La Siria ha usato armi chimiche. E adesso?
La Siria ha usato armi chimiche. E adesso?
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La Siria ha usato armi chimiche. E adesso?

L'annuncio di Barack Obama apre scenari ad "alta tensione" in tutto il Medio Oriente

(per Lookout news )
La Siria ha usato armi chimiche, è stata superata la red line. C'è bisogno di no-fly zone. Sono alcune delle frasi pronunciate poche ore fa a Washington, dove la Casa Bianca ha annunciato, nel corso di un incontro stampa fuori programma, di avere informazioni certe che sia stato fatto uso di gas da parte del regime e che, di conseguenza, questo cambia le regole del gioco.

“Non sappiamo quando siano state usate esattamente, ma abbiamo identificato chiare tracce del fatto che sono state usate. L’intelligence stima che circa 100 o 150 persone siano morte” ha affermato un portavoce della Casa Bianca, irrompendo nel pomeriggio dell’America che stamani si risveglia con la possibilità di imbarcarsi in una nuova escalation militare.

E adesso? Secondo il Senatore Lindsey Graham si può passare alla seconda fase: “L'obiettivo è quello di porre fine alla guerra. E l'unico modo in cui questa guerra può finire in fretta, e alle nostre condizioni, è quello di neutralizzare i mezzi aerei di cui dispone Assad”, ha dichiarato. Gli ha fatto eco il Senatore John McCain, che ha preconizzato una “no-fly zone”, dopo aver ascoltato i ribelli siriani, che chiedono anche l’utilizzo di missili Patriot per sconfiggere l’esercito di Bashar Assad.
La Casa Bianca non ha detto che avrebbe fornito armi ai ribelli, ma ha annunciato di voler “aumentare la portata e le dimensioni di assistenza all'opposizione”. Un gioco di parole che, di fatto, avvicina velocemente gli Stati Uniti alle coste siriane del Mediterraneo. L'amministrazione Obama ha anche comunicato che la Russia dovrà accettare il fatto che la destituzione di Assad è un passaggio inevitabile per il futuro della Siria. Così, con ogni probabilità, presto chiederà al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di approvare la no fly-zone.

Nel frattempo, molto - ma non tutto - si deciderà tra il 17 e il 18 giugno in Irlanda del Nord, dove si svolgerà quella che si preannuncia come una delle più difficili riunioni del G8 degli ultimi tempi (a cominciare dal nome del luogo, il Lough Erne Resort a Enniskillen) e alla quale parteciperanno gli otto Paesi considerati più industrializzati al mondo: Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti.

La Russia, in assenza della Cina, dovrà tenere duro - e non c’è dubbio che lo farà. Ma l’accelerazione degli Stati Uniti nella discussione internazionale circa l’intervento in Siria è da leggersi diversamente dalle minacce russe: quando la Russia annuncia di fornire armi micidiali come i missili S-300 ad Assad lo fa in funzione difensiva, per tutelare lo status quo. Mentre quando lo annunciano gli Stati Uniti la cosa si fa un po’ più aggressiva, visto che lo scopo è “terminare” lo status quo.

Tutto questo avviene nel momento di maggior difficoltà per i ribelli siriani che, in rotta da Al Qusayr, la città-chiave al confine libanese riconquistata solo pochi giorni fa, sono seriamente preoccupati di non poter mantenere più alcuna roccaforte, Aleppo compresa. E Washington sa bene che prendere Aleppo significherebbe prendere la Siria. Perciò, come vanno ripetendo da mesi Francia e Regno Unito, bisogna agire subito: “Dobbiamo fermare l'avanzata prima di Aleppo, il prossimo obiettivo di Hezbollah e degli iraniani'' ha detto il capo della diplomazia francese, il ministro degli Esteri Laurent Fabius, solo due giorni fa.  

In tutto questo, la Conferenza di pace di Ginevra quasi non viene più nominata e, derubricata a luglio, ci si chiede se mai ci sarà e quali risultati potrà portare, visto che la battaglia infuria sia a livello diplomatico che sul campo. Si ha la sensazione, insomma, che tutte le parti in causa vogliano andare fino in fondo.

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