Se il diritto di parola diventa un’opinione
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Se il diritto di parola diventa un’opinione

Il caso Sallusti e la diatriba Carofiglio-Ostuni mostrano l’illogicità della legge italiana. Alla deriva sul web.

Sono tanti i paradossi che nemmeno la spada di un Alessandro il Grande potrebbe scioglierli. Ma forse nemmeno il mitico rasoio di Occam avrebbe ragione dell’intrico di leggi e di illogicità che oggi, in Italia, avviluppa il delicato quadrilatero che ha come punti d’angolo la diffamazione e il diritto di parola da una parte, e dall’altra il diritto di critica e alla reputazione.

Caso numero uno. La Cassazione condanna in via definitiva Alessandro Sallusti a 14 mesi di reclusione: e solo perché nel 2007, in qualità di direttore del quotidiano Libero, gli è stato attribuito un articolo scritto in realtà dal collaboratore Renato Farina, che sotto lo pseudonimo Dreyfus aveva diffamato un magistrato torinese. Entro il 26 di ottobre si saprà se davvero Sallusti dovrà varcare la porta di San Vittore, anche se poi nessuno ci vuole credere. Ed ecco i primi paradossi: al di là della contraddizione di una firma che richiama la vicenda ottocentesca di Alfred Dreyfus, un innocente condannato per sbaglio, ma oggi copre l’identità di un non condannato per errore, si scopre che per anni quella stessa firma è servita per fare scrivere illegittimamente su Libero Farina, un giornalista che nel 2006 si è cancellato dall’Ordine per evitare la radiazione in quanto collaboratore dei servizi segreti. Intrico aggiuntivo: la Cassazione nel 2011 ha poi annullato la radiazione, decisa dall’Ordine nel 2007, ma solo perché Farina nel frattempo si era già cancellato dall’albo. Resta il fatto che l’ex giornalista, ufficialmente, risulta inibito alla professione. Però l’articolo 21 della Costituzione stabilisce che ogni cittadino ha il diritto di manifestare la sua opinione «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»: quindi in teoria anche sulle pagine di un quotidiano. Pertanto l’Ordine non dovrebbe poter limitare quel diritto, e il sacrosanto principio dovrebbe valere a maggior ragione per un eletto al Parlamento, quale dal 2008 è Farina. Che peraltro, per la sua sola condizione di deputato, potrebbe avere evitato processo, condanna e galera: al contrario di Sallusti, che è «solo» giornalista.

Intanto è ripartito un surreale dibattito sul reato di diffamazione, sanzionato dal Codice penale con pene severe, fino ai tre anni di reclusione. Ma il Codice è in vigore dal novembre 1930 (anno ottavo dell’era del fascismo) ed è dal 1948 (anno primo della Repubblica) che si discute di riforme, depenalizzazioni, cancellazioni dei reati d’opinione. Mai attuate.

Caso numero due. Gianrico Carofiglio, scrittore-magistrato-deputato del Pd, annuncia che citerà in giudizio il poeta Vincenzo Ostuni perché sulla sua pagina Facebook (una platea informatica aperta a 1.352 «amici») costui ha annotato che il suo ultimo libro, Il silenzio dell’onda, è «letterariamente inesistente» e «scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante». La minaccia di Carofiglio, una richiesta di risarcimento di 50 mila euro, gli scatena contro una chiassosa ondata di reazioni a difesa di Ostuni: petizioni di intellettuali (già a quota 200), flash mob con rilettura pubblica delle critiche di Ostuni, nonché pernacchie sui giornali. Così Carofiglio arretra e la butta in filosofia: «Bisogna evitare» proclama «di confondere libertà d’espressione e libertà d’insulto. E Ostuni mi ha offeso. Si può dire “il tuo libro mi fa schifo”, anche se non è elegante; non si può dire “tu mi fai schifo”». Ma anche in questo caso i paradossi impazzano: perché Ostuni non ha scritto le sue presunte ingiurie su un giornale, bensì in quel far west delle norme che è internet. Ed è vero che le sue parole su Facebook resteranno per sempre, perché la bacheca informatica è più resistente al tempo della stele di Rosetta. Ma vi sono entrate perché destinate a restare «private».

Si vedrà in tribunale se Carofiglio avrà soddisfazione, ma il dubbio è legittimo. Certo, internet è davvero una giungla: quando nel settembre 2011 alcuni deputati del Pdl avevano tentato di applicare alla rete un minimo di regolamentazione, a difesa dell’onorabilità di persone e aziende, in Parlamento proprio i colleghi di partito di Carofiglio erano insorti gridando alla «legge bavaglio»: nessuna norma doveva limitare la piena libertà di blogger & internauti. La piazza aveva subito seguito il Pd e tutto si era bloccato. Risultato: online nessuno è veramente responsabile di nulla. Così (per esempio) il misterioso Creativefreedom, che ogni giorno sul suo blog si rivolge al premier Mario Monti e al suo ministro Elsa Fornero chiamandoli «figli di p...», continua da mesi a farlo impunito da un sito non perseguibile dall’autorità giudiziaria. Ma consoliamoci tutti. Perché la Cassazione, nell’aprile scorso, ha stabilito una fondamentale garanzia: il diritto alla rettifica informatica. Tutto era nato 15 anni prima, quando un sindaco lombardo, arrestato negli anni di Tangentopoli, aveva lamentato che la notizia delle manette, attraverso una semplice ricerca online, fosse ancora reperibile su vari siti internet; mentre non veniva mai riportata la successiva notizia del suo proscioglimento. La sentenza, sia pure tardivamente, ha stabilito che ogni sito deve garantire l’aggiornamento della cronaca giudiziaria. Paradossalmente, la Cassazione nulla ha prescritto ai giornali. I giudici, però, hanno aggiunto il «diritto all’oblio», cioè a che sul web «non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultano ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati». Ecco, la cosa è un po’ teorica e non si vede chi possa fare rispettare il diritto. Ma forse farà del bene al cuore di Carofiglio.

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