Scandalo Ferrovie Nord: fu davvero peculato?
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Scandalo Ferrovie Nord: fu davvero peculato?
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Scandalo Ferrovie Nord: fu davvero peculato?

Due perizie sostengono che l'ex n. 1 delle Ferrovie Nord non fosse "incaricato di pubblico servizio". Se fosse così, il reato non sarebbe contestabile

Peculato e truffa aggravata: quando lo scorso febbraio il pm di Milano Giovanni Polizzi ha chiesto il processo per l'ex presidente della holding Ferrovie Nord Milano, Norberto Achille, le accuse sembravano estremamente chiare. Secondo la Procura il manager, dal 2008 al marzo 2015, avrebbe distratto dalla società (partecipata dalla Regione Lombardia e da Ferrovie dello Stato) poco meno di 430 mila euro: fondi di cui aveva disponibilità per le sue funzioni e che invece avrebbero utilizzato per fini personali i suoi familiari, la moglie e i due figli, Marco e Filippo.

Alla luce di due perizie tecniche, però, e in vista dell’udienza preliminare prevista per il 10 gennaio 2017, la situazione processuale di Achille potrebbe cambiare radicalmente. E forse in gran parte ridimensionarsi. I due pareri sono autorevolissimi: a stilarli sono stati da una parte lo studio Damiano Lipani, Antonio Catricalà & partners di Roma, dall’altro i due costituzionalisti milanesi Valerio Onida e Barbara Randazzo. I due studi negano che Achille possa essere considerato “incaricato di pubblico servizio".

Non è questione di poco peso: se così fosse, infatti, potrebbe rivelarsi inconsistente l’accusa di peculato, un reato che da solo prevede una pena compresa fra i tre e i dieci anni di reclusione.

“In qualità di presidente della holding” scrivono Onida e Randazzo “certamente Achille non svolgeva attività inerenti alla prestazione di servizio pubblico (facente capo solo ad alcune delle società controllate e non essendo tirolare di alcuna delega operativa relative ad esse), ma solo le attività di natura privatistica proprie della capo-gruppo”, cioè Ferrovie Nord.

I due professori aggiungono una critica stringente al pm, individuando una contraddizione nel suo stesso comportamento processuale: “L’indagato" scrivono Onida e Randazzo "non è stato fatto oggetto della misura della sospensione dall’esercizio di un pubbico servizio, come invece sarebbe stato logico se l’attività da lui svolta meritasse tale qualifica, ma della ben diversa misura dell’interdizione temporanea dall’esercizio della professione: questo attesta che la stessa autorità giudiziaria fosse consapevole del fatto che l’ing. Achille non poteva essere definito incaricato di pubblico servizio”.

Simili le conclusioni cui perviene l’altra perizia: “L’attività della società” scrive lo studio Lipani-Catricalà “si concreta nella festione delle proprie partecipazioni, nel coordinamento tecnico e finanziario delle controllate, nella valutazione di compatibilità con gli obetivi del gruppo (…) e nessuna di queste attività può essere in sé considerata attinente a una pubblica funzione”.

Un bel macigno tecnico sul cammino dell’accusa, insomma. Si vedrà il 10 gennaio che cosa ne pensa il giudice.

Nel frattempo, lo scorso maggio Norberto Achille ha restituito 74 mila euro, mentre il costo delle multe prese dal figlio Marco con l’auto aziendale attribuita al padre (circa 120 mila euro), sono state trattenute dallo stipendio di quest’ultimo. Ma la famiglia Achille contesta anche questa accusa: il contratto di lavoro di Achille prevedeva infatti che ogni eventuale sanzione dovesse essere trattenuta autonomamente dall’azienda sulle buste-paga del padre. Se questo non è avvenuto, nessuna colpa può essere imputata al dirigente.

Tutto questo non ha impedito che contro la famiglia del manager, in tutti questi mesi, proseguisse imperterrita una dura campagna mediatica. Marco, 36 anni, commercialista milanese, è stato forse il più danneggiato anche professionalmente.

"Diritto di cronaca non significa licenza d'uccidere" protesta l'avvocato Francesco D'Andria, legale di Marco Achille "in nome del diritto dell'informazione si sta facendo un killeraggio giornalistico che è incivile e fuorviante per l'opinione pubblica". Prosegue il legale: "Marco Achille non è il figlio assunto nella municipalizzata grazie al papà politico di professione, e non è il figlio del professore universitario che riceve in eredità la cattedra dal padre barone universitario. Vive del suo lavoro e della sua professione. Eppure sta ricevendo un trattamento talebano dagli organi di informazione”.

 

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