Coronavirus, tre scenari: buono, così così e pessimo
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Coronavirus, tre scenari: buono, così così e pessimo
Salute

Coronavirus, tre scenari: buono, così così e pessimo

Che cosa dicono le simulazioni al computer e le previsioni degli scienziati su come finirà questa epidemia

Come andrà a finire l'epidemia di coronavirus, in questo momento, non lo sa davvero nessuno, a cominciare da epidemiologi e scienziati. Il virus è troppo giovane, non si sa quali eventuali mutazioni potrebbe avere (i virus mutano più velocemente dei batteri), se diventerà più aggressivo oppure il suo genoma resterà abbastanza stabile. Per ora è un virus piuttosto contagioso, ma con un tasso di mortalità basso, intorno al 2-3 per cento.

Riesce a sopravvivere per circa 9 giorni sulle superfici anche se detergenti a base di cloro lo eliminano con facilità.

Quello che gli esperti stanno cercando di fare, aiutandosi con modelli di simulazione al computer, è prevedere le prossime evoluzioni del coronavirus asiatico. Il numero del 7 febbraio di Science, per esempio, dedica un articolo a due/tre possibili «uscite». E anche il New Scientist ipotizza diversi scenari. Noi li prendiamo in considerazione tutti e tre, anche per far capire come si muove un'epidemia.

1. Il virus si esaurisce in fretta

Un virus nuovo per la specie umana, come questo coronavirus, può non riuscire ad adattarsi bene all'organismo umano ed esaurire il bacino di contagio nel giro di pochi mesi. «Successe così nel caso del virus della Mers» ricorda sul New Scientist Eric Toner della John Hopkins University che un anno fa, a Baltimora, espose una simulazione al computer, davanti a industrie mondiali e autorità sanitarie, su un ipotetico coronavirus. La Mers era una sindrome respiratoria acuta mediorientale, di cui in fondo poco si accorgemmo perché, con un tasso di mortalità assai elevato (oltre il 30 per cento) e meno contagiosa del coronavirus di Wuhan, arrestò presto la sua avanzata. È abbastanza ovvio che lo scenario uno non è più plausibile, riflette oggi Toner.

Il virus 2019-nCoV (in attesa che trovino una sigla più semplice) non dà nessun segno di volersi fermare, anzi. Una persona infetta ne contagia in media altre due, forse anche un po' di più, e così via, e la contabilità quotidiana dei numeri non si è affatto stabilizzata.

2. Si riesce a contenere l'epidemia

È anche questo uno scenario ottimista, «nel quale il virus resta in massima parte confinato in Cina» scrive Science, «dove finora si sono verificati oltre il 90 per cento dei casi di contagio». Se nessun altro paese del mondo vede una diffusione fuori controllo, la quarantena e altre misure di controllo riescono a ridimensionare l'espansione del virus, e il numero delle infezioni rallenta, il rischio di pandemia potrà gradualmente diminuire. È quanto successe con l'epidemia di Sars, che iniziò nel 2003 e si fermò intorno ai 9 mila contagi. Una possibilità, questa, alla quale potrebbero contribuire eventuali anti-virali mirati contro il coronavirus, che però al momento mancano. È comunque lo scenario nel quale ancora spera l'Oms: combattere l'infezione alla fonte e impedirle di prendere radici in altri paesi. Secondo l'epidemiologa Marion Koopmans dell'Erasmus Medical Center, «alla fine potrebbe non essere così difficile contenere i casi mondiali, ammesso che il virus non sia altamente contagioso». Il clima può aiutare, un po' come succede con l'influenza che ha il suo picco nei mesi invernali per poi scemare verso la primavera.

3. Pandemia mondiale

Lo scenario numero due è realistico, ora come ora? Secondo Toner, non molto. Il virus potrebbe continuare a diffondersi finché la maggior parte delle persone esposte al contagio sono guarite e hanno sviluppato l'immunità (con una minoranza che invece non ce l'ha fatta). «A questo punto il virus finirà con l'esaurirsi per mancanza di ospiti» spiega Toner. Molti ricercatori temono che sia ormai troppo tardi per contenere il virus, e che questi farà il suo corso. «Sarei sorpreso se fra due o tre settimane non ci fossero centinaia di casi di contagio in diversi paesi di diversi continenti» ha detto a Science Marc Lipsitch, epidemiologo alla Harvard School of Public Health.

In caso di pandemia mondiale, quante persone alla fine si ammalerebbero, e quante potrebbero morire? Gli ospedali riuscirebbe a reggere l'ondata d'urto di così tanti pazienti, di cui una certa percentuale (circa il 20 per cento nel caso di questo virus) con simtomi severi? Quanti malati avrebbero accesso a cure e centri medici? Il vaccino potrebbe arrivare davvero nel giro di un anno (tempo minimo necessario)? E, dal punto di vista economico, quali sarebbero le conseguenze di una pandemia planetaria?Nell'esercitazione al computer con l'ipotetico coronavirus di Toner (quella presentata a Baltimora), dopo 18 mesi il virus aveva iniziato a rallentare. Nel frattempo, però, la pandemia aveva fatto 65 milioni di morti in tutto il mondo. Era, lo ripetiamo, una simulazione con un agente patogeno sicuramente più «cattivo» del virus cinese. Nondimeno, un po' di paura la fa.

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