Tutte le inchieste sulla casta delle regioni
ANSA/ANGELO CARCONI
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Tutte le inchieste sulla casta delle regioni

I consiglieri indagati sono più di 500. E avrebbero sottratto 60 milioni di euro ai gruppi. Regione Sicilia: focus  - La classifica delle spese pazze

Da Batman a Diabolik, l’ecatombe giudiziaria dei consiglieri regionali è simboleggiata da due inafferrabili personaggi dei fumetti. Settembre 2012: Francone Fiorito, ex capogruppo del Pdl in Lazio, rinominato appunto «er Batman», diventa emblema del latrocinio nei parlamentini: ha sottratto 1,3 milioni dalle casse del partito (tra le spese, giova ricordare un suv Bmw, pagato 88 mila euro, con comoda rateazione a noi addebitata). Ma le imprese predatorie del «federale de Anagni» sono solo l’incipit del romanzo criminale della casta. 

Nei mesi a seguire, una dopo l’altra, 15 Regioni finiscono sotto inchiesta (vedere mappa ). Verifiche tanto capillari e corpose da rendere improbo perfino un computo. Sono 494 i consiglieri coinvolti: 393 indagati, 75 con una richiesta di rinvio a giudizio, 20 sotto processo, 6 condannati in primo grado. I magistrati stanno indagando su una montagna di soldi pubblici: quasi 60 milioni di euro. Fondi ai gruppi consiliari che sarebbero stati usati per finanziare le spese più varie e sostanziose. Fuoriserie, cenoni di Capodanno, pranzi pasquali, biancheria intima, iPad, banchetti nunziali, cresime, battesimi, regali di nozze, necrologi, multe, riparazioni, oboli alle parrocchie. Fino ad arrivare agli albi di Diabolik, appunto, acquistati in blocco dall’ex onorevole siciliano Livio Marrocco, già capogruppo di Futuro e libertà, defunto partito di finiana memoria. 

Così, da Batman a Diabolik, sono passati 16 mesi. Le inchieste avviate dalla magistratura hanno dipinto un quadro di meschinità e ruberie desolanti. Dall’arco prealpino alle isole, l’uso illecito dei soldi ai gruppi s’è fatto sistema. Tanto da essere appena diventato uno dei tre punti dell’accordo sulle riforme costituzionali tra il segretario del Pd, Matteo Renzi, e il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Il patto prevede: l’eliminazione dei rimborsi e l’equiparazione dell’indennità dei consiglieri dei parlamentini a quella del sindaco della città capoluogo. Oltre alla restituzione al governo centrale della competenza su alcune materie (vedere l’intervista a Giovanni Pitruzzella a pagina 43): reti strategiche di trasporto, energia e turismo. Un argine alla scarsa efficienza dimostrata spesso dalle regioni. E alla spudoratezza con cui a volte sono stati maneggiati soldi pubblici. Faccia fede l’intercettazione captata dai magistrati genovesi e finita nell’inchiesta sul disinvoltissimo uso di danari dell’Italia dei valori in Liguria. Il 27 settembre 2012 il tesoriere del gruppo in regione, Giorgio De Lucchi, è al telefono con la moglie che lo aiuta a tenere l’audace contabilità. «Amore, ho trovato gli scontrini del 2012» esulta lei. «Amore, puoi farci il purè» replica il consorte.  

Chiaro che tanto disprezzo per la trasparenza abbia portato a rari livelli di sdegno popolare. Che hanno sfasciato prima la giunta del Lazio e poi quella della Basilicata, costringendole a nuove elezioni. E adesso in Sicilia rischia di mandare a catafascio il già traballante governo a trazione democratica, guidato da Rosario Crocetta (vedere l’articolo a pagina 44): metà dei deputati del Pd in carica sono finiti nell’ultima inchiesta della Procura di Palermo, pittorescamente descritta «La casta con le sarde» dal mensile siciliano S. Sono indagati per peculato 83 politici, tra cui 32 consiglieri in carica. Tra spese personali e per i gruppi, i pm stanno verificando 10 milioni di euro. All’onorevole finiano Marrocco, per esempio, non viene contestata solo la passione per le avventure a fumetti del ladro in calzamaglia nera. Ci sono pure: abbigliamento, profumi, occhiali, lavanderia, la revisione dello scooter, il pranzo di Pasqua, scorte di pasta fresca. Eccetera eccetera. Praticamente, non sazio dello stipendio da 13 mila euro netti al mese, avrebbe vissuto a scrocco dell’assemblea.

