Matteo-Renzi
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Renzi: le 6 partite che non riuscirà a vincere

Dalla scuola alle elezioni comunali del 2016, i momenti decisivi per il premier e che ne segneranno la caduta

"Noi veggiam, come quel c'ha mala luce, le cose", disse, "che ne son lontano; cotanto ancor ne splende il sommo duce”

Come spiega Dante nel Canto di Farinata degli Uberti, noi qui dall’Inferno abbiamo la possibilità di vedere il futuro. E siamo in grado di dire come finiranno le sei partite che il premier Matteo Renzi ha aperte e che, proprio qui, abbiamo presentato come quelle che "Renzi non può sbagliare". Sappiamo infatti che le sbaglierà tutte. Non per incapacità o per un improvviso “cupio dissolvi” ma perchè nella condizione in cui si trova non può fare altro.

- LEGGI QUI QUALI SONO LE 6 PARTITE



1 - Riforma della scuola

Con un maxiemendamento la riforma è passata al Senato e nelle prossime settimane sarà approvata definitivamente alla Camera. Usando il ricatto del possibile rinvio nell’ assunzione dei precari, Renzi ha piegato le flebili resistenze della disunita minoranza interna. Apparentemente una vittoria, ma come sempre le vittorie di Renzi lasciano morti e feriti in quantità. Un settore tradizionalmente favorevole alla sinistra come il mondo della scuola ha respinto in modo quasi unanime una riforma che gli insegnanti intendono come punitiva e gli studenti come regressiva. Molti hanno visto nella riforma un ritorno all’autorità gerarchica e alla meritocrazia, e questo ha disturbato gran parte degli addetti ai lavori. Al contrario, i pochi che avrebbero salutato efficienza e meritocrazia come una svolta necessaria, si sono resi conto che sotto alle parole c’è poco o nulla. Così scontentano gli uni senza accontentare gli altri.

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2 - Riforme istituzionali

Renzi ne ha fatto la “madre di tutte le battaglie”. Ma oggi si trova costretta a combatterla in un “Vietnam parlamentare” che, al Senato, lo condanna a un percorso pieno di rischi. Il rischio peggiore, però, è il punto d’arrivo: il referendum confermativo che la Costituzione impone se non c’è una maggioranza parlamentare dei 2/3 sulle riforme, e che lui stesso ha dichiarato più volte di volere. Nella sua strategia, il referendum doveva essere il suo trionfo: il giudizio del popolo su Renzi innovatore, mettendo negli angoli i suoi avversari costretti a schierarsi dalla parte della conservazione o a fare buon viso a cattivo gioco. Come De Gaulle, sarebbe stato l’uomo che – con un referendum – avrebbe legato al suo nome la terza repubblica italiana. Al contrario, proprio come per i francesi in Vietnam, il luogo scelto per lo scontro rischia di rivelarsi per lui una trappola mortale. Il referendum potrebbe essere la Dien Bien Phu di Matteo Renzi. Vediamo perché.
Il PD e il suo leader non hanno mai avuto il consenso della maggioranza degli italiani. Anche al momento del maggiore trionfo, non è andato al di là del 40%. Finora la sua forza è nata proprio dal fatto che i suoi avversari non possono mettersi d’accordo fra di loro.
Salvini, Grillo, Berlusconi, Bersani, Vendola non sono certo in grado di coalizzarsi per un obbiettivo. Ma sono benissimo in gradi di coalizzarsi contro un obbiettivo, per esempio la riforma. Il referendum sarà il terreno ideale per tutti coloro che vorranno punire Renzi per le sue colpe, la sua arroganza, le promesse deluse. Come dimostrato tutti i sondaggi e il risultati elettorali, sono un’ampia maggioranza degli italiani.

3 - Immigrazione

Questo è il tipico caso di “coperta troppo corta”. Renzi non può fare la voce grossa, se non a prezzo di scontentare quella parte di elettorato di sinistra e cattolico che è sensibile ai temi umanitari e che fin qui, magari con poca convinzione, lo ha appoggiato. E non può essere arrendevole, senza gonfiare a dismisura il consenso di Salvini e anche di Grillo che sul tema immigrazione non ha scrupoli a solleticare gli umori xenofobi.
L’indifferenza dell’Europa lo priva dell’unica carta di salvezza: scaricare il problema sui partner europei i quali, con una logica cinica ma prevedibile, solo ben contenti di lasciare che l’Italia si gestisca i suoi guai da sola. Naturalmente l’atteggiamento succube fin qui dimostrato in sede europea  sui temi economici non ha funzionato come captatio benevolentiae nei confronti di chi conta davvