Se la piccola Alua finisce in un orfanotrofio
Se la piccola Alua finisce in un orfanotrofio
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Se la piccola Alua finisce in un orfanotrofio

Il dramma della kazaka di 46 anni e di sua figlia di 6: terminali innocenti di una spy-story alla quale contribuiscono i nostri “uomini dello Stato”. Impariamo da Londra

Proviamo a resettare tutto e a tornare all’inizio della vicenda. A quella notte del 28 maggio in cui una quarantina tra poliziotti e chissachì fanno irruzione nel villino romano in cui abitano una donna kazaka di 46 anni, Alma, e sua figlia di 6, Alua, con un altro parente e il personale di servizio. Voglio che restiamo concentrati su quello che ha provato la più piccola, Alua. Ripeto: 6 anni. Quella bambina, insieme alla madre, è il terminale innocentissimo di una spy-story alla quale contribuiscono i nostri valenti (si fa per dire) “uomini dello Stato”.

Un’agenzia investigativa ha individuato Alma e Alua, moglie e figlia di un leader dell’opposizione kazako, Mukhtar Ablyazov, espatriato a Londra dove ha ottenuto lo status di rifugiato politico. La famiglia è frantumata per via dell’asfissiante pressione di agenti kazaki nel Regno Unito. Al punto che Alma, su suggerimento dei britannici, ha scelto il sole di Roma per restituire un po’ di normalità (serenità è dir troppo) alla sua bambina. Che allegramente frequenta la scuola.

Torniamo a quella notte. Immaginiamoci nei panni di Alma che sulle prime, a quanto leggiamo da dettagliati resoconti, ha talmente paura che nega di essere la moglie del dissidente. E non esibisce tutti i documenti che potrebbero/dovrebbero proteggerla. Non subito, almeno. Ha la percezione di essere finita in un blitz dei nemici della sua famiglia, quei kazaki che per via “diplomatica” hanno brigato tra Viminale e Farnesina, Interni ed Esteri, per scatenare su quel villino la tempesta perfetta.

Per il momento sappiamo (ma quanto ancora dovremo apprendere nei prossimi giorni e forse mesi?) che la filiera di comando di quel blitz ha scalato tutti i livelli amministrativi del Viminale fino al capo di gabinetto del ministro Alfano. Sappiamo che un alto dirigente degli Esteri ha pure messo nero su bianco che Alma non ha immunità diplomatica. Intanto, i servizi segreti sembrano svaniti. In tre giorni la donna con la sua bimba (ribadisco: 6 anni) non solo viene espulsa, ma caricata su un aereo privato noleggiato dal Kazakistan. Perché, si dice, se avesse preso un volo di linea l’apparecchio sarebbe stato attaccato da terroristi a Mosca!

Ogni volta mi sforzo di tornare a Alua. E alla sua mamma. La ragion di Stato a volte può schiacciare i diritti individuali (pure quelli dei bambini). Succede se c’è in ballo la sicurezza nazionale. Collettiva. Si capisce. Non siamo anime belle. Sappiamo come funzionano i meccanismi di governo. Il compromesso, la bugia, le coperture, entro certi limiti fanno parte di una corretta attività istituzionale nell’interesse del paese. In questo caso, però, no. Qui c’è soltanto una brutta storia di favori concessi non si capisce a chi, per cosa, a quale livello, in cui emerge tutto il peggio dell’Italia (con tanto di coda politica, cioè di strumentalizzazione della vicenda per far cadere il governo). La realtà è, tragicamente, una sola: l’orrore di un paese che non ha rispetto per se stesso, e di uomini delle istituzioni (e forse del governo) che consegnano una bambina e la sua mamma agli emissari di uno Stato straniero dal nome sconosciuto ai più. Per compiacere o ottenere in cambio quello che, rispetto agli occhi smarriti di una fanciulla di 6 anni destinata ora probabilmente a un orfanotrofio kazako, non potrà mai essere altro che un miserabile piatto di schifosissime, maledette lenticchie.

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