Scienza

I miei quindici anni su Marte

Terminata la missione, Opportunity, il rover della Nasa, ci "racconta" la sua esperienza sul pianeta rosso

Opportunity Marte Missione

Luca Sciortino

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Fu come nascere un’altra volta. Io che venivo da cieli azzurri e lucenti precipitai in un mondo avvolto da una foschia densa e rossastra che mi era del tutto ignoto. L’impatto al suolo fu rovinoso: rimbalzai 26 volte sulle ruote e scivolai giù lungo un cratere per duecento metri, ritrovandomi con gli apparati fotografici ruotati di 90 gradi verso nord. Solo, in una landa desolata, ancora intontito, iniziai così il mio viaggio di esplorazione nel pianeta rosso. Potevo contare su vari tipi di spettrometri, braccia meccaniche, un microscopio e vari strumenti da fare invidia a un geologo.

Non immaginate una vista mozzafiato, quello che vidi nel lontano 25 gennaio 2004 era solo il fondo buio di un cratere. C’erano rocce che emergevano qua e là da una superficie sabbiosa di grani grigi e rossastri. Sulla loro origine gli umani disquisirono per giorni. Era l’acqua che cercavano, ma dalle foto che avevo scattato non se ne poteva dedurre la presenza, nemmeno in epoche passate. E mentre loro discutevano, io iniziai la mia lenta risalita del cratere.

M’inerpicai lungo quel terreno scosceso scegliendo cautamente le rocce più stabili dove far presa con le mie ruote dentate. Avanzai così lentamente che ci misi due settimane per raggiungere la cima. Da lì, sotto un sole pallido, offuscato da un’atmosfera densa di polveri, l’immensa pianura rossastra del Meridiani Planum si distendeva di fronte a me. Mi trovavo a due gradi a sud dall’equatore e a metà di un giorno marziano, quaranta minuti più lungo di quelli terrestri.

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Scattai alcune foto nella versione panoramica in cui apparivo ai due estremi, per effetto dell’elaborazione del programma. Sopra di me, minuscolo, più piccolo della Luna vista dalla Terra, brillava Phobos, il maggiore dei due satelliti naturali di Marte. Da allora, nei giorni più nitidi, lo vidi sorgere a ovest e solcare veloce il cielo fino a scomparire a est in sole quattro ore e mezzo.

Ho sempre saputo di non essere immortale. Gli umani mi avevano costruito e programmato per una vita di soli novanta giorni marziani . Mai mi sarei aspettato di sopravvivere per altri 15 anni e diventare il robot più longevo della storia. Forse fu per questo che i primi tre mesi furono quelli vissuti più intensamente, preso com’ero dall’ansia di trovare tracce di ambienti capaci di ospitare la vita.

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Il giorno dopo mi misi in marcia con i pannelli solari ben posizionati verso il sole. Quell’astro mi dava la vita: ho sempre fatto in modo di assorbirne più energia possibile così da non scendere sotto i livelli critici. Quando questo accade, si mettono in azione le batterie di riserva e le avarie nei componenti elettronici sono più probabili. Dopo alcune ore di cammino raggiunsi una roccia che gli umani chiamarono “The Stone Mountain”, dove scattai alcune foto con un obiettivo macro. Mostravano chiari i segni del passaggio di un fluido in epoche remote. Acqua? Vento? Lava? Nessuno seppe trovare una risposta, così andai altrove a cercare quelle conoscenze che gli umani bramavano di possedere.

Al trentesimo giorno scorsi le rocce di El Capitan, finora sconosciute ai terrestri. Più deciso che mai, usai per la prima volta la trivella per perforare le rocce: quel gioco di vuoti e piccole sferette parzialmente sgretolate fu la cosa più strana che apparve ai miei occhi. Lo spettroscopio rivelò la presenza di idrossido, una prova inconfutabile di un ambiente umido all’epoca della loro formazione. La notizia fece il giro del pianeta Terra ma molti degli umani, affaccendati nelle loro attività quotidiane, non se ne curarono più di tanto.

