Siria, la Russia teme il terrorismo di "ritorno"
MIKHAIL MORDASOV/AFP/Getty Images
Siria, la Russia teme il terrorismo di "ritorno"
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Siria, la Russia teme il terrorismo di "ritorno"

I servizi segreti di Mosca, in un crescendo di preoccupazione in vista delle Olimpiadi invernali di Sochi, intravedono possibili attentati in patria

per Lookout News

“Torneranno, e questo fatto costituisce un’enorme minaccia per la Russia”. A dirlo è Sergei Mikhailovich Smirnov, vice direttore dell’FSB, ovvero il servizio segreto russo responsabile di sicurezza interna, anti-terrorismo e contro-spionaggio. Il riferimento dell’ufficiale è ai giovani islamici russi del Caucaso che, dal 2011 in poi, sono partiti per andare combattere in Siria a fianco dei ribelli. 

Il flusso di combattenti dal Caucaso del Nord verso la Siria è in costante aumento e anche quest’anno – in particolare dopo le richieste di aiuto lanciate dai ribelli, sempre più in difficoltà – il loro numero continua a crescere: secondo l’FSB, solo nel mese di giugno circa duecento russi sono stati segnalati tra i gruppi affiliati ad Al Qaeda in Siria.

La maggior parte di questi militanti aderisce al salafismo, la branca ultra-conservatrice dell’Islam sunnita. Anche se non hanno il sostegno di tutti i salafiti (alcuni dei quali disapprovano apertamente i loro metodi e contestano la liceità del loro jihad), i combattenti islamici appaiono profondamente convinti della loro missione.

Del resto, in molte aree e repubbliche ex sovietiche – dalla Cecenia all’Inguscezia, dal Daghestan al Kabardino-Balkaria – la cultura anti-russa è fin troppo radicata e gli attacchi contro lo Stato hanno rappresentato la normalità sin dai giorni della disgregazione dell’URSS. Così oggi, le nuove generazioni cresciute all’ombra del fallimento sovietico sono descritte schiere di giovani fortemente disillusi, schiacciati dalla corruzione e dalla brutalità della polizia, depressi per la disoccupazione e con la chiara percezione di essere considerati da Mosca soltanto come cittadini di serie B. Perciò, il conservatorismo religioso qui attecchisce perché talvolta è la sola risposta che trovano. 

A Novosasitli, un piccolo villaggio in Daghestan, si racconta che il gioco più diffuso tra i giovani del luogo non è più “guardie e ladri” ma piuttosto “guardie e insorti”. Qui, infatti, la cultura anti-Stato, insurrezionalista e indipendentista, si è radicata nel profondo delle coscienze: buona parte dei residenti vede nella polizia l’incarnazione del nemico, e considera lo Stato russo niente più che un regime corrotto e traditore, soprattutto dopo il sostegno offerto al regime di Assad.

Il pericolo per i giochi olimpici invernali di Sochi

Ma a preoccupare l’FSB non sono tanto l’affiliazione islamica della popolazione o i flussi di combattenti verso la Siria  - fenomeni di cui sono ben note le dimensioni - quanto piuttosto il ritorno di fiamma che questo potrebbe costituire per la Russia: già quest’estate Doku Umarov, un capo carismatico ceceno, ha esortato apertamente tutti i combattenti del jihad a impiegare “il massimo sforzo” per sabotare le XXII Olimpiadi Invernali che si terranno a febbraio a Sochi, sulle rive del Mar Nero. 

Il presidente russo, Vladimir Putin, tiene particolarmente ai giochi invernali, che rappresentano per lui un’imperdibile occasione di visibilità e prestigio internazionale (per rinvigorire l’orgoglio russo, ha addirittura dato il via a un’operazione d’immagine sensazionale, spedendo la fiaccola olimpica nientemeno che nello spazio). Così, quello che più si teme oggi al Cremlino è che il terrorismo islamico di matrice russa – abituato a gesta clamorose – riesca a rovinare quella festa, con attentati o dimostrazioni violente. Anche perché la Siria, per quei combattenti, è un’ottima palestra dove addestrarsi alle arti della guerra, per poi portare il terrore fin dentro casa propria.

Per impedire che tutto questo accada, Vladimir Putin ha così firmato un emendamento alla legge anti-terrorismo, che rende penalmente responsabile, e dunque perseguibile anche in patria, chi combatte o è parte di un gruppo armato all’estero. Anche l’affiliazione e l’addestramento sono puniti con pene che vanno dai sei ai dieci anni di carcere.

Siria, la guerra infinita

In ogni caso, il problema non può essere risolto a colpi di legge e il nucleo della questione è sempre lo stesso: la cessazione delle ostilità in Siria. All’ombra della macchina diplomatica - che in Svizzera si preoccupa più di capitalizzare le rendite di posizione di fronte all’opinione pubblica piuttosto che trovare una soluzione credibile - la guerra civile siriana è ormai ascrivibile a un conflitto di lunga durata, dove i ribelli non sono più in grado di vincere e dove Bashar Assad (che ha capito questo) non è più disposto a farsi da parte, neanche se glielo chiedesse la Russia. 

Così, le potenze straniere che hanno interessi e influenze dirette nel conflitto, restano a osservare, in attesa che le cose si sistemino da sole. Ma come potrebbe essere possibile? I campi di battaglia seminati tra Damasco e Aleppo produrranno inevitabilmente la malapianta del risentimento ed è proprio ciò che gli analisti dei servizi segreti russi stanno dicendo a Putin: lasciare che la guerra faccia il suo corso e che il Paese conosca una frammentazione, non farà altro che accrescere il risentimento di una o dell’altra fazione per chi ha lasciato che questo accadesse. E ciò costituisce un pericolo reale per la Russia che, stavolta, ha più ragioni per temere ondate di terrorismo di quanto non debbano gli Stati Uniti.

Se ormai per Washington quella guerra non sembra più avere un’importanza capitale, per Mosca invece c’è ancora tutto da guadagnare. O da perdere.

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