Governo Renzi: come passare dalle parole ai fatti?
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Governo Renzi: come passare dalle parole ai fatti?
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Governo Renzi: come passare dalle parole ai fatti?

Cuneo fiscale, scuola, pagamento dei debiti dello stato. Grandi riforme in tempi brevi. E sorgono mille dubbi sul quando e con che soldi

Quel che colpisce di più è la sproporzione nell’uso delle parole "quando" e "come". La prima è stata declinata una quantità di volte nei due discorsi di presentazione del governo di Matteo Renzi, il 24 e 25 febbraio, sempre in termini perentori e ravvicinati. Maggio, giugno, luglio, settembre: scadenze sparate a raffica, una per ogni impegno preso dal giovane e irruento presidente del Consiglio. La seconda, invece, non compare praticamente mai. Come si porteranno a casa i risultati promessi così rapidamente? Da dove verranno i soldi? In nessun caso Renzi si è preso la briga di spiegarlo, se non con accenni di disarmante genericità.

È il segno di una certa attitudine a improvvisare, già manifestata nella formazione della squadra di governo? Oppure dipende dalla volontà di tenere coperte le carte per non dover affrontare critiche e resistenze? In ogni caso c’è poco da stare allegri. Serve chiaramente una mano capace di tirare le briglie al governo, evitando azzardi, imponendo misura e realismo. E questa non può che appartenere al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, l’unico dotato di riconosciuta esperienza (non per niente un fuori-quota anche dal punto di vista dell’età) in un esecutivo pieno di debuttanti.

"Qualche miliardo" per le scuole. Fermamente intenzionato a stupire, l’ex sindaco di Firenze è partito a razzo sull’edilizia scolastica. Per il programma che ha in mente, dice, serve "qualche miliardo di euro", e punta il dito sul paradosso per cui neppure le amministrazioni che avrebbero soldi da spendere possono farlo. Colpa dell’ottusità (non usa il termine, ma il senso è quello) del Patto di stabilità interno, che fissa parametri così rigidi da impedire l’impiego delle risorse esistenti.

E dunque va cambiato. Può farlo? Certo. Ogni anno il governo stabilisce le norme per l’applicazione del Patto e può introdurre nuovi criteri. Il punto è che se fosse davvero semplice e indolore, l’avrebbero fatto anche i governi precedenti. Ma chiaramente così non è. "Allargare le maglie del Patto" spiega a Panorama Carlo Scarpa, economista dell’Università di Brescia, "può avere senso in un momento di crisi". Il problema è che assieme ai comuni virtuosi possono approfittarne quelli con le finanze disastrate, ricominciando a spendere soldi che non hanno. "Se accadrà" dice Scarpa "i conti pubblici peggioreranno e a quel punto anche l’Europa avrà qualcosa da dire".

Inoltre Renzi non ha neppure accennato a una previsione su quanti comuni possano davvero permettersi interventi nell’edilizia scolastica. Ha detto che scriverà agli 8 mila sindaci, per saperlo. Ammettiamo pure, ottimisticamente, che i virtuosi siano la metà. E gli altri? Ci penserà lo Stato a fornire le risorse a chi non le ha, oppure avremo un’Italia divisa in due, con le scuole risanate laddove i comuni se la cavano meglio e pericolanti dove le casse sono malridotte?

L’incognita del pagamento dei debiti. L’annuncio più a effetto (anticipato da Panorama nel numero del 26 febbraio) riguarda il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. "Saranno sbloccati tutti" assicura Renzi. Che su questo offre l’unico cenno al "come", chiamando in soccorso la più grande riserva di liquidità dell’economia nazionale (alimentata dal risparmio postale degli italiani): la Cassa depositi e prestiti. Dopo il primo, generale smarrimento, si è scoperto che la proposta altro non è che la riproposizione di quella presentata nel maggio 2013 alla Fondazione Astrid (un pensatoio trasversale, influente soprattutto sui temi legati alla pubblica amministrazione) dal presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini e dall’economista Marcello Messori, con tanto d’interventi necessari a modificare la legislazione corrente.
L’ipotesi è effettivamente percorribile ed era già stata avallata in Europa da una dichiarazione congiunta del vicepresidente della Comissione e commissario all’Industria Antonio Tajani e del collega agli Affari economici Olli Rehn. Non per nulla era stata presa in considerazione dal governo Letta, per essere poi bloccata dal ministero dell’Economia.
Le scarne parole del premier, tuttavia, hanno lasciato interdetto in un primo momento lo stesso Bassanini che, a quanto risulta a Panorama, ha dovuto telefonare proprio a Padoan per avere conferma del pieno accoglimento del suo lavoro nel programma di governo. La strada indicata per sbloccare il pagamento dei debiti è quella della loro certificazione da parte della pubblica amministrazione, in modo che le aziende possano scontarli in banca e le banche farseli anticipare dalla Cdp. La spiegazione fornita ufficiosamente è che i pericolanti saldi della finanza pubblica italiana non ne saranno peggiorati, in quanto lo Stato si limiterà a fornire una garanzia, senza far uscire denari dalle sue casse.

