Elena Fontanella, la nostra giornalista, nei bagni di Linate
Salute

«Il mio viaggio dall'Italia alla Croazia ai tempi del Coronavirus»

Una giornalista racconta le peripezie del suo percorso per un convegno in Croazia, via Francoforte, ai tempi dell'Italia, paese di untori

Dalla Croazia notizie poco rassicuranti. Restrizioni sugli ingressi. Chi ha sintomi verrà messo in isolamento, chi non ha sintomi sarà sottoposto a verifiche obbligatorie. A proposito, devo partecipare ad un convegno a Dubrovnik e, a meno che non abbiano spostato le frontiere, "la perla dell'Adriatico" si trova proprio nel paese che ha deciso di usare misure restrittive verso gli italiani per difendere i propri cittadini dal coronavirus. Accetto la sfida. Sono proprio curiosa di verificare di persona questi allarmistici blocchi e per vedere l'effetto che fa!

Lo Speciale di Panorama.it su Coronavirus

Mi muovo in una Milano deserta verso l'aeroporto di Linate appena rimesso a nuovo. Credo che il 73 sbarrato non abbia mai percorso il suo tragitto così velocemente alle 11 di mattina. Tre passeggeri, dico tre di numero, stanno tra loro a debita e sospettosa distanza. Parlano tutti al telefono per darsi un tono e indovinate di cosa? Ovvio del "contagio". Tutti dicono che è una follia ma intanto gli scaffali dei supermercati sono vuoti come se ci si preparasse a un coprifuoco atomico, mentre Amuchina e mascherine sono ormai incetta del "mercato nero".


L'aeroporto di Linate deserto


Brutta bestia la psicosi collettiva. Puoi anche essere l'uomo più zen del mondo e guardare le alterne vicende della vita con gelido distacco, ma se tutti intorno a te fuggono urlando cominci a porti delle domande legittime. Ad esempio io mi chiedo: ma se ora mi servisse una mascherina, io che non mi sono premunita dove c..zo la trovo?

A Linate la situazione non è diversa che in città. Nulla del solito brulicare indaffarato, nessuno neppure ai banconi dei bar. Sulla porta della farmacia campeggia un cartello "esaurite mascherine e amuchina". Eccomi ai controlli, io e pochi altri. Mi sembra di essere in un film apocalittico.

Di fronte a me è schierato il solito personale di controllo tutti con guanti e mascherine, modello ER medici in prima linea. Poso le mie cose sul nastro e passo sotto il metaldetector che inizia a suonare. Mi aspetto di dover tornare indietro per ripresentarmi in mutande ma mi si fa cenno di proseguire. Neppure una "toccatina" mentre il bagnoschiuma formato famiglia nella mia valigia esulta per aver passato per la prima volta i controlli.


Viaggiatori a Linate


«Dove è diretta?» «Francoforte poi Croazia» dico io. Vedo gli occhi che sbucano dalla mascherina del mio interlocutore innalzare le sopracciglia con desolante compatimento verso il turista fai da te. Ahiahiahi! Non sei per nulla attrezzata. Dove sono guanti, mascherina e amuchina? Mi ritorna nella gola la sensazione che avevo di fronte alle interrogazioni a sorteggio di matematica. Sono totalmente impreparata.

L'uomo mascherato si tuffa nel suo zaino e lo sento armeggiare in una scatola. Si guarda intorno circospetto e trionfante mi porge una mascherina. «Non sono come quelle a fascia che non servono a nulla. Queste aderiscono al viso. Non hanno il filtro ma sono buone. Quelle con il filtro costano troppo. I guanti non te li posso dare, ma li puoi chiedere al bar». Una scenetta che potrebbe essere fraintesa ma il mio benefattore ha lo stesso sguardo di san Martino di Tours mentre appoggia il suo mantello sulle spalle del povero. Come posso deluderlo e dichiararmi agnostica?

Mi dirigo dal barista decisa a tutti i costi di ottenere un paio di guanti. Dalla velocità con cui li estrae non devo essere stata la prima a chiederglieli. Un bel paio di raffinati guanti blu di lattice. Mi chiudo in bagno per la vestizione e con un certo imbarazzo mi presento all'imbarco subito rassicurata di trovarmi tra simili. Tutti con la mascherina comprese hostess di terra ed equipaggio. Poi mi venite a parlare di ansia?

Comunque l'aereo è così vuoto che potremmo anche sederci di fianco al pilota. Pochi passeggeri, ma tutti rigorosamente con mascherina, amuchina e guanti. Tranne la boccettina magica, anch'io sono nei ranghi. L'arrivo all'aeroporto di Francoforte sembra la fine di un incantesimo. Sono riapparse le persone, nessun uomo mascherato, nessun controllo della temperatura. Mi faccio una Hannes con pizza con e mi imbarco per la Croazia.


L'aeroporto (deserto) di Francoforte


Arrivata all'aeroporto di Ragusa (Dubrovnik) c'è la solita fila dei controlli doganali mentre sento in lontananza «you've been to Italy in the last few weeks». Quando il doganiere croato vede il mio passaporto la frase gli si gela in gola. Riesce solo a dire «Milan? Are you from Milan?». E sbianca. Probabilmente sono il primo suo caso dalla terra del contagio. Mi chiude in una stanza e seppur gentilmente mi chiede di aspettare e non muovermi. Sento nella camera a fianco le voci concitate. Stanno consultandosi per prendere una decisione su un caso inaspettato. Capisco solo Lombardia, Codogno, Veneto: siamo famosi.


La stanza dei controlli medici all'aeroporto di Dubrovnik


Impavido un giovane funzionario di frontiera viene a dirmi (sempre a molta distanza) che devo attendere il medico e non muovermi neppure per andare in bagno. Per ora il passaporto lo tengono loro. Un tavolo, due sedie e un lavandino. Totale assenza di campo. Ogni tanto qualcuno entra per chiedermi di nuovo esattamente la mia provenienza e la mia cerchia di contatti. Non mi sembra abbiano chiara la distinzione territoriale italiana. Spero solo di non passarci la notte. Intanto compilo il modulo. Effettivamente dopo un'ora arriva una gentile dottoressa. Tossisce e si soffia il naso così le dico che non sono stata io a contagiarla. Sorride.


La dott.ssa che mi visita all'aeroporto di Dubrovnik


Le operazioni sono semplici: misurazione della temperatura, compilazione del modulo di soggiorno con recapito. Dovrò chiamare tutti i giorni il numero del centro epidemiologico croato per informarli sul mio stato di salute per tre giorni e godermi il soggiorno. E io chissà che mi credevo! Sono le 23 quando arrivo di fronte alle maestose mura di Ragusa. Sulla porta occhieggia benedicente la statua di san Biagio patrono della città e protettore della gola. Almeno sono in buone mani! Hic manebimus optime.


La statua di San Biagio, a Dubrovnik

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