Il mondo secondo Matteo
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Il cartone animato preferito. I social di cui non potrebbe fare a meno. Le passioni, i miti, il pantheon. Più i consiglieri importanti e i seguaci e gli ammiratori di prima fila. Ecco il nuovo premier in pillole

Per capire la natura del peccato originale che si porta con sé il governo guidato da Matteo Renzi in fondo potremmo cavarcela mettendo insieme alcuni puntini: fare il rivoluzionario governando con le idee di Walter Veltroni, i voti di Mario Monti, i seggi di Angelino Alfano, dopo aver fatto fare a Enrico Letta la fine di Romano Prodi, e arrivando a palazzo Chigi con le stesse tecniche di Massimo D’Alema e la stessa fragile maggioranza di Letta, per portare l’Italia dalla seconda alla terza repubblica con i metodi della prima.

Eppure ormai siamo qui: il governo Renzi si avvicina al trampolino, gli alleati sono a un passo dal sottoscrivere il patto proposto dal rottamatore, la lista dei ministri è pronta per il Quirinale e il sindaco di Firenze è a pochi metri dal raggiungere un obiettivo storico: primo segretario del pd a diventare presidente del consiglio e primo under 40 ad arrivare alla guida del paese. Restano alcuni dettagli, alcuni ritocchi, alcune limature del programma. Restano alcune ferite sul campo, alcune lacerazioni, alcune contraddizioni e alcune incoerenze. Ma intanto il risultato è quello che è. E intanto, questo giovane e birbante pierino passato come un rullo compressore sul corpo dei propri avversari – D’Alema? rottamato. Veltroni? rottamato. Marini? rottamato. Bersani? rottamato. Letta? rottamato – si ritrova nella stessa stanza dei bottoni in cui aveva immaginato di arrivare nel 2008, quando scelse di candidarsi contro tutti a Firenze e quando cominciò a costruire un percorso che lo ha portato in appena cinque anni a conquistare prima la sua città, poi il suo partito e infine una serie di alleati che nel corso del tempo si sono mostrati preziosi per la carriera del Rottamatore.

Alleati interni al partito. Alleati esterni al partito. Alleati che per mille ragioni diverse, e per una fortunata coincidenza astrale, alcuni mesi fa hanno cominciato a soffiare velocemente nelle vele del segretario per condurre il galeone del leader del Pd al secondo piano di Palazzo Chigi.
Già, ma chi sono questi alleati? Cosa chiedono a Renzi? E cosa possono ottenere dal nuovo presidente del Consiglio? Sul fronte politico, il successo di Renzi è una miscela composta da alcuni fattori precisi: il primo coincide con quel fronte dei renziani che ha consigliato al sindaco di conquistare il governo per non rimanere ostaggio del governo (e tutto nasce l’8 dicembre, ovvero nell’istante in cui Renzi diventa segretario del Pd); il secondo coincide con il fronte dei "renziani per convenienza" che durante il passaggio da Letta a Renzi si è barcamenato in modo magistrale tra l’essere sinceramente renziani ed essere contemporaneamente fedelissimi lettiani (il caso di Dario Franceschini è quello più noto); il terzo coincide invece con un fronte importante che ha dato una spinta fondamentale a Renzi e corrisponde alla maggioranza della minoranza del Pd (Matteo Orfini, Andrea Orlando), che ha spinto il segretario verso Palazzo Chigi con un duplice scopo: allontanare Renzi dalla guida del partito, in modo da poterlo conquistare, e testare subito le capacità del segretario anche a costo di farlo logorare in un lampo (e non è certo un caso che lo stesso D’Alema che fino a qualche giorno fa ripeteva agli amici di voler sconfiggere a tutti i costi "quello lì" sia stato uno dei più entusiasti sostenitori dell’idea di mandare subito il caro amico Matteo nella fossa dei leoni del governo). Il fronte degli alleati meno visibili di Renzi è invece quello che si trova dietro le quinte della politica, con il quale il segretario ha mostrato una certa consuetudine e che verrà rappresentato nelle pieghe della squadra di governo (occhio al ministero dello Sviluppo).

