Scienza

Fentanyl, in medicina è un bene che esista

La sostanza che sta mietendo migliaia di vittime negli Usa in realtà è un anestetico molto utilizzato negli ospedali

Sala operatoria

Daniela Mattalia

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«Mi faccia dire una cosa, prima di tutto: dobbiamo essere grati a chi ha messo a disposizione dei malati molecole come il fentanyl, da 50 a 100 volte più efficace della morfina, per alleviare il dolore. Nella lotta contro la sofferenza cronica l’Italia è indietro, questi farmaci si usano ancora troppo poco». Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano, parla da medico, e in medicina il fentanyl è un’arma preziosa, tanto da essere l’oppiaceo più diffuso nella pratica clinica. Viene impiegato in anestesia (per endovena), come antidolorifico post-operatorio, contro il dolore da metastasi e nelle fasi avanzate del tumore. Lo si assume per via orale (sotto la lingua), come lecca-lecca terapeutici, spray o cerotti transdermici. Nel giro di pochissimo (da tre minuti a mezz’ora, in certi casi in 30 secondi) inizia ad agire. E l’effetto, come si diceva, è assai potente. «A renderlo così efficace è il fatto che, a differenza di altri farmaci, il fentanyl è un agonista puro di uno dei recettori - il recettore mu - per gli oppiodi» dice Remuzzi. «Si lega cioè in modo molto forte e selettivo, come una chiave nella sua serratura, a quel recettore del sistema nervoso centrale che risponde agli oppiodi». Ma nella pratica clinica ci sono rischi di abusi o di overdose? «Sì, ci sono eccome» risponde Remuzzi. «La sostanza si accumula nel grasso e gli effetti del consumo abituale sono difficili da prevedere e possono essere gravissimi, anche fatali». Ma nell’impiego medico si parla di dosi da 200 a 800 microgrammi, fino a quando il dolore scompare. Nell’uso illecito, la dose letale è di due milligrammi, ben di più quindi. C’è poi un’altra differenza, come spiega l’esperto: quando lo si assume contro il male, il fentanyl agisce lungo le fibre nervose su cui viaggiano i segnali del dolore; quando lo si prende per ottenere gratificazione, agisce sui recettori che si trovano nel tronco cerebrale, la parte del cervello che, fra le altre cose, controlla la respirazione. E lì può provocare in modo subitaneo blocchi respiratori, arresti cardiaci e intossicazione con il rischio di coma. Altre droghe e alcol poi ne potenziano l’effetto. Negli Usa, dove l’abuso di fentanyl è quasi da epidemia, c’è anche il fenomeno della «sindrome neonatale da astinenza», quando la madre assume il farmaco in gravidanza sotto forma di carfentanyl, il derivato più potente. «Tra il 2004 e il 2014 i casi di sindrome neonatale da oppiodi in America si sono quintuplicati, fino ad arrivare a 8 ogni mille nascite» racconta Remuzzi. «Equivale a un neonato ogni 15 minuti». Il fentanyl, infine, può essere usato come doping? «No, non aumenta le performance sportive e gli effetti collaterali, nausea, vomito, confusione mentale e deficit di attenzione, sono in genere incompatibili con lo sport». 

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