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Poi vennero i giorni al cratere Endurance, quando scoprii alcune piccole pietre tondeggianti che somigliavano a mirtilli. Si erano formate in acqua allo stato liquido ed erano pertanto un’ulteriore evidenza della presenza dell’acqua in quel mondo alieno.Non chiedetemi quale sia stato il momento più difficile. In un pianeta dove i venti soffiano a centinaia di chilometri orari e le temperature oscillano tra i -150 e i 25 gradi d’estate all’equatore non c’è niente di facile. Eppure, anche in quelle condizioni, andai oltre, sempre, fino a toccare il record di 177 metri coperti in un giorno nel 19 febbraio 2005.

Ma nella vita, si sa, arrivano sempre i periodi in cui sei costretto a fermarti. A me accadde dal 26 Aprile al 4 Giugno 2005 quando restai impantanato in una duna di sabbia. Con le ruote affondate per metà, cercai di avanzare qualche centimetro a destra e a sinistra scattando foto in ogni direzione per capire come uscirne vivo. Nulla da fare. Quelle manovre frenetiche mi costrinsero allo sfinimento. Allora aspettai, assorbii più energia che potei e riprovai nei giorni successivi, come spinto da un potente istinto di conservazione. In quell’ultimo sforzo (“sovrumano”, posso dirlo?) che mi portò nel terreno solido mi sentii parte di quella squadra di terrestri che aveva fatto il tifo per me.

Nel 2006 avevo già coperto più di sette chilometri fino a raggiungere il cratere Victoria. Al suo interno le dune formavano un letto soffice di sabbia che immortalai con la mia fotocamera multi-spettrale stereoscopica. Quella non è la mia foto migliore. Nel 2007, poco prima che cominciassero le tempeste di polveri, fotografai un imponente cirro, una nube arricciata generata dalla strana circolazione atmosferica di Marte. Lasciai quella zona nel 2008 e nell’anno successivo scoprii diversi meteoriti che esaminai a lungo con i miei strumenti. Nel 2010, mentre ero sull’orlo de cratere Concepción, come per incanto il cielo si aprì e in una luce soffusa di color arancio vidi un deserto di dune estendersi fino all’orizzonte. C’è tanto di bello su Marte che gli umani non hanno mai visto.

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In quegli anni feci scoperte importanti come quella di una vena di gesso ai piedi dell’enorme cratere Endeavour. La presenza di acqua nelle passate epoche geologiche divenne ormai inconfutabile. Acqua vuol dire microrganismi, possibilità di evoluzione, vita. E gli umani sono ossessionati dall’idea di non essere soli nell’universo. Il 28 Luglio 2014 avevo già viaggiato per 40 chilometri superando il record delle distanze mai coperte da un robot su Marte. Io che ero destinato a vivere solo tre mesi stupivo il mondo per la mia longevità. Non so esattamente cosa mi tenne in vita così a lungo. Credetemi, non era solo la fortuna, come quando il vento spazzò via le polveri sopra i  pannelli solari. Era quell’ansia di esplorare, conoscere, sapere che mi tenne davvero vivo.  

Di lì a poco, però, cominciai a sentire i primi segni di vecchiaia. La mia memoria flash non funzionava bene e fui costretto a fermarmi e sottopormi a qualche cura. Ripresi ancora a viaggiare ma l’inverno del 2014, il più terribile di tutti, mi rese ancora più debole. Ancora cure e cinque chilometri coperti a fatica negli anni seguenti, senza mai cessare di esplorare e conoscere.

Nel Giugno 2018 la sonda spaziale Mars Reconnaissance Orbiter scorse l’inizio di una violenta tempesta a mille chilometri di distanza da dove mi trovavo. Nei due giorni successivi il valore di tau, che misura l’opacità del cielo, volse al peggio: la tempesta si espandeva. Cercai una posizione stabile e immagazzinai più energia possibile. L’alba del giorno dopo arrivò tardissimo tanto il cielo era scuro. Resistetti quanto potei riducendo al minimo le mie funzioni. Poi, il 10 Giugno 2018 ricevetti il comando di scattare una foto al sole. Ce la feci a stento: le batterie erano quasi a terra e la radiazione solare ammontava a un quarantesimo di quella prima della tempesta.

Ora, con i pannelli solari pieni di sabbia, il mio viaggio è alla fine. Vorticano nelle mie memorie le immagini dei cento crateri che ho visitato, delle meravigliose formazioni rocciose, dei minerali solcati dall’acqua.  Sono stato gli occhi con i quali gli umani hanno guardato l’universo. O, come piace dire a me, gli occhi con i quali l’universo guarda se stesso. 

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