Un cittadino di Codogno davanti alla farmacia del paese (Ansa, Paolo Salmoirago)
Salute

Coronavirus: a Codogno assistenza in tilt

In quarantena a Codogno, con 39 e mezzo di febbre? «Richiami domani». Succede ad un insegnante nel paese centro del focolaio. Il parere dell'epidemiologo Luigi Lopalco - tutto sul Coronavirus

A Codogno, la città lombarda dove è partita l'epidemia italiana di coronavirus, il tempo si è fermato. Dal giorno del contagio, strade e piazze sono deserte, negozi, scuole e uffici pubblici chiusi. Un decreto legge impedisce di entrare o uscire dagli 11 comuni del focolaio: un'attesa interminabile per 50 mila abitanti.

Tra loro Giacomo Corbisiero, 37 anni di origine campana. Da 15 anni vive a Codogno, anche lui in quarantena nella sua abitazione: insegna nel Convitto dell'Istituto Agrario A.Tosi, e due studenti di 17 anni della sua classe sono risultati positivi al test. «Ero a stretto contatto con i due ragazzi contagiati, seguivo il loro percorso di studi per diverse ore al giorno» ha raccontato a Panorama. «Da domenica sono chiuso in casa. La mamma di una mia collega e alcuni vicini mi portano da mangiare. Il responsabile dell'Unità delle malattie infettive dell'ospedale di Codogno ha fatto effettuare 200 tamponi per gli insegnanti della scuola e per gli educatori delle cooperative. La mia compagna, che lavora insieme a me nell'istituto, è in quarantena a Cremona e tutti gli altri sono sotto stretta osservanza».

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Qualche giorno fa a Giacomo è venuta la febbre. Ha chiesto aiuto agli esperti al telefono, gli hanno detto di prendere tachipirina per farla scendere. Nel suo caso non è successo. Mentre uno dei due allievi infettati dal virus è passato, in un giorno solo, da 38 di febbre a 37, il 25 febbraio l'insegnante ha raggiunto i 39 gradi e mezzo di temperatura. Dopo aver richiamato il numero di emergenza, ha atteso 6 ore senza che arrivasse nessuno. Sempre più preoccupato, ha telefonato al 118 per essere ricoverato, ma la risposta è stata: «Richiami domani».

«È proprio questo il problema. In una situazione di epidemica incontrollata, tutti i sistemi di assistenza vanno in tilt» ammette l'epidemiologo Pierluigi Lopalco dell'Università di Bari. «È importantissima la preparazione, aver predisposto dei piani con molto anticipo e aver fatto delle simulazioni per vedere se funzionano. Nel 2009 l'allarme pandemia del virus H1N1 aveva imposto la messa a punto di questi piani, ma passata l'emergenza sono rimasti nei cassetti».

Alcuni ricercatori ritengono che il Covid-19, anche grazie a una certa percentuale di pazienti asintomatici ma contagiosi, potrebbe colpire dal 35 al 40 per cento della popolazione. È verosimile? «Questo virus ha tutte le caratteristiche per una diffusione pandemica» risponde Lopalco. «Si trasmette per via aerea e in molti casi provoca una malattia lieve. Così, chi ne viene colpito in forma blanda continua a svolgere le sue attività sociali, e va in giro a diffondere il contagio. Ne è prova che ormai i casi di COVID-19 sono segnalati in tutto il mondo. Probabilmente è vero che colpirà, in pochi mesi, anche più del 40 per cento della popolazione mondiale»

Niente panico, però, dice lo stesso esperto. «Nell'80 per cento dei casi il virus passa senza fare danni, e la percentuale sale al 90 se si è giovani e in buona salute». Il vero problema, casomai, «è preparare gli ospedali affinché possano garantire al restante 10-20 per cento una assistenza di qualità che possa intervenire nei casi più severi, che si verificano soprattutto negli anziani».

(Linda Di Benedetto)

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