Perché a Roma oggi sciopera il buon senso
Riccardo Antimiani/Ansa
Perché a Roma oggi sciopera il buon senso
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Perché a Roma oggi sciopera il buon senso

La protesta dei 24mila dipendenti nella città del "tutti contro tutti"

Oggi a Roma è il giorno dello sciopero generale del buon senso.

Sarebbe infatti davvero troppo semplicistico prendersela o solo con i dipendenti capitolini che per la prima volta nella storia incrociano le braccia contro il proprio datore di lavoro, o contro i sindacati per aver respinto ogni appello alla trattativa ed essere subito ricorsi all'estrema ratio nonostante a maggio gli stipendi siano stati pagati per intero, o ancora contro Ignazio Marino accusato di colpe oggettivamente non sue.

E tuttavia è invece proprio quello che sta accadendo da alcune settimane a questa parte. E' la guerra di tutti contro tutti: dei lavoratori pubblici contro i privati, dei garantiti contro i precari, dei partiti contro gli amministratori, degli amministratori contro i sindacati.

Basta aver intercettato qualche chiacchiera nei bar o sugli autobus o leggere quello che in queste ore e nei giorni scorsi hanno postato i romani sulle loro pagine Facebook e Twitter.

Se da una parte c'è chi sfrutta l'occasione – a cominciare da esponenti più o meno autorevoli del Pd, il partito di maggioranza in Comune - per attaccare, ancora una volta, un sindaco con cui non ha mai avuto grande feeling, dall'altra ci sono quelli che “basta far pagare la crisi ai lavoratori!”, da un'altra ancora quelli per cui i dipendenti pubblici sono per definizione dei fannulloni che “scioperano di venerdì (appena arriva l'anticiclone)”, che “sciopero o no fa poca differenza visto che su un totale di 23.644 (municipalizzate escluse) sono 4.260 i comunali assenti ogni giorno dal posto di lavoro. Il 18!”, e ancora che danno prova che questo sia davvero “un Paese al contrario, dove scende in piazza l'ultima tribù dei garantiti”.

In ballo, come molti ormai sanno, ci sono questi famosi 200-300 euro che il Mef ha ordinato di fatto di tagliare dagli stipendi di lavoratori (nello specifico vigili urbani, impiegati nei municipi, agli sportelli comunali o in amministrazione, alle maestre degli asili nido, a quelli che lavorano nei musei e nelle biblioteche) che in media ne guadagnano 1.300.

Ora si capisce che una mazzata del genere sarebbe drammatica per chiunque altro, garantito o no, guadagni circa la stessa cifra. Non riuscire a mettersi nei panni di questi 24.000 è davvero difficile.

Ma perché il Mef se n'è uscito con questa storia del taglio del cosiddetto “salario accessorio”?

La questione è ormai nota: da anni, e con l'avallo dei sindacati che oggi protestano come se non fossero mai stati al corrente della faccenda, questa parte dello stipendio, detta “accessoria” proprio perché legata al conseguimento di specifici obbiettivi, vieni invece distribuita a pioggia a tutti idipendenti comunali senza fare differenza tra chi ha lavorato effettivamente di più e meglio e chi no.

Adesso che il bilancio del Comune di Roma è finito sotto la lente governativa che ha imposto un piano di rientro fatto di tagli e risparmi in cambio del salvataggio dal default da 865 milioni di euro, gli ispettori del Ministero dell'Economia hanno chiesto all'amministrazione di ristabilire la regolare.

Il sindaco, che certo non vuole essere ricordato come colui che ha affamato i propri dipendenti, ha tentato il tutto per tutto pur di scongiurare la protesta di oggi, compreso scrivere una lettera aperta a tutti i lavoratori per rassicurarli che nessuno vuole toccare lo stipendio né le ore di lavoro, “ma la macchina amministrativa va riorganizzata, per migliorare la qualità del lavoro e dei servizi”.

Niente da fare. I sindacati non si sono fidati e nemmeno hanno accettato il termine del 31 luglio come scadenza entro cui definire il contratto decentrato.

Insomma, come ha detto il vicesindaco Luigi Nieri, “gli impiegati comunali fanno resistenza al cambiamento, forse perché noi stiamo dicendo in modo molto netto ce, a parità di salario, sarà chiesto un contributo maggiore ai nostri dipendenti”.

Quindi, in parole semplici, si tratterà di farli lavorare qualche ora in più, o di spostarli da posti dove oggettivamente non fanno e non servono a niente, a posti dove invece ci sarebbe un gran bisogno di maggiori risorse visto che è inaccettabile che in una città come Roma ci siano uffici pubblici che stanno aperti solo 4-5 ore al giorno.

Intanto, anche mentre scriviamo, su Twitter continuano ad arrivare aggiornamenti sulla situazione in città: traffico in tilt, uffici chiusi, genitori costretti a rimanere a casa o a pagare la baby sitter per gli asili chiusi.

E i romani con chi se la prendono? Un po' con i dipendenti pubblici, quelli che “timbravano e poi andavano a fare la spesa”, “che oggi non lavorano, sai che novità”, “che scatenano il panico tra i baristi”; un po' con Marino, “da solo contro 24mila”, che “si deve dimettere” perché “manco Alemanno”.

E se qualcuno lo difende, “Marino si è messo contro i sindacati e i comunisti del suo stesso partito. Penso basti per capire che ha ragione”, altri ricordano le prossime 25 nuove assunzioni che nel documento consegnato dall'amministrazione ai sindacati vengono definite “alte professionalità”.

Insomma, una situazione fuori controllo dove tutti hanno ragione e nessuno ha torto e in cui a incrociare le braccia è, appunto, soprattutto il buon senso.

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