Se Mosca piange, l’Europa non ride

Le sanzioni e la caduta del rublo e del prezzo del petrolio produrranno risvolti negativi non solo in Russia. Per leggere il futuro bisogna guardare a Kiev

Putler nel centro di Lviv

7 maggio 2014. Dei passanti osservano dei graffiti su un muro del centro di Lviv, in Ucraina – Credits: YURIY DYACHYSHYN/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Nessuno vince se l'economia della Russia cade a pezzi. Gli economisti lo gridano e i politici lo sanno, e bene anche. Ciò nonostante, “far passare agli speculatori la voglia di giocare con il rublo”, come dice il presidente russo Vladimir Putin, potrebbe non essere semplice.

La preoccupazione dei grandi oligarchi russi, così come delle aziende di Stato, è alta e anche se ancora non si è diffuso il panico, il rischio c’è. Ma non sono solo i russi a temere per la propria moneta e conseguentemente per la propria economia. Ci siamo anche noi.

La caduta libera del rublo, infatti, sommata alle sanzioni economiche varate a partire da agosto da USA e UE in risposta all’atteggiamento aggressivo del Cremlino in Ucraina - almeno, questo è secondo la vulgata - sta già erodendo profitti sostanziosi e danneggiando gli interessi delle aziende vocate all’estero e delle multinazionali che hanno sede o attività commerciali in Russia. E le ritorsioni di Putin sui prodotti europei non hanno migliorato le cose.

I danni delle sanzioni contro la Russia
Già oggi, sui banconi dei supermercati russi è difficile, se non impossibile, trovare verdure, carni, pesci, frutta, latte e qualsiasi altro prodotto lattiero-caseario proveniente da Europa, Stati Uniti, Australia e Canada. Se si pensa che nel 2013 l’export in Russia è corrisposto al 10% delle esportazioni totali dei prodotti alimentari dell'UE (per un valore di 15 miliardi di dollari, proprio il credito che Mosca vanta nei confronti di Kiev), si capisce quanto profondo sia il problema.

 E non solo per il palato dei cittadini russi, che non possono più scegliere liberamente di “mangiare europeo”, ma soprattutto per le migliaia di aziende come se ne trovano numerosissime in Italia, che hanno fatto dell’export il punto forte della propria linea di produzione. Gli economisti della CNN calcolano che l’Europa, per compensare i produttori e tamponare il danno, abbia dovuto già sborsare intorno ai 156 milioni di dollari.

 Tra i settori più colpiti dal crollo del rublo e dal deterioramento dei rapporti con Mosca, non c’è solo l’alimentare. Come ricordano gli analisti americani, ad esempio, il settore automobilistico, in un’epoca di contrazione generale della domanda, ha portato realtà come il gigante tedesco Volkswagen a un calo dell’8% delle vendite di auto in Russia e le azioni della casa automobilistica hanno già perso oltre il 12% del valore in borsa, solo quest'anno.

 Anche il grande marchio di abbigliamento sportivo Adidas sta chiudendo negozi e ridimensionando il giro di affari in Russia: solo nel 2014 i guadagni scenderanno tra il 20% e il 30%, e la casa madre ha già chiuso una serie importante di negozi e punti vendita in tutta la Russia. In un’analisi di previsione del governo tedesco, si certifica che ad aver contribuito al taglio netto delle previsioni di crescita per i prossimi due anni in Germania sono state proprio “le crisi geopolitiche”.

I francesi non stanno meglio. Le loro automobili, Renault, Peugeot e Citroen, sono in sofferenza già da tempo e ora anche il colosso americano della Ford, una delle più grandi case automobilistiche a operare in Russia, ha già potuto constatare che il rublo debole, connesso con il calo del petrolio e le sanzioni, danneggia le vendite oltre le aspettative.

 Gli USA, principali artefici della linea dura da tenere con Mosca, sono stati colpiti anche nei simboli della globalizzazione e del potere economico americano: si pensi alle azioni di Coca-Cola, che imbottiglia e distribuisce bevande anche in Russia, le quali hanno già bruciato il 32% del loro valore quest'anno. E si pensi a McDonald, che ha già iniziato la chiusura di oltre una dozzina di catene nel territorio russo, costretta da leggi e controlli severi posti in atto come ritorsione di Mosca nei confronti delle sanzioni.

Rublo, petrolio e politica
Insomma, il panorama è chiaro. Le sanzioni dell’Occidente hanno aggravato il quadro di un’economia già di per sé instabile. Se a questo si associano il precipitare del rublo e del petrolio, che per un’economia basata sugli idrocarburi è come la mancanza d’ossigeno nello spazio, e se si considera anche che tale settore rimane il principale fattore d’attrazione per i mercati e i capitali esteri, si capisce la gravità della situazione generale che attraversa la Russia.

 Al Cremlino, in queste ore si discute di ricette possibili per arginare i danni, come il rientro di capitali (la cui fuga è valutata intorno ai 130 miliardi di dollari), nuove misure regolatorie, rimpasti di governo (dicastero dell’economia) e controlli sui capitali. Il governo ha già varato tagli lineari del 10% alla spesa pubblica nei mesi passati, ma ovviamente non basta.

 Quale effetto avrà tutto ciò sulla crisi ucraina? Questa è la domanda che, forse più di tutte, ha bisogno di una risposta rapida e di tipo politico. Già, perché anche se non sembra, tutto è connesso con l’affaire ucraino. E dai risvolti in quel Paese, un rasserenamento politico o una forzatura di tipo militarista, capiremo meglio verso quale direzione andrà la sfida globale lanciata per il 2015 che oppone le due superpotenze, Stati Uniti e Russia.

 Putin e l’Ucraina al centro di tutto
Il potente e abile ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, racconta in questo modo i giorni incerti che attraversa il suo Paese. “La Russia ha ragioni molto serie per ritenere che le sanzioni dell'Occidente siano in realtà un tentativo di forzare un cambio di regime a Mosca”.

 Qualcuno, lascia intendere Lavrov, vuole disarcionare Vladimir Putin dallo scranno più alto di Russia e sostituirlo con un soggetto più compiacente, che accondiscenda ai desideri egemonici di Washington. In Ucraina, ad esempio, dove la Casa Bianca vuole piantare il vessillo della NATO e tagliare la strada a un’espansione russa di stampo neo-sovietico. In Siria, dove Damasco gode ancora della protezione russa. In Iran, dove il tentativo americano di ravvicinamento è condizionato proprio dal rapporto speciale che Teheran vanta ancora con Mosca. E in Europa, dove Washington sogna di esportare il proprio shale oil e gas nei prossimi anni e conquistare così un mercato immenso.

 Ma penetrare la Russia attraverso forzature, economiche o militari che siano, non è mai facile. “Ricordate la lezione di Hitler. Voleva conquistare la Russia e guardate com’è finita” ha rammentato pochi giorni fa proprio Vladimir Putin. A buon intenditor.

 

 

 

 

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