Contro la seconda ondata puntiamo sui medici di famiglia
Contro la seconda ondata puntiamo sui medici di famiglia
Salute

Contro la seconda ondata puntiamo sui medici di famiglia

Nella prima fase dell'epidemia il loro ruolo non è stato valorizzato. Un errore da non ripetere

Se c'è una lezione chiara che che dovremmo aver imparato dalla pandemia, e dovremmo applicare anche nella probabile seconda ondata Covid-19, è che gli ospedali e le terapie intensive sono indispensabili, certo, ed è stato un bene raddoppiarne il numero. Ma i primi a dover fronteggiare i pazienti, i sintomi, i contagi, la malattia che può aggravarsi, sono i medici di famiglia, quelli da cui tutti andiamo appena abbiamo un problema di salute: per farci visitare, avere un consulto, una diagnosi, una terapia.

Durante la prima, terribile fase dell'epidemia, il servizio sanitario nazionale quanto ha puntato e rafforzato il ruolo dei medici di medicina generale e del territorio? Poco, a dir la verità. Si è concentrato tutto sull'eccellenza (per fortuna) di molti ospedali, soprattutto in Lombardia, lasciando però il medico di famiglia senza chiare indicazioni, linee guida, sostegno.

Oggi, in previsione di un ritorno forte di contagi (assai probabile visto che cosa sta succedendo in questi giorni di rientro da ferie e viaggi, e di comportamenti irresponsabili e superficiali) la medicina del territorio è stata potenziata? Va tutto bene?

«Non direi, a distanza di mesi non mi pare sia cambiato granché» risponde a Panorama Silvestro Scotti, segretario nazionale dei Medici di Medicina Generale, nonchè medico egli stesso. «Si è dimenticato il ruolo determinante della medicina generale: ossia la possibilità che il paziente si rivolgesse prima al proprio medico di fiducia. Se lei ricorda, nella prima fase dell'epidemia gli spot pubblicitari e i manifesti messi dalle regioni suggerivano di chiamare il 118 con sintomi per i quali in genere si chiama il medico di famiglia. Il messaggio, in sostanza, era quello di bypassare questo servizio al malato».

Molti, in quanto liberi professionisti convenzionati, si sono dovuti organizzare da soli, di giorno in giorno. Anche mettendo a rischio le proprie vite: non è un caso che il 60 per cento dei medici deceduti per coronavirus appartenga a questa categoria.

Secondo le (inadeguate) indicazioni, il medico di medicina generale doveva accogliere i pazienti nella sala d'attesa, misurare loro la temperatura, in presenza di sintomi isolare il caso sospetto in un'altra stanza poi da sanificare. «Ma chiunque abbia scritto quelle indicazioni non è mai entrato, evidentemente, in un ambulatorio medico» commenta Scotti. «Altrimenti saprebbe che ad accogliere il paziente è quasi sempre una segretaria o un'assistente, che non ha gli strumenti per fare quelle valutazioni. Inoltre, prima di essere identificato come sospetto Covid, quella persona avrà avuto contatti con altri pazienti. Insomma, non solo non siamo stati coinvolti, ma siamo rimasti appesi a linee guide poco coerenti».

Altro punto dolente, la mancanza per i medici di famiglia di dispositivi di protezioni individuale. E lì è partita un'altra battaglia, di tre mesi, per poterli avere. Mascherine, guanti, camici usa e getta e schermi facciali, di cui all'inizio ci fu una drammatica carenza (la protezione civile sequestrava il materiale), nella normativa erano destinati agli ospedali, e non al personale medico convenzionato. E i medici se li sono dovuti procurare da soli, a pagamento, con mille difficoltà.

«Abbiamo continuato a fare visite a domicilio o triage telefonico, a fare videoconsulti a distanza quando era possibile, fornito pulsometri che valutare la capacità respiratoria» continua Scotti. «Tutto questo mentre i distretti sanitari territoriali restavano chiusi causa Covid. E ancora oggi non ci sono linee guida per la riorganizzazione di questi servizi del territorio in un altro eventuale lockdown».