E così si scopre che nei giorni precedenti alla crisi della maggioranza guidata da Letta si è andata a consolidare una coalizione parallela formata da manager e imprenditori che ha sfiduciato l’ex presidente del Consiglio prima ancora che arrivasse la sfiducia della direzione del Pd. E in questo partito parallelo possono essere iscritti a vario titolo Diego Della Valle (Tod’s), Carlo De Benedetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Paolo Scaroni (Eni), Franco Bernabè (ex Telecom, candidato al ministero dello Sviluppo), Franzo Grande Stevens (Fiat, Intesa Sanpaolo), Marco Tronchetti Provera (Pirelli Mediobanca), Mario Greco (Generali), Vittorio Colao (Vodafone), Andrea Guerra (Luxottica), Fabrizio Palenzona (Unicredit), Gianfelice Rocca (Assolombarda, unico volto di Confindustria con cui Renzi ha rapporti buoni).

ùLe consultazioni parallele con questo importante pezzo di establishment – mediate dagli amici Marco Carrai e Alberto Bianchi e le cui modalità hanno fatto impazzire i giganti dell’establishment, prima sedotti da Renzi e poi, vedi il caso di Confindustria, disperati per non essere stati tenuti in considerazione nella formazione del governo – non riguardano solo il tentativo di scegliere un ministro dell’Economia capace di essere apprezzato al di fuori del perimetro politico ma riguardano una partita più delicata. Una partita alla quale sono interessati anche gli alleati e gli avversari di Renzi (vedremo cosa incasserà Forza Italia grazie a Denis Verdini) e che si giocherà a partire dal 13 aprile, quando il governo Leopolda dovrà mettere mano all’assegnazione di 600 nomine pubbliche relative ai consigli di amministrazione di 14 società controllate dal ministero dell’Economia più altre 35 controllate indirettamente (ci sono anche Eni, Enel, Finmeccanica, Terna). Partite che ovviamente hanno avuto un peso nel convincere Renzi a prendere subito in mano le redini del governo.

E partite alle quali andranno chiaramente affiancate anche le idee con cui il gagliardo Pierino di Firenze intende dimostrare di non essere solo un rottamatore ma anche un buon costruttore. Partite come le riforme che Renzi tenterà di portare a casa nei primi quattro mesi (legge elettorale, piano sul lavoro, riforma pubblica amministrazione, riforma fiscale). E partite come quelle che il segretario intende lanciare come guanti di sfida quando arriverà alle Camere e chiederà la fiducia per il suo governo: taglio alla spesa pubblica, riduzione dell’Irap, revisione delle aliquote dell’Irpef, semplificazione delle norme sul lavoro, revisione dei parametri di Maastricht (per il discorso, in preallarme tre amici storici del segretario: lo scrittore Alessandro Baricco, il regista Fausto Brizzi, il fondatore di Mtv, e prossimo probabile numero uno della Rai, Antonio Campo Dall’Orto).

Nella rete di Renzi sarà curioso capire la parte di quale pesce farà il più importante alleato del Rottamatore, ovvero Alfano, che con il suo Nuovo centrodestra, pur essendo di fatto diventato una costola del Pd di governo, avrà il compito di equilibrare il baricentro di Palazzo Leopolda. Alfano ha minacciato di essere pronto a non far partire l’esecutivo in mancanza di un patto chiaro sulle riforme (traduzione: Matteo, dai, ti prego, lasciami i miei ministeri!). Ma il segretario, ascoltando le minacce di Angelino, sorride di cuore: come può pensare Alfano di utilizzare l’arma delle elezioni, che per lui sarebbero fatali, per mettere paura al mio governo? In parte Renzi ha ragione. Ma in parte dietro il ragionamento del Rottamatore si nasconde un’incognita importante.

Per far trottare il governo, Renzi avrà bisogno di utilizzare la nuova legge elettorale come una pistola alle tempie degli alleati riottosi ma proprio perché la legge elettorale darebbe la possibilità di avere potere di vita o di morte sul Parlamento sulla strada dell’Italicum incontrerà ostacoli non preventivabili (il Quirinale, per esempio, vuole rivedere il dossier dell’abolizione del Senato). Perché è vero che Renzi dice "il mio governo durerà fino al 2018" (anche se Letta continua a dire che questo durerà solo qualche mese). Ma è anche vero che il modo migliore per governare senza marcire, e non correre il rischio di diventare una mostruosa creatura a metà tra D’Alema, Letta, Veltroni e Prodi, è avere a portata di mano il pulsante finish. L’arma di fine mondo. E sarà proprio su questa partita che Renzi capirà se gli alleati che si ritrova in Parlamento sono alleati fedeli oppure sono anche loro giovani rottamatori con una certa passione per i pugnali.

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