Il genoma «scaltro» del coronavirus (che non è una superinfluenza)
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Il genoma «scaltro» del coronavirus (che non è una superinfluenza)
Salute

Il genoma «scaltro» del coronavirus (che non è una superinfluenza)

Perché non bisogna sottovalutarlo. Si tratta di un virus "intelligente", che muta, non teme l'estate ma non viaggia con le zanzare - Tutto sul Coronavirus

Scorretto continuare a definire il nuovo Coronavirus un'«influenza più grave». O dare per scontato che l'epidemia sparirà dalla circolazione con la stagione estiva, come accade con l'influenza stagionale che conosciamo. I coronavirus hanno un genoma diverso e più grande di quello dei virus influenzali, e sono più "attrezzati" ad adattarsi nei loro ospiti. Potrà mutare? È sicuramente capace di farlo e in modo veloce, ma non è detto che succeda...

Ecco che cosa ci spiega Antonio Mastino professore ordinario di Microbiologia all'Università di Messina e associato di ricerca all'Istituto di Farmacologia Traslazionale del CNR.

Uno studio in Cina, sia pure su piccoli numeri, indica che nel caso del coronavirus è possibile essere ancora contagiosi per un paio di settimane dopo la guarigione. È così?

Non abbiamo una casistica abbastanza ampia che ci dia informazioni complete su questa eventualità. Né possiamo dire se chi è guarito si può riammalare oppure no. Dobbiamo pensare che le persone che, dopo la malattia, risultano negative al tampone, abbiano superato del tutto l'infezione, ma non sappiamo ancora se potranno riammalarsi o diventare portatori sani. Sono stati segnalati casi di reinfezione, ma si tratta di eventi sporadici e scientificamente non consolidati.

Lo Speciale di Panorama.it sul Coronavirus

È giusto pensare al coronavirus come a quello di una super influenza, che quindi si evolve in modo simile?

«No, questo non è un virus influenzale, si comporta in modo diverso, anche come persistenza. In linea di massima sappiamo che il virus dell'influenza dà luogo a epidemie annuali stagionali, causate da una variante di un virus pre-esistente. Il nostro sistema immunitario, entro un certo margine di tempo, nella grandissima maggioranza dei casi è in grado di eliminare del tutto il virus dall'organismo, e quindi non siamo più in grado di emettere particelle virali. Ma sul coronavirus della COVID-19 non abbiamo ancora informazioni simili».

Dobbiamo aspettarci mutazioni del virus, in prospettiva?

«Al momento il ceppo isolato in Italia non sembra granché dissimile da quello cinese. Ma sappiamo che i virus sono in grado di modificarsi nel tempo, e si può pensare che anche in questo caso possa succedere. Dopo aver contratto l'infezione siamo protetti dalla memoria del nostro sistema immunitario nei confronti di quel virus, ma non significa che un domani non potremo essere reinfettati da un nuovo ceppo variante».

Il coronavirus asiatico sembra che si stia adattando molto bene all'organismo umano...

«Tutti i virus hanno grandi capacità di adattarsi. E, fra tutti, i coronavirus, virus a RNA che infettano diverse specie animali, come questo che ha fatto il "salto di specie" nell'uomo, hanno un corredo genetico relativamente grande, circa il doppio di quello del virus della comune influenza».

E questo che conseguenza ha?

«Nel loro ampio genoma hanno codificato una serie di «accorgimenti», per così dire, che permettono loro di sopravvivere meglio. Sono virus «scaltri», capaci di mettere a punto strategie efficaci per il loro obiettivo, ossia replicarsi, interagendo con l'ospite. Uno studio appena pubblicato sulla rivista Science, per esempio, indica che le «spike» del nuovo coronavirus, ossia le coroncine che servono al virus per attaccarsi a specifiche strutture delle cellule e penetrare al loro interno, possono avere la capacità di legarsi con affinità molto superiore a quella del coronavirus della SARS, per esempio. E con quelle può penetrare nelle cellule delle basse vie respiratorie, in profondità nei polmoni, cosa che il virus nell'influenza in genere non riesce a fare».

Tra le tante domande che le persone comuni si fanno c'è anche questa, e magari le sembrerà ingenua: tra un po' arriveranno le zanzare, non è che, per caso, possono trasmettere il coronavirus?

«Direi proprio di no. Tutti i dati a nostra disposizione sui coronavirus umani non hanno mai messo in evidenza una possibile trasmissione tramite gli insetti».

Le zanzare però possono trasmettere altre infezioni, la dengue, la leishmania...

«Ma si tratta di patologie causate da altri agenti virali e non virali, come la leishmaniosi, che vengono trasmessi attraverso il sangue. Non è il caso del coronavirus, che contagia attraverso goccioline di saliva».

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