Renzi: la questione delle questioni
ANSA / LUIGI MISTRULLI
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Renzi: la questione delle questioni

Economia, crescita, lavoro, politica: i dati confermano quello che prevedevamo mesi fa. Renzi promette ma non mantiene

In questi mesi ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiedeva il perché della posizione di Panorama nei confronti di Matteo Renzi e delle iniziative del suo governo. Lettere anche piccate, alcune ingiuriose che con poca fantasia mettevano in relazione la proprietà di questo settimanale con una linea giornalistica intransigente nei confronti del premier. Sono quindi assai lieto che il tempo ci stia dando ragione e leggo con piacere i sempre più numerosi editorialisti del Corriere della sera e di Repubblica venire dritti dritti sulle posizioni di Panorama. Noi non abbiamo mai avuto una tesi pregiudiziale nei confronti di Renzi: ogni parola è stata sempre, sempre, accompagnata da fatti incontestabili e, ancora questa settimana, basta leggere l’articolo di un economista indipendente come il professor Luca Ricolfi a pagina 52 per avere l’ennesima riprova di un atteggiamento trasparente e mai viziato da preconcetto.

La premessa è necessaria perché, a cinque mesi dal suo insediamento, il polverone degli annunci roboanti e arrembanti si è diradato (dai 100 giorni, non a caso, Renzi ora si è dato 1.000 giorni per mantenere gli impegni) e la realtà inizia a essere chiara anche ai supporter più convinti di Matteo Renzi.

L’economia non è ripartita, al contrario. I consumi non hanno avuto alcun rilancio con gli 80 euro, piuttosto ristagnano. La spesa pubblica aumenta con lo stesso ritmo di prima. La disoccupazione non è diminuita, quella giovanile è anzi fuori controllo. Siamo allo stesso punto, se non addirittura più indietro, rispetto a dove ci trovavamo quando Renzi iniziò il suo cammino. Con molte aggravanti. Una su tutte: la crescita del prodotto interno lordo a fine 2014 non sarà mai pari allo 0,8 per cento come immaginato da Renzi soltanto nell’aprile scorso. Bene che andrà (sic!) si attesterà intorno allo 0,2 per cento. Significa aver sbagliato non di pochi decimali ma del 75 per cento la previsione in assenza di eventi catastrofici per l’economia mondiale, prova ne è che gli altri paesi dell’eurozona crescono molto di più dell’Italia.

La circostanza ancora peggiore è che oggi Renzi se ne va in giro fischiettando e a dire che «se la crescita sia 0,4, 0,8 o 1,5 per cento non cambia niente per la vita quotidiana delle persone».

Ecco, fare affermazioni come questa significa non capire o far finta di non capire lo sprofondo dove siamo finiti. D’altronde essersi concentrati sulla riforma del Senato, che quella sì non cambierà assolutamente la vita quotidiana delle persone, equivale ad aver smarrito e mandato in secondo ordine la questione delle questioni, cioè quella economica. Sul fronte del Senato e dell’Italicum verificheremo molto presto l’attitudine di Renzi a mantenere la parola o meno. Certo, stiamo parlando dello stesso segretario del Pd che twittava giocondo #enricostaisereno a Letta, giurando che mai sarebbe andato a Palazzo Chigi senza passare dalle urne. Io sono una persona seria, specificava. Ecco, appunto.

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Giorgio Mulè