Anche Giulia Adamo, oggi sindaco di Marsala, non si sarebbe sottratta. Donna da record, lei. Nella scorsa legislatura ha guidato ben tre gruppi parlamentari: misto, Pdl Sicilia e Udc. E anche le sue spese si sono adeguate a cotanto girovagare: borsa Luis Vuitton, cravatte e carré di seta Hermès, vini rossi da 100 euro. Per la tre volte capogruppo è stata una legislatura di oneri e onori. Nel 2010 convola a nozze il figliolo dell’onorevole Nino Strano, indimenticato senatore di An, che nel 2008 venne immortalato mentre s’ingozzava di mortadella per festeggiare la caduta del governo Prodi. E lei non si sottrae: le nozze del rampollo dello statista catanese vengono onorate con una coppa d’argento da 1.600 euro. 

Alla voce omaggi nuziali siculi, chi stacca tutti è il Pd: quasi 6 mila euro. Cui si aggiungono 17.763 euro di «omaggi e regalie», 13.767 di necrologi, 20.816 euro di sms, 28.150 euro per generici sondaggi elettorali. Precisione che invece non fa difetto a Giovanni Greco, del Pds-Mpa. Tra le sue distinte sbuca: «Elaborazione di statistiche delle elezioni politiche del maggio 2012». Affidata alla Atlante servizi, ignota ai più ma conosciutissima a Greco. Rappresentante legale della società è difatti la consorte, Giuseppina Schimmenti. Chiariamo: l’uomo non difetta di generosità. Tra le ricevute sequestrate spunta anche un pranzo offerto a 200 persone nel ristorante La sovarita di Marineo, suo feudo elettorale nel Palermitano. «Menù a prezzo fisso» recita la laconica ricevuta: 4 mila euro in totale. 

Chi erano i fortunati commensali? Mistero. Mentre un po’ di luce è stata finalmente fatta sulla cena che sancì il patto scellerato tra il Pd e il Movimento per le autonomie dell’ex governatore Raffaele Lombardo: un banchetto da 5.400 euro, cui parteciparono tutti i deputati dei due gruppi parlamentari. Accordo pagato da noi, ovviamente. Ancora: mentre cresceva il disappunto per le lamelle di spigola servite nella buvette sicula a 3,10 euro, solo l’Mpa, tra il 2008 e il 2009, salda al ristorante dell’assemblea conti per 42 mila euro. Ma è davvero impossibile essere esaustivi: sarebbe un torto alla fantasia degli onorevoli isolani. Le voci finite nel rapporto della Guardia di finanza sono sbalorditive: compresi i versamenti sui conti correnti dei deputati e i pagamenti a dipendenti fantasma.     

Mentre deflagrava l’inchiesta della Procura di Palermo, maturavano i frutti giudiziari sulle spese pazze in Piemonte. Così, anche in terra sabauda si sono riscoperti austeri come i completi fucsia indossati da Cetto La Qualunque. Il 16 gennaio 2014 la Procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per peculato di 40 consiglieri piemontesi: solo di centrodestra, però. Tra i politici coinvolti c’è il governatore leghista Roberto Cota. Mentre è stata archiviata la posizione di tutti gli eletti del Pd, compresa l’ex presidente della regione Mercedes Bresso

