa interesserà sempre e comunque un Medioriente stabile. Se scoppiasse un conflitto nella regione, non sarebbero immuni da ripercussioni anche sulla loro economia.  L'America vuole incrementare l'esportazione dei suoi prodotti, ma questa politica commerciale può essere danneggiata da una crisi internazionale nel Golfo Persico.

Il traguardo dell'autosufficienza nel campo dell'energia, ad ogni modo, dovrebbe contribuire a rendere sempre più forte la spinta (già in corso dopo l'avvento di Barack Obama alla Casa Bianca) verso est, verso l'area ritenuta più strategica per il futuro: l'Estremo Oriente. E'lì che si giocherà la partita (di contenimento) della Cina. Il Grande Drago per crescere ancora avrà bisogno sempre di più di greggio e di gas. Un'America, invece, diventata una vera e propria potenza energetica, non più dipendente dall'estero, potrebbe giocare al meglio le sue carte contro Pechino. .

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