Anche Filippo Anellli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, rivendica un potenziamento del lavoro dei medici di famiglia dovesse arrivata la temuta seconda ondata. Altrimenti, fa capire, non se ne esce.

«Rispetto al passato oggi non abbiamo più scuse da accampare» sostiene. «Conosciamo abbastanza bene il fenomeno e anche il ruolo che devono svolgere le varie parti del Ssn. I medici di famiglia devono essere messi nelle condizioni di avere un compito di sorveglianza che, nei primi mesi dell'emergenza, è stato svolto anche in modo incosciente, senza dispositivi e con molte perdite di vite umane».

Oggi il governo è, in parte, venuto incontro alle esigenze dei nostri medici, e la legge prevede che i dispositivi di sicurezza per visitare e curare i malati siano forniti anche a questi professionisti. Ma, secondo Anelli, la fornitura non avviene in modo omogeneo e sufficiente. «E ancora non capiamo perché la distribuzione non sia adeguata per tutti i medici d'Italia».

Non basta. Anche negli ambulatori medici, volendo, si dovrebbero poter effettuare i tamponi, ma così non è. Per sopperire a quest'altra «debolezza» del sistema, gli stessi medici hanno proposto, di loro iniziativa, le Usca, Unità speciali di continuità assistenziali: «Team di medici di famiglia o guardie mediche che, dotati di dispositivi, andavano a domicilio a fare le visite» spiega Anelli. «Ce li siamo organizzati con un dispositivo di legge che il ministro ha accettato. In prospettiva però speriamo di non dover ricorrere nuovamente alle Usca, vorremmo che ogni medico avesse strumenti e dispositivi per svolgere il suo lavoro».

Inoltre, il medico di medicina generale oggi non ha tuttora il potere di imporre e far rispettare la quarantena a un paziente con sintomi di Covid. Così succede che, di fronte a un dubbio di positività da coronavirus, invia la segnalazione al Dipartimento di prevenzione e igiene che, a sua volta, fa partire la richiesta di tampone e, successivamente, la ricerca dei contatti con il malato. Ma intanto il paziente, prima di accedere al tampone e averne l'esito, può andare in giro e diffondere il contagio.

«Dovremmo poter avere un ruolo come quello del vecchio medico condotto» precisa Scotti. «Ossia, attivare la procedura del tampone e, nell'attesa del risultato, imporre l'isolamento a domicilio. Cosa oggi non possibile perché non siamo pubblici ufficiali».

Infine, la questione delle terapie in caso di infezione Covid. I medici di famiglia potevano decidere di utilizzare medicine off-label di propria iniziativa e a proprio rischio. Ma, in generale, l'accesso ai farmaci contro il Covid (alcuni antivirali, per esempio) non è mai stato semplice: questi farmaci sono distribuiti solo nelle farmacie ospedaliere su prescrizione degli specialisti. «Una limitazione frutto di una cultura precedente per creare ostacoli burocratici e ridurre spese mediche. Ma tutti i medici dovrebbero essere liberi di prescrivere farmaci seguendo le linee guida» obietta Anelli. «Bisogna dare maggiore peso all' autonomia della professione».

Nell'ultima finanziaria ante Covid erano stati stanziati 236 milioni di euro per potenziare attrezzature diagnostiche per gli studi medici e la medicina del territorio: elettrocardiogrammi, spirometrie collegabili al telefonino, ecografie, dermascopi... Una buona notizia? Lo sarebbe, se l'iniziativa fosse stata seguita da un decreto ministeriale per indicare la distribuzione tra le regioni e le modalità di acquisto. «Il decreto è stato formalizzato a metà gennaio, ed è rimasto fermo là» conclude Scotti. «E la medicina generale ancora una volta rischia di essere considerata la kamikaze di turno».

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