In realtà le cose sono più complicate, come si capisce leggendo la proposta Bassanini-Messori (il cui testo completo è a disposizione dei lettori sul sito Panorama.it ). "Sui mercati internazionali" c’è scritto "il conseguente aumento contabile dello stock del debito pubblico italiano non dovrebbe provocare eccessive tensioni; esso è in buona parte già scontato e potrebbe essere compensato dall’immagine di maggior pulizia dei nostri conti".
Basta questa frase, e in particolare i due condizionali che abbiamo evidenziato in corsivo, per consentire anche a chi non è laureato in economia di comprendere che: 1) il debito pubblico italiano aumenterebbe, anche se non nella misura dei pagamenti autorizzati; 2) per quanto si possano avere legittimamente aspettative positive, la risposta dei mercati resta pur sempre un’incognita.

Il cuneo fiscale "a doppia cifra". La promessa renziana di un abbattimento massiccio delle tasse per aumentare le retribuzioni dei lavoratori e tagliare i costi delle imprese non è una sorpresa, visto che da mesi è il cavallo di battaglia del suo programma. Il premier non si è fatto mancare nulla neppure su questo capitolo, sparando al bersaglio grosso: una riduzione "a doppia cifra", senza alcun accenno non solo alla provenienza delle risorse necessarie, ma neppure alla loro quantificazione.
Sembra una lacuna grave, a giudicare da quanto scritto poco più di un anno fa dall’economista Mirko Cardinale sul portale Lavoce. info. Citiamo testualmente dall’articolo: "Una riduzione di 5 punti percentuali per i lavoratori di meno di 40 anni richiederebbe 13,7 miliardi (0,9 per cento del pil), mentre la terapia d’urto di una riduzione di 10 punti percentuali (1,7 per cento del pil), avvicinerebbe l’Italia alla media Ocse per i lavoratori più giovani, ma costerebbe 27,5 miliardi".

Renzi ha precisato d’intendere un taglio di 10 miliardi (che basterebbero forse a coprire il 2,5 per cento per tutti, altro che 10 punti percentuali). Infine l’economista della sua squadra, Filippo Taddei, ha fatto un’ulteriore marcia indietro, parlando di 8-10 miliardi, che fatti i dovuti conti valgono poche decine di euro al mese nelle tasche dei lavoratori.

Quel che Renzi non dice. Un intero capitolo del programma andrebbe poi dedicato alle "caselle mancanti". Il premier non ha parlato del rientro dei capitali all’estero, dei problemi del Mezzogiorno, dell’evasione fiscale, di come intende applicare gli ultimi impegni del governo Letta, solo per citare i temi maggiori. Ma soprattutto, vista l’entità delle cifre in ballo e la straordinarietà delle riforme annunciate (su tutte l’invio a casa degli italiani della dichiarazione dei redditi precompilata, roba da fare invidia ai paesi scandinavi) mancano indicazioni fondamentali sulle coperture economiche. La domanda, sempre quella, è stata posta al braccio destro Graziano Delrio, che naturalmente ha passato la palla al solito ministro dell’Economia. "Se le coperture ci sono? Ci mancherebbe. Spiegherà tutto bene il professor Padoan...". Peccato che Padoan, interpellato poco dopo, abbia cominciato a prendere qualche distanza: "Le coperture? Non ho alcun commento da fare. Ero in commissione a seguire un decreto".

Della spending review Renzi ha parlato solo per dire che non sarà l’unica misura da cui arriveranno risultati nel primo semestre 2014. L’inasprimento delle tasse su bot e rendite finanziarie, l’unica cosa che il fedele Delrio si era lasciato sfuggire prima della fiducia, è stato messo in quarantena di fronte al vespaio di polemiche, salvo poi un’ammissione parziale dello stesso Renzi: "Stiamo valutando".

Prima ancora di iniziare la corsa di governo, il segretario del Pd deve ricorrere al vecchio espediente di presentare come semplice e a portata di mano ciò che è complesso, faticoso e tutt’altro che certo, rischiando così di trasformarsi in una versione appena più evoluta del populismo economico di Beppe Grillo. Non resta che sperare nella mano paterna del ministro dell’Economia, perché ci risparmi una metamorfosi mostruosa.

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