Berlusconi: oggi la sentenza
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Berlusconi: oggi la sentenza

La vigilia, le tensioni dell'attesa vissute nei palazzi della politica, dalle sedi di partito al Quirinale - lo speciale di panorama.it sul processo Mediaset -

Ci siamo. Dalle 12 di questa mattina, quando comincerà la camera di consiglio della sezione feriale della Cassazione, scatta l’ora x di un verdetto che suonerà come un giudizio su vent’anni di politica italiana, dominata da Silvio Berlusconi. I parlamentari dello stato maggiore del Pdl o tacciono, o si dichiarano «ottimisti», come Renato Brunetta, o fanno un richiamo alla «ragionevolezza», come Fabrizio Cicchitto, o avvertono che «dopo Berlusconi c’è solo Berlusconi», come fa Mariastella Gemini per ribadire che l’ex premier, comunque andrà, resterà in campo. Alla guida dei quasi dieci milioni di consensi dell’Italia moderata e riformista che lo ha votato. Per ribadire, insomma, che  anche se fosse estromesso dalla politica parlamentare, lui  resterà al di fuori dal Palazzo della politica come un Beppe Grillo del centrodestra. Ci siamo.

Sono le ore più lunghe per Berlusconi e il Pdl, ma sono anche le ore più difficili per il Pd.

L’ex segretario Pier Luigi Bersani alla vigilia dal verdetto su Mediaset seduto per pochi minuti su un divano del Transatlantico dice: «Ecco, avete capito bene non chiedetemi nulla». Non gli si riesce a strappare una notizia neppure su dove andrà in vacanza: «Sì, certo in Emilia, poi vedo…».

Sembra che in realtà andrà in Sardegna, ma non ha esattamente l’aria di uno rilassato che si appresta alle ferie. Narrano che a poche ore dal verdetto della Cassazione abbia confidato questa preoccupazione ai suoi: «Il problema sarà il Pd…». Ovvero la tenuta del partito rispetto al governo di larghe intese, proprio quel governo contro il quale lui da segretario e premier preincaricato fece una tenace battaglia con l’esito di quel «fallimento» ricordatogli recentemente dal capo dello Stato. Questa è come una sfida all’Ok Corral sulla tenuta dei nervi da una parte e dall’altra. Con il Pd che spera saltino al Pdl, con il Pdl che invece con il suo leader si blinda fermo e immobile nell’impegno preso con Giorgio Napolitano sul governo di Enrico Letta e Angelino Alfano. E lo fa fino al punto di disdire una manifestazione alle cinque della sera di oggi primo agosto, di cui aveva dato l’annuncio Daniela Santanché, sotto Palazzo Grazioli, casa-ufficio di Berlusconi che lì sta attendendo il verdetto da lunedì quando è tornato a Roma da Arcore. «Ma è opportuna una manifestazione così? Vedrete sarà lo stesso presidente Berlusconi a sconvocarla ammesso che sia mai stata convocata», confidano parlamentari del Pdl nella tarda sera che precede il primo agosto, giorno del giudizio. Perché la linea resta una e una soltanto: anche in caso di conferma della condanna non sarà Berlusconi a staccare la spina al governo Letta-Alfano, proprio quel governo che lui stesso ha voluto.

Non è tattica, è semplicemente così. E così narrano che risulti a Giorgio Napolitano, il lord protettore di quel governo, detto «Lord Carrington» nel Pci di operai e contadini al quale, lui, un alto borghese giovanissimo aderì. Immaginare o solo interpretare i pensieri ad alta quota dalla Val Fiscalina dove è ancora in vacanza, di «Re Giorgio secondo» è impossibile. Ma certamente Napolitano a quel governo, bollato anche nel Pd come «un governicchio», tiene molto. Ci ha messo la faccia e alla soglia dei novant’anni (ne ha 88). Dopo essere stato pregato da un pellegrinaggio della politica (primo Berlusconi, ultimo paradossalmente Bersani, che dalla storia politica di Napolitano proviene) a restare sul colle più alto, primo presidente della storia repubblicana chiamato a svolgere un secondo mandato.

L’amico di una vita Emanuele Macaluso, che si trova in vacanza con il presidente della Repubblica, ha scritto su «L’Unità» ( di cui fu direttore), rispondendo a Ernesto Galli della Loggia, su «Il Corriere», che il Pd non può essere un partito di «liberi pensatori». Ribadisce Macaluso che lui al Pd non ha aderito, ma lo invita in sostanza a darsi un progetto, un’identità. Le «regole» delle primarie «non possono essere  un programma», osserva Cicchitto, seppur da posizioni diametralmente opposte rispetto a quelle di Macaluso. Ma, intanto, chissà forse per esorcizzare l’attesa di quello che potrebbe essere un «big-bang», come riconosce il capo dei  popolari del Pd Beppe Fioroni, la questione delle regole ( contro Matteo Renzi) tiene banco nel Pd. «Mentre qui domani (oggi ndr) rischia di essere davvero un altro giorno. Sono ragazzi fatti così: Rosy Bindi in agguato per staccare la spina in caso di condanna del Cavaliere, Pippo (Civati ndr) magari paradossalmente preoccupato di perdere il ruolo del dissidente, Epifani che più che stare al Largo del Nazareno, se ne sta nelle feste di partito in cerca di consensi per restare segretario….e qui domani (oggi ndr) chissà che capita..», confida, sotto anonimato, un parlamentare che conosce bene i meccanismi del Pd. Giocatore di rimessa nella sfida all’Ok Corral della politica italiana.

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