Sarajevo accoglie il Papa mentre la pulizia etnica continua
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Sarajevo accoglie il Papa mentre la pulizia etnica continua

I cattolici denunciano l'islamizzazione forzata della "Gerusalemme d'Europa" e il fallimento degli accordi di Dayton

La notte di Sarajevo si è accesa di migliaia di candele nell’attesa di Papa Francesco. Centinaia di giovani si sono raccolti intorno all’arcivescovo, il cardinale Vinko Puljic per una veglia di preghiera nella parrocchia dell’Assunzione della Beata Vergine Maria a Stup (un quartiere di Sarajevo) alla vigilia dell’arrivo del pontefice, sabato 6 giugno. Preghiere, canti, testimonianze, momenti di silenzio si sono susseguiti fino a tarda sera. Un modo per prepararsi spiritualmente all’arrivo di Bergoglio ma anche per richiamare l’attenzione della comunità internazionale sul dramma dei cristiani perseguitati o costretti a lasciare le terre dove sono nati. A tutti i partecipanti infatti è stata consegnata una candela da accendere in ricordo dei cristiani e di tutti gli innocenti che in Medio Oriente e nel resto del mondo sono vittime della violenza. Gli organizzatori hanno invitato anche tutti i cittadini di Sarajevo ad accendere una candela alla finestra o sul proprio balcone. Molti, nei quartieri cattolici, lo hanno fatto.

I cattolici denunciano una «pulizia etnica legalizzata»
E’ stato un modo speciale per preparare l’accoglienza di questa visita tanto attesa di Francesco (il secondo Papa a recarsi a Sarajevo, dopo Giovanni Paolo II nel 1997) ma anche per lanciare un grido di aiuto da parte della Chiesa della Bosnia Erzegovina. Quella che Giovanni Paolo II nel 1997, aveva definito la «Gerusalemme d’Europa», per la convivenza delle tre fedi, musulmana, ortodossa e cattolica, in realtà oggi è profondamente in crisi e gli accordi di pace di Dayton non sembrano garantire uguali diritti a tutte le componenti etniche del Paese. Lo denuncia il cardinale Puljic: «Il Paese è diviso. La pulizia etnica è stata legalizzata. Gli accordi di pace di Dayton non sono stati buoni per i cattolici croati. Tutto qui è in mano ai musulmani e provano in ogni modo a farci lasciare il paese. Lo si può vedere bene dalle statistiche. Il numero dei cattolici si è quasi dimezzato. Nella sola diocesi di Banja Luka, che si trova sotto la giurisdizione della Repubblica Serpska,i cattolici erano 130 mila e oggi sono 35 mila. Nella mia diocesi di Vrhbosna, Sarajevo che si trova nella zona a maggioranza musulmana della Federazione di Bosnia Erzegovina, i cattolici erano 528 mila oggi sono solo 185 mila. Così Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina, è sempre più una città musulmana. La maggioranza opprime la minoranza. E questo non solo in termini di libertà di religione ma anche con ingiustizie a tutti i livelli».

Disoccupazione, droga e criminalità
Pesano anche le difficoltà economiche e la mancanza di lavoro, come spiega lo stesso porporato: «Tanti profughi, che sono fuggiti durante la guerra, hanno provato a rientrare nelle loro zone di origine ma sono dovuti ripartire di nuovo per mancanza di lavoro e di uguali diritti rispetto alle altre componenti». Pesano moltissimo anche gli effetti della crisi economica, come descrive don Simo Marsiae, responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Sarajevo: «I dati dicono di un tasso di disoccupazione generale attorno al al 40-44 per cento, quello giovanile del 60 per cento circa, ma sembra di più. Per questo i giovani si sentono senza prospettive, non vedono futuro qui e cercano vie di fuga: criminalità, droga altri estremismi tra i quali quello religioso oppure fuga all’estero». Il dialogo con i giovani di altre fedi è pressoché nullo: «Tanti giovani crescono senza mai aver fatto esperienza dell’incontro coi coetanei di una differente etnia o religione. Si tratta di un problema grande perché quando le persone non si conoscono nascono i pregiudizi».

Moschee finanziate dall’Arabia Saudita
La Bosnia Erzegovina conta attualmente 3.833.000 abitanti dei quali 439 mila sono cattolici. I musulmani rappresentano all’incirca il 40 per cento della popolazione, i serbi ortodossi il 31 per cento e i cattolici poco più dell’11 per cento. Il Paese, a seguito degli accordi di Dayton, è diviso in due entità: la Federazione croato musulmana che copre il 51 per cento del territorio e la Repubblica Srpska sul restante 49 per cento del territorio abitata dai serbi. C’è poi il distretto autonomo di Brcko nel nordest del Paese. Il Paese è guidato da una presidenza collegiale formata da un membro “bosgnacco” (bosniaco musulmano), uno croato e uno serbo. L’attuale chairman della presidenza è il serbo Mladen Ivanic. Sarajevo sta subendo un profondo processo di islamizzazione. I cattolici rimasti in città sono solo 20 mila. Negli ultimi anni sono state ostruite, con il finanziamento dell’Arabia Saudita, soprattutto, un centinaio di moschee e nella sola Sarajevo almeno 70 nuovi centri di culto musulmano, ma nessuna chiesa, denuncia il cardinale Puljic.

La visita del Papa in una città blindata per timore di attentati
Questa la difficile situazione che Papa Francesco si trova oggi di fronte. Visita molto intensa: in appena undici ore celebra una messa e pronuncia ben cinque discorsi. Parte da Roma alle 7.30 su volo Alitalia. Arrivo previsto a Sarajevo per le 9.00 dove ad accoglierlo, oltre al cardinale Puljic, c’è anche il membro croato cattolico della presidenza, Dragano Covic. Il Papa si sposta quindi in auto coperta al palazzo presidenziale per la cerimonia di benvenuto e il discorso alle autorità.
Quindi dovrebbe compiere un tragitto di circa due chilometri in papamobile fino allo stadio Kosevo, dove sono attese circa 60 mila persone per la messa. La città è ormai blindata per ragioni di sicurezza. Gli stessi giornalisti accreditati non possono muoversi agevolmente da una zona all’altra della città. C’è il timore di attentati e la soglia dell’attenzione è altissima. Dopo la messa il Papa si trasferisce nella nunziatura apostolica dove pranza con i sei vescovi della conferenza episcopale e con il segretario generale.

Francesco non rinuncia alla siesta
Gli organizzatori hanno previsto anche il tempo per l’abituale “siesta” di mezz’ora-quaranta minuti cui il Papa cerca di non rinunciare mai. Ma il programma della visita è così intenso che non si sa se questa pausa sarà possibile. Nel primo pomeriggio il pontefice raggiunge la cattedrale per l’incontro con il clero e i religiosi locali. Alle 17.30, presso il centro internazionale studentesco francescano, c’è l’atteso incontro ecumenico e interreligioso al quale partecipano i capi delle comunità musulmana, ortodossa, cattolica ed ebraica della Bosnia Erzegovina. L’ultimo appuntamento di questa lunga giornata è infine l’incontro con i giovani presso il centro giovanile Giovanni Paolo II che fu riorganizzato e rilanciato nel 1997 in occasione della visita di Wojtyla e offre non solo attività pastorale e di catechesi ma anche aiuto e sostegno ai giovani in difficoltà e iniziative culturali.

Papa Francesco all'arrivo a Sarajevo, 6 giugno 2015 GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images
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