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Salute

I virus, viaggiatori instancabili

Il saggio della scienziata Ilaria Capua racconta i microrganismi che, dalla Spagnola al Covid-19, da sempre colpiscono la specie umana

Se da un anno ormai siamo alla prese con il Covid-19 e le sue inevitabili giravolte genetiche, la prossima pandemia (non illudiamoci, non sarà questa l'ultima) sarà probabilmente portata non solo dai coronavirus, come il Sars-Cov-2, ma anche dai virus influenzali. È una delle tante cose che si imparano leggendo il libro (dedicato ai più piccoli, ma utilissimo anche per gli adulti) della scienziata Ilaria Capua, che negli Stati Uniti dirige il Centro One Health dell'Università della Florida.

Il viaggio segreto dei virus, (DeAgostini, 170 pagine, 13,90 euro, in libreria del 23 febbraio), è una guida per capire, come dice il sottotitolo, «le creature più piccole, dispettose e sorprendenti dell'universo». E il virus dell'influenza è quello che, in passato, nella popolazione degli animali e nella specie umana, ha sempre dato grandi grattacapi.

L'influenza Spagnola, dal 1917 al 1919, è rimasta famosa per il suo triste record: da 50 a 100 milioni di morti, queste le stime, e 500 milioni i contagiati. Si portò via non tanto gli anziani (come fa il Covid-19) bensì i giovani adulti, che in passato non erano mai venuti a contatto con un patogeno simile. Quando, 80 anni dopo, un team di ricercatori recuperò alcuni corpi perfettamente conservati nel permafrost dell'Alaska, si scoprirono tracce del virus ancora integre: il suo «parente» più prossimo era di origine aviaria. Nel 2005 altri scienziati ne ricostruirono il genoma, confermando che erano gli uccelli il serbatoio da dove tutto partì.

Oggi si sa che sono proprio gli uccelli, sia domestici che selvatici, la «nursery» dove nascono numerosi virus che poi, facendo il salto di specie, colpiscono la specie umana. Fu così per altre due epidemie famose, l'influenza asiatica nel 1957 e quelle di Hong Kong nel 1968. Nel 2009 ci fu anche la cosiddetta «suina» (trasmessa dai volatili ai maiali) ma non fece grossi danni alle persone, racconta Capua, perché nella popolazione era già presente un certo grado di immunità.I

virus dell'influenza sono buoni candidati alla prossima epidemia globale perché numerosissimi e in continuo cambiamento. Quelli dell'influenza stagionale ormai non ci fanno più paura perché i vaccini riescono a tenerli abbastanza a bada e, spiega la scienziata, le tracce di immunità già presenti nella popolazione sono in grado di resistergli. «Le pandemie influenzali le abbiamo studiate bene» scrive. «Sappiamo che si verificano con una cadenza abbastanza regolare, di solito in un intervallo da va dagli 11 ai 40 anni». Fa il giro del mondo, continua a circolare ma con effetti sempre meno evidenti man mano che più persone sviluppano anticorpi.

Succederà così anche con il Covid-19? È molto probabile, afferma la maggior parte degli scienziati. Tutti i virus prima o poi «scendono a patti» con l'organismo che colpiscono, così da instaurare una convivenza più pacifica: in fondo nessun patogeno ha «interesse» a eliminare il suo ospite, bensì a farne il veicolo per continuare ad andarsene in giro. Grazie all'espandersi dell'immunità di gregge, sia naturale (chi ha avuto e superato la malattia, quindi ha sviluppato gli anticorpi neutralizzanti) sia indotta dai vaccini, nel giro di un paio d'anni anche il coronavirus sarà un nemico assai meno temibile, un po' come quelli del raffreddore (anche loro sono coronavirus) che ogni anno ci prendono di mira.

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