Scienza

Clima: ecco perché lo scenario peggiore è improbabile

Il clima della Terra è forse meno sensibile alla CO2 di quello che si riteneva. Ma i rischi legati a un aumento delle emissioni restano altissimi

catastrofe climatica

Marta Buonadonna

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Mentre c'è ancora grande incertezza sulla reale possibilità che l'accordo sul clima di Parigi, dal quale gli Stati Uniti, unico paese al mondo, hanno intenzione di sfilarsi, sia sufficiente a mantenere l'aumento delle temperature "ben al di sotto" di 2 °C rispetto all'era preindustriale, c'è chi si preoccupa di controllare cosa potrebbe succedere se non riuscissimo a tagliare le emissioni e queste dovessero continuare a salire invece di scendere. I modelli matematici e le simulazioni più pessimiste parlano di un possibile aumento anche fino a 4 o 5 °C. Ma quanto c'è di vero? Poco, secondo uno studio appena pubblicato su Nature, che ha ricalcolato l'impatto dei gas serra sulla temperatura del pianeta riducendo parecchio la forchetta dei possibili aumenti.

Via gli estremi

Il punto cruciale è quello della sensibilità climatica all'equilibrio (ESC), cioè il valore della variazione della temperatura globale del pianeta in caso di raddoppio della concentrazione di CO2 in atmosfera. Si tratta di uno dei valori più controversi nella scienza del clima, perché vi sono stime anche molto diverse tra loro in merito a quanto la temperatura può salire se la CO2 raddoppia. Spiega Peter Cox, professore di Dinamiche del Sistema climatico presso l'Università di Exeter nel Regno Unito, autore principale dello studio, che i suoi calcoli escludono "tutte le sensibilità molto basse e molto alte del clima". Come a dire che un raddoppio dei gas serra, secondo Cox e colleghi, non farebbe alzare le temperature meno di un tot, ma neanche più di un tot.

Perciò rispetto a quanto ipotizzato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell'Onu, che da 25 anni continua a prevedere un range di possibili aumenti della temperatura compreso tra 1,5 e 4,5 °C, Cox calcola invece che la forchetta sia assai più ristretta, più o meno tra 2,2 e 3,4 °C. I nuovi calcoli riportati nello studio, che si basano su analisi delle fluttuazioni annuali delle temperature e nuovi modelli climatici di previsione del riscaldamento futuro che tengono meglio conto dei cambiamenti registrati in passato, vedono ridursi drasticamente le probabilità che l'aumento sia inferiore a 1,5 °C (probabilità del 3%) e ancor di più che invece sia superiore a 4,5 °C (meno dell'1%).

Buona notizia a metà

Se i calcoli di Cox e colleghi si rivelassero esatti sarebbe una buona notizia: se il clima della Terra è meno sensibile di quanto pensassimo all'effetto dei gas serra questo significa che c'è meno da temere rispetto a possibili aumenti "catastrofici" della temperatura, commentano gli esperti. Un'alta sensibilità avrebbe reso estremamente difficile infatti limitare il cambiamento climatico in base agli obiettivi di Parigi.

Ma non è certo il caso di abbassare la guardia nella lotta al cambiamento climatico perché, come dimostrano gli eventi meteorologici estremi cui assistiamo con sempre maggiore frequenza (siccità, uragani, innalzamento del livello del mare...), anche un aumento di un grado, come quello al quale siamo già arrivati, può sconvolgere il clima terrestre. E vedremo impatti ancora più significativi nel corso di questo secolo se non mettiamo seriamente in pratica l'intento collettivo di ridurre le emissioni.

E che dire poi del nuovo scenario peggiore? 3,4 °C di aumento non sono davvero tanto meglio di 4,5 °C e per molti scienziati sarebbero sufficienti a spazzare via la nostra civiltà. Basta pensare che c'è consenso unanime sul fatto che quella di 2 °C sia la soglia davvero critica oltre la quale i cambiamenti sono imprevedibili e potenzialmente terribili per il clima.

Eventi imprevedibili

Prima della rivoluzione industriale l'atmosfera terrestre conteneva 280 parti per milione di CO2, oggi la concentrazione è salita a 407 parti per milione. Il raddoppio arriva a 560, molti scienziati e organizzazioni ambientaliste ritengono che la concentrazione alla quale dovremmo mirare è di 350 ppm. Perché la CO2 torni a scendere, come auspicabile, dovremmo prima cominciare almeno a rallentarne l'aumento. Nel breve periodo, vista anche l'inerzia che caratterizza tutto il processo, è inevitabile che la concentrazione di CO2 in astmosfera cresca ancora.

Quello che non sappiamo, e che nemmeno i sofisticati modelli di Peter Cox, per sua stessa ammissione, sono in grado di dirci, è se con l'aumentare della CO2 assisteremo a dei cambiamenti repentini nel clima della Terra. "Vi è in effetti la prova che il sistema climatico può subire cambiamenti improvvisi o punti di non ritorno", precisa Cox.

Il rallentamento della corrente del Golfo, già in atto, potrebbe a un centro punto giungere a uno stop, in grado di provocare, secondo molti climatologi, una nuova glaciazione. Lo scioglimento del permafrost, che è un serbatoio di carbonio, potrebbe emettere in atmosfera un'enorme quantità di CO2 tutta insieme, il che avrebbe conseguenze pesanti, anche su un clima meno sensibile, come appurato da quest'ultimo studio. Sono molte le variabili sulle quali non abbiamo controllo e che potrebbero mandare all'aria le previsioni più ottimistiche. Motivo in più per cercare di accelerare il passo nel taglio alle emissioni, che poi è l'unica arma che abbiamo per combattere il cambiamento climatico.

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