Renzi, il genio a due facce delle correnti Pd
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Renzi, il genio a due facce delle correnti Pd
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Renzi, il genio a due facce delle correnti Pd

Dalemiani, bersaniani, giovani turchi, lettiani. Tutti compatti. O tutti comprati? - Letta, Renzi e gli italiani (presi in giro)  - Governo Letta, la fotostoria  - Toto-ministri  - Sondaggio

Matteo Renzi? È semplicemente un genio. Una domanda mi faccio in queste ore e ho faticato un po’ a trovare la risposta, come davanti a quei teoremi che all’apparenza non hanno soluzione. Sommi e sommi, i conti non tornano mai finché non scopri l’arcano. E l’arcano di Renzi, il segreto del suo successo nel Partito democratico, non può che essere uno. Matteo è uno e trino. Anzi due.

C’è il Matteo leader che sa parlare alla gente, che ha le idee chiare, l’ottimismo, e sa come presentarle. E c’è il Matteo vecchio politico (lo dico in positivo), che sa come muoversi nei meandri del potere. Il dietro le quinte gli appartiene come il palco. Stage e backstage.    

Partiamo dalla domanda: come mai il Pc-Pds-Ds-Pd, l’ultimo dei partiti-partito, il partito delle correnti (dalemiani, veltroniani, lettiani, renziani…), nel momento della verità si è scoperto compatto, una selva di mani alzate, davanti al sindaco di Firenze che senza garbo politico, senza concessione alle forme del galateo vetero-repubblicano, dava il benservito al premier già vicesegretario di quello stesso partito? Forse perché non esistono più le correnti? Forse perché sono tutti lesti a salire sul carro del vincitore? No. Anche, ma non principalmente.

La risposta che mi son dato è che Renzi è un formidabile democristiano old style calato nei panni di un giovanotto cool (fico) e smart (di testa e macchina), dotato di un linguaggio semplice e comprensibile, molto sicuro di sé e che quindi trasmette sicurezza, con idee poche ma buone, e soprattutto nuove per un paese ingessato come il nostro. Questo è il Renzi n.1, che lancia la sfida dell’“uscita dalla palude” e dice le cose giuste (sperando che riesca a concretizzarle). È il Renzi visibile, quello delle direzioni in streaming e delle “carte scoperte”, dell’abolizione dei giri di parole, delle citazioni azzeccate, delle battute da banchi di scuola.

Poi però (e per fortuna) c’è il Renzi n. 2, abile navigatore del Palazzo e della politica, capace di dialogare con tutti a cominciare da Berlusconi (col quale s’intende mica per un’affinità solo personale, ma per una studiata convergenza d’interessi) e in grado (lo ha dimostrato) di metter d’accordo le rissose componenti interne del suo partito che fanno capo a quelli che nell’epoca democristiana si chiamavano capibastone a destra, padri nobili a sinistra. 

Perché, al sodo, i dalemiani si sono adeguati al nuovo corso? E perché Letta no? Ecco, aspettiamoci di vedere Massimo D’Alema prossimamente in posizioni di ritrovato spicco, magari in Europa. Magari al posto del vicepresidente della Commissione Europea, Antonio Tajani, presto in uscita. O chissà dove. Quanto a Letta, sospetto che sia andato a sbattere contro il muro di Matteo perché non ha saputo o potuto ottenere di uscire con la garanzia di un rientro all’altezza. Dubito che non avesse capito di trovarsi al capolinea.

Quella tra Renzi e Letta non è stata la guerra tra due leader. Ma tra un leader e un uomo di partito, e ha vinto il primo perché ha saputo manovrare meglio. E quella che oggi viene chiamata “manovra di Palazzo”, semplicemente perché non ha previsto un passaggio per le urne né in Parlamento, è stata la beffa inferta da un dc a un altro dc, attraverso una battaglia combattuta sotto gli occhi di tutti ma anche dietro le quinte, lontano dagli occhi di tanti. Ecco spiegato pure come i poteri forti si siano gradualmente staccati da Letta e avvicinati a Renzi. 

Ma comunque sia arrivato, e anche se adesso Renzi soffre un provvisorio calo d’immagine, la sua è una sfida aperta. Con un particolare che presto verificheremo. Letta, come Monti, era personalmente succube del vecchio asse franco-tedesco. Renzi, come Berlusconi, è più “anglosassone”. Più libero e assertivo. Credo che finalmente Renzi possa dare filo da torcere in Europa. Perché è meglio essere rispettati, che “credibili”, per dirla con Giulio Tremonti che di mondo se n’intende.  

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