Scienza

Sacchetti bio: davvero la salute del mare non vale uno spicciolo?

Tutti a piangere quando il tg mostra balene spiaggiate e tartarughe intrappolate, ma appena ci chiedono due centesimi di contributo...

Sacchetto plastica

Marta Buonadonna

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Nell'aprile del 2002 una balenottera rostrata morta si è spiaggiata sulla costa della Normandia in Francia. Un'indagine rivelò che il suo stomaco conteneva 800 kg di sacchetti di plastica.

I sacchetti di plastica possono uccidere i coralli coprendoli e soffocandoli o bloccando la luce solare che è loro necessaria per sopravvivere. Ma ammazzano anche altre creature degli oceani a decine di migliaia, dalle tartarughe marine ai delfini.

Tra i 500 e i 1.000 miliardi di sacchetti di plastica vengono consumati ogni anno nel mondo: circa un milione al minuto.

La produzione di sacchetti di plastica crea ogni anno abbastanza rifiuti solidi da riempire l'Empire State Building due volte e mezzo. Il petrolio usato per fare solo 9 sacchetti di plastica basta per guidare una macchina per 1 km.

10 euro l'anno

I materiali di plastica rappresentano tra il 60 e l'80 per cento dei rifiuti marini. Rifiuti o frammenti di plastica sono stati trovati anche nei fondali abissali tra 900 e 3 mila metri di profondità, nelle specie commerciali come tonno e pesce spada, cioè quelle che poi finiscono nei sushi all you can eat e sui banchi delle pescherie, in aree ecologicamente importanti e protette. Lo rivelava Greenpeace la scorsa estate, alla partenza del tour Meno plastica, più Mediterraneo.

Alzi la mano chi non sarebbe disposto a donare 5 o 10 euro l'anno per salvare la fauna marina del mondo dallo sterminio, e quindi implicitamente anche la razza umana, in buona parte dipendente dalla pesca. Cosa sono in fondo una manciata di euro nell'arco di un anno, quanto incidono sul reddito di una famiglia media?

Eppure è proprio su una cifra del genere che "la rete", alcune associazioni di consumatori e qualche cliente di supermercato intervistato in tv in questi giorni si stanno accapigliando con una veemenza e un'indignazione degne di chi subisce i peggiori soprusi.

I 2, 3, 5 centesimi che dall'inizio dell'anno ci tocca pagare per ogni sacchetto biodegradabile dell'ortofrutta, sommati tutti insieme al 31 dicembre prossimo difficilmente supereranno la decina di euro.

Animalisti da tastiera

Dell'ambiente, direte voi, agli italiani è sempre fregato poco. Non so quanto questo sia vero, comunque qui si tratta di ambiente marino che dà da mangiare non solo in senso letterale con la fauna ittica, ma anche in senso più ampio con il turismo a milioni di italiani, che dovrebbero perciò desiderare spiagge e mari puliti e protetti, se non altro per questione di affari.

Ma poi non siamo forse un paese animalista per eccellenza? Se un cagnolino viene abbandonato in autostrada, una cucciolata di gattini sperduta sotto un'auto, un uccellino sfrattato dal proprio nido non corriamo forse in massa su Facebook a indignarci, pubblicando tonnellate di aforismi sulla crudeltà di chi non ama gli animali?

Eppure l'isteria dietrologa, la rabbia complottista, l'indignazione finto-consumerista in questi giorni sembrano aver avuto la meglio sul nostro cuore d'oro di amanti dei delfini e fan delle balene. Giammai pagare 3 centesimi per un sacchetto biodegradabile, è un insulto a una popolazione già allo stremo.

Prima ci chiedono di accogliere gli immigrati, evitandone se possibile l'annegamento in mare, adesso ci fanno pagare i sacchetti dell'ortofrutta: di questo passo dove si andrà a finire? Un domani ci chiederanno di usare meno l'auto e più i piedi, i mezzi pubblici e la bici per inquinare meno? E poi cosa, leggere almeno un libro all'anno per scongiurare l'analfabetismo di ritorno?

Come mai siamo tutti ambientalisti, animalisti e solidali col portafogli degli altri, ma quando si tratta di cacciare le monetine di rame, quelle stesse che ci riempiono le tasche e i borsellini dandoci fastidio, e che ci auguriamo da un pezzo di vedere eliminate dal conio per non averne più il disturbo, allora no, allora è una fregatura, allora "ma perché i soldi ce li devo mettere io?" Come spesso accade la toppa è peggiore del buco.

I geni che per protesta contro il sacchetto a pagamento si sono messi a pesare e prezzare un'arancia e una zucchina alla volta non si sono resi conto di aver pagato a ogni pesata l'obolo del sacchetto, che viene addebitato in automatico dalla bilancia. Quindi per risparmiare 2 centesimi magari ne hanno spesi 10 o anche 20.

Quanto vale il mare?

Il ministero della Salute ha fatto sapere che è teoricamente possibile portarsi i sacchetti da casa, ma solo se sono nuovi e adatti agli alimenti. I sacchetti non possono essere riutilizzati per questioni igieniche (c'è il rischio di contaminazioni) e questo è un altro elemento che ha fatto imbestialire un sacco di gente in rete e fuori. Ma come, dobbiamo salvare l'ambiente e poi ci tocca usare i sacchetti una volta sola? E se tanto si degradano nel giro di poche settimane, quindi non importa che non si possano riusare, ma allora perché farli pagare per scoraggiarne l'uso?

E' vero, ci sono alcune contraddizioni nella gestione di questo passaggio dalla plastica al materiale biodegradabile dei sacchetti per la frutta. Ma se dobbiamo fidarci dei conti fatti da Assiobioplastica, che attribuisce a ciascun italiano un consumo annuo di 150 di questi sacchetti, per un totale di 9 o 10 miliardi di pezzi l'anno, l'idea che non siano più di plastica ma di un materiale compostabile, invece di farci arrabbiare per gli spiccioli di rame che ci costerà in più ogni spesa, dovrebbe farci sorridere di sollievo all'idea di quanto veleno in meno immettiamo in un mondo nel quale, forse proprio grazie a questo sforzo, anche i nostri figli e nipoti potranno un domani continuare a mangiare pesce e magari un giorno incontrare una tartaruga marina e avere il privilegio di poterla vedere viva nel suo ambiente, non impagliata o all'acquario.

Difficile dare un prezzo alla salvezza del mare, ma io direi che vale più di due centesimi a sacchetto.

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