C'era una volta Re Giorgio (Napolitano)
Giorgio Cosulich/Getty Images
C'era una volta Re Giorgio (Napolitano)
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C'era una volta Re Giorgio (Napolitano)

Ad un anno dalla rielezione il Presidente ha perso consenso tra la gente e potere politico sovrastato da Renzi, Grillo e Berlusconi

In un anno, Giorgio Napolitano ha perso quel senso di vicinanza alla gente, ai cittadini, che era riuscito a creare nel settennato precedente. I sondaggi hanno visto crollare la sua popolarità, erosa dall’incapacità di trovare una soluzione al vulnus di un leader come Berlusconi costretto a decadere da senatore e a non candidarsi, e al tempo stesso dall’attacco di Beppe Grillo che ha reclamato addirittura l’impeachment. Un “boom” che Napolitano stavolta non ha potuto non sentire.

Ma non sono Berlusconi e Grillo i veri motivi dell’appannamento del capo dello Stato nella pubblica opinione. Quel motivo si chiama Matteo Renzi, subentrato al timone del Titanic Italia ereditando lo scettro di Giorgio. Il dominus oggi è lui.

In una lettera a Ferruccio De Bortoli direttore del “Corriere della Sera”, il presidente Napolitano ammette di aver “pagato un prezzo” (intende, credo, in consenso). Dice d’averlo pagato “alla faziosità”, ribaltando l’accusa che gli viene mossa d’esser stato fazioso, non al di sopra delle parti. Meriti e demeriti stanno tutti nel protagonismo del capo dello Stato. Ci sono stati momenti nei quali nessun altro politico italiano è stato come lui in grado di rassicurare i partner internazionali sulla tenuta dell’Italia. Ma proprio in quelle ore la legittimazione di Napolitano Re d’Italia si risolveva in una delegittimazione di fatto della democrazia italiana, che non prevede un Monarca. 

I governi che si sono succeduti negli ultimi anni, auspice il Quirinale, sono stati e sono privi di legittimazione popolare. Ne avevano una solo mediata, coincidente con la volontà di Napolitano stesso, accolta per disperazione dal Parlamento. Così abbiamo avuto prima un tecnico, Mario Monti, poi il vicesegretario di un partito, Enrico Letta. Nessuno scelto dagli italiani. 

È stato un bel momento di monarchia di Napolitano il richiamo per quanto inascoltato al Parlamento sullo stato vergognoso delle carceri in Italia. Ma la monarchia illuminata su alcuni argomenti non basta a giustificarne altri meno lucenti. Per esempio tutte le volte che si è avuta l’impressione di una eccessiva invadenza-ingerenza del capo dello Stato nelle nomine, compresi i ministri. 

Soprattutto, colpisce il grigiore dell’ultimo discorso augurale di Natale, quel rimando populista alle lettere dei cittadini, e la malinconia dimessa e confusa della lettera al “Corriere” nella quale derubrica come “intrighi” gli atteggiamenti ostili che sarebbero andati “ben al di là di ogni legittima critica e riserva”, sottoscrive la definizione di “faticoso e ingrato” relativa al suo “compito di promuovere la formazione di un governo di ampia coalizione” e dopo aver ribadito l’appello per fare le riforme (elettorale e costituzionale), confida che stiano per realizzarsi le condizioni “che mi consentano di prevedere un distacco comprensibile e costruttivo dalle responsabilità che un anno fa mi risolsi ad assumere”. Che fatica assolvere alle funzioni di Presidente...! Insiste quindi nel difendere la commissione di saggi da lui voluta e istituita per studiare le riforme quando ancora non c’era un premier come Renzi che potesse tradurle in pratica (il lavoro di quei saggi sarebbe un “eccellente retroterra di analisi e proposte offerto da un’autorevole e imparziale Commissione di studiosi ed esperti”).

Non si capisce se il Presidente sia stanco o deluso. O tutt’e due. Pentito di essersi fatto rieleggere, forse. All’immagine di integrità, forza e onestà data nel settennato precedente si è sostituita quest’aura di stanchezza e di crescente “distacco”. La parabola di Napolitano. Anche in un linguaggio, quello della lettera, sempre meno comprensibile, troppo interno al Palazzo, signorilmente retorico, istituzionale, ma drammaticamente scollegato dal sentire (e soffrire) degli italiani.

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