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Riforma del Senato: a cosa è servita

Con il via libera all'articolo 2 del ddl Boschi si chiude la partita che ha definito i nuovi equilibri politici futuri

Con il via libera all'articolo 2 del ddl Boschi che dice addio all'elettività dei senatori, la riforma istituzionale su cui il governo Renzi aveva investito di più – la fine del bicameralismo perfetto - va ufficialmente in porto. Si passa dunque al Senato delle Autonomie, occupato da consiglieri regionali, con funzioni di molto limitate e senza più la possibilità di votare la fiducia al governo.

LEGGI QUI: Com'è andata la votazione in aula

Ma quando si finisce per fare la conta dei vincitori e dei vinti, l'impressione è che più che per cambiare il sistema, la battaglia sul Senato sia servita soprattutto a regolare i conti interni alle diverse forze politiche, stabilire nuovi equilibri, sancire future alleanze. Ecco quali, nelle prossime slide.

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Lo scontro nel Pd

pier luigi bersani L'ex segretario del Pd Pierluigi Bersani arriva alla sede del Pd in occasione della direzione nazionale a Roma, 7 agosto 2015. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

Lo scontro sul Senato ha confermato una volta di più che le risse in casa dem sono sempre meno sanguinose di quanto ci si aspetti. Anche a costo di accettare un compromesso al ribasso sulla parziale elettività dei futuri senatori, anche a costo di digerire i voti dei senatori di Denis Verdini, anche a costo di dimostrarsi di nuovo divisa al proprio interno (Mineo, Tocci, Casson restano tra gli irriducibili che voteranno contro), la minoranza Pd ha rimandato la più volte annunciata resa dei conti a data da definirsi.

Senza accordo ci sarebbe stata la scissione. Bersani e i suoi potevano permettersela? Evidentemente no. I posti nel futuro Parlamento si sono ormai di molto ridotti. Fuori da un grande partito, con l'Italicum che entrerà in vigore dal 2016, i dissidenti rischiano di rimanere anche fuori dal Parlamento. L'esperienza di Civati, che non è riuscito a raccogliere le firme (non voti, solo firme) necessarie ai referendum proposti dalla sua creatura “Possibile”, insegnano che avventure minoritarie sono destinate al fallimento, all'assoluta ininfluenza.

Partito della Nazione all'orizzonte?

boschi-verdini Baci e abbracci per il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi (stringe la mano a Denis Verdini) in Senato al termine delle votazioni degli articoli DDL sulle Riforme, Roma 7 Agosto 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Un'altra dimostrazione che il contenuto della riforma del Senato in sé non sia mai stato al centro delle reali preoccupazioni degli attori politici, è che Denis Verdini, il signor "Wolf" di Palazzo Madama, avrebbe votato qualsiasi cosa gli avessero messo sotto gli occhi pur di salvare questa legislatura.

Qualcuno dice che adesso l'ex braccio destro di Silvio Berlusconi si aspetti comunque qualche ricompensa. Anche fosse, ciò non significherebbe però la nascita del Partito della Nazione paventato da Gotor e dagli altri orfani della Ditta. Di fatto Renzi non ne ha bisogno. Più volte il premier ha ribadito che i voti degli ex azzurri sarebbero stati graditi, ma non necessari. Per la sua minoranza non è proprio una bella notizia.

La verità è infatti che più che essere stata sconfitta, si è ritrovata inglobata. Alla fine, dietro le rivendicazioni identitarie – che pure contano – ciò che preme venga riconosciuto sono ruoli e poltrone. Non a caso è previsto a breve il trasferimento a Palazzo Chigi di Vasco Errani, “fratello di Bersani", l'uomo dell'accordo.

La posizione di Piero Grasso

piero-grasso Il presidente del Senato Piero Grasso. ANSA/CLAUDIO PERI

L'attacco lanciato in Direzione da Matteo Renzi, con la minaccia di un voto di fiducia qualora Piero Grasso avesse deciso di autorizzare nuove modifiche al testo, è forse la ferita più profonda inflitta durante la battaglia e per questo destinata a non sanarsi. Difficile ricucire i rapporti se Matteo Renzi continuerà, tutto lo fa pensare, a non fidarsi del presidente del Senato e se l'ex magistrato non riuscirà a scrollarsi di dosso l'onta di essere stato di fatto costretto – su pressione di Palazzo Chigi e c'è chi insinua anche del Colle - a piegare la testa.

La sua posizione è ormai al limite del sostenibile. Lui rivendica di essere e rimanere “arbitro imparziale”, ma tutti lo accusano del contrario. Per la minoranza dem è poco meno di un traditore, per le opposizioni uno che “ha piegato la Costituzione a uso e consumo della maggioranza”. Per governo e renziani in parlamento uno per cui spendere una parola solo in extremis come, davanti ai durissimi attacchi del Movimento 5 Stelle e della Lega, ha fatto ieri sera l'ex lettiano, oggi renziano di ferro, Francesco Russo che glu ha espresso la “piena solidarietà dei dem”.

L'Aventino delle opposizioni

silvio-berlusconi Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi ANSA/CLAUDIO PERI

Quando il 13 ottobre ci sarà il voto finale, le opposizioni lasceranno che “governo e maggioranza rimangano da soli a votare la riforma”. Anche Forza Italia ha aderito alla richiesta di Sel, Lega e M5S di rimanere fuori dall'Aula. Da quello che doveva essere un percorso condiviso, la riscrittura delle regole del gioco si è ridotta a essere appannaggio di un unico giocatore: Matteo Renzi. A botte di “canguri”, “ghigliottine” e trovate ad effetto come l'emendamento di Roberto Cocianchic che ieri aveva spazzato via 18 scrutini segreti sull'articolo 1, il nuovo Senato nasce così sulle spoglie di quello spirito Costituente che il defunto Patto del Nazareno aveva evocato.

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