Domenico Aiello, difensore di Cota, va giù duro: «L’indagine purtroppo colpisce solo una parte, in maniera chirurgica e mirata. Restano però molti dubbi». L’avvocato si riferisce soprattutto a Bresso: i pm le contestavano 9.600 euro prelevati nel 2010 dai conti del movimento «Uniti per Bresso», di cui è capogruppo: 3.840 euro impiegati in manifesti e altri 4.800 in spot. Peccato che quei lavori fossero stati commissionati dal comitato elettorale «Passione Piemonte», che sosteneva la candidatura della «zarina del Pd». Commenta Aiello: «Sono convinto che, a parti invertite, si sarebbe proceduto quantomeno per le fatturazioni false, di cui vi è ampia prova nella richiesta di archiviazione». 

Ai consiglieri che rischiano il processo è invece contestato di tutto: souvenir del duce, mazze da golf, discoteche, tv, frigoriferi, congelatori, fiori, viaggi in Norvegia, ostriche e champagne, baby sitter, gratta-e-vinci, remise en forme, corsi per imparare a usare i social network, campane per mucche e finimenti per cavalli. Negli stessi giorni della richiesta di rinvio a giudizio avanzata dai pm torinesi, a Genova veniva arrestato Nicolò Scialfa, ex vicepresidente del consiglio regionale, già capogruppo di quell’Italia dei valori ribattezzata con perfidia «La banda dei valori» dal Secolo XIX. Tutti i consiglieri dipietristi sono indagati. Scialfa deve rispondere di peculato e falso in atto pubblico per un ammanco di 70 mila euro. Il 20 gennaio il gip di Genova Roberta Bossi ha rigettato la richiesta di revoca dei domiciliari presentata dagli avvocati dell’ex Idv: «Ha fornito solo dichiarazioni evasive, sconfinanti nell’assurdo, palesemente menzognere, finalizzate a stravolgere l’evidenza anche davanti a realtà documentali».

L’ex capogruppo del Pdl in Sardegna, Mario Diana, è invece rinchiuso nel carcere di Oristano dal 6 novembre 2013: «Uomo dotato di notevole capacità a delinquere, privo di scrupoli, un monarca assoluto» scrivono di lui i magistrati, che gli hanno negato i domiciliari. Dal 2009 al 2012 Diana non avrebbe giustificato 271.149,79 euro: tra gli acquisti sospetti figurano due Rolex, nove libri antichi e 69 penne Montblanc, tra cui una Etoile da 695 euro. La Procura di Cagliari, in questi mesi, ha indagato su 24 milioni spesi dai gruppi tra il 2004 e il 2012. I consiglieri indagati per peculato sono 46. Tra questi, c’è pure Francesca Barracciu, del Pd, che un mese fa, travolta dalle critiche, s’è dovuta ritirare dalla corsa per la presidenza della regione, previste il 16 febbraio.  

Altri 19 consiglieri, compreso Diana, sono stati rinviati a giudizio per peculato aggravato. Nell’inchiesta è finito anche Carlo Sanjust, del Pdl. Arrestato con l’accusa di aver pagato con i fondi del gruppo il lussuoso ricevimento di nozze per 300 invitati, accorsi nella passeggiata coperta del Bastione Saint Remy, a Cagliari, il 9 maggio del 2009: un banchetto costato 25 mila euro. Solo dopo averli restituiti, Sanjust ha ottenuto i domiciliari. Auguri e figli maschi. Adesso anche lui è sotto processo. 

Come Silvestro Ladu, ex consigliere del movimento Fortza Paris, cui i pm contestano quasi 250 mila euro di spese indebite. In onore del regionalismo per cui si batte il suo partito, Ladu organizza persino una pittoresca convention al santuario di San Costantino, a Sedilo, provincia di Oristano. Con un assegno da 10.500 euro paga un vitello grasso, 30 pecore da fare arrosto, vino, bibite e formaggi. Uno spuntino elettorale, in perfetta tradizione sarda: come non inserirlo tra le spese a piè di lista? 

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