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Nuove speranze per i malati di tumore al cervello

Due ricercatori italiani alla Columbia University di New York hanno fatto una scoperta che apre nuovi orizzonti per eventuali cure


Il tumore al cervello è abbastanza diffuso e non semplice da curare. Quando poi i pazienti hanno una sindrome genetica in più, la neurofibromatosi di tipo 1 (la NF1) le cose si complicano: la scarsa conoscenza queste alterazioni molecolari rendeva più difficile adottare terapie mirate sul singolo malato. Le cose stanno per cambiare, però: grazie a un network internazionale di 25 istituzioni cliniche e di ricerca di tutto il mondo, coordinato da Antonio Iavarone e Anna Lasorella della Columbia University di New York, adesso ricercatori e medici hanno a disposizione la prima mappa completa del contenuto genetico e immunitario dei tumori al cervello in chi soffre di NF1.

Per capire la portata di questa mappa genetica appena realizzata abbiamo intervistato Antonio Iavarone, oncologo e neurologo di fama che da anni lavora negli Stati Uniti.

Che cos’è la la neurofibromatosi di tipo 1?
È una sindrome genetica purtroppo non rara, la sua frequenza è di un malato su tre mila. La sindrome NF1 predispone chi ne è affetto ad ammalarsi di vari tipi di tumore, e quello al cervello è uno dei più frequenti. In questi pazienti l’alterazione  responsabile della malattia è nel gene NF1, ed è presente sin dalla nascita in tutte le cellule del corpo. Ma i tumori possono poi manifestarsi nell’infanzia o nell’età adulta.

E si manifesta solo come tumore cerebrale?
Soprattutto come tumore al sistema nervoso, ma anche al seno e ad altri tessuti. Noi abbiamo studiato in particolare il cervello.

E la mappa di questa mutazione genetica che cosa vi ha mostrato? 
Servendoci di big data, intelligenza artificiale e machine learning, abbiamo visto che nei malati di tumore al cervello (glioma) di basso grado con NF1, il 50 per cento circa conteneva un numero alto di linfociti T: cellule immunitarie in grado di riconoscere e combattere le cellule del cancro. 

Nel concreto, che cosa significa?
Che questo particolare tipo di tumore al cervello, il glioma a crescita lenta, può essere immunocompetente. Quindi potrebbe rispondere bene all’immunoterapia, che finora ha dimostrato di funzionare solo per alcuni tumori. Per esempio nel melanoma, e non in altri. 

A questo punto che cosa cambierà per i pazienti? 
Aver individuato quali  tumori cerebrali hanno una maggiore capacità di reagire all’immunoterapia ci dà la possibilità di adottare terapie personalizzate, basate sulle caratteristiche di quel tumore in quel paziente.  Ogni malato ha così prospettive diverse di curarsi in base alla terapia migliore per lui. Il prossimo passo è stratificare i pazienti per l’immunoterapia, ossia potenziare il suo sistema immunitario contro il tumore.

Vale solo per il tumore al cervello? 
No, stiamo cercando di espandere questo genere di approccio alla maggior parte dei tumori difficili, dove le terapie standard non funzionano più o non funzionano sin da subito. Ma specialmente quando la malattia all’inizio risponde alle cure ma poi diventa resistente.

Questo  purtroppo succede assai spesso...
È così. Per batterlo dobbiamo correre più veloci del tumore, studiare come e perché torna, che cosa lo ha reso resistente farmaci, e usarne di nuovi. Stiamo conducendo varie sperimentazioni in centri americani e anche a Seul. 

Il network di cui è coordinatore? 
Sì, e riguarda non solo tumori cervello, che peraltro oggi è uno dei più incurabili. Il metodo che utilizziamo, analisi molecolare e computazionale, machine learning, algoritmi di A.I. e screening con farmaci personalizzati, può essere applicato a qualunque tipo di tumore. È la rivoluzione della medicina personalizzata, in cui i malati vengono trattati non in base all’organo colpito, il fegato o il polmone, ma in base alle caratteristiche genetiche e molecolari  del cancro. In quel modo avranno prospettive terapeutiche che prima non esistevano.

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Daniela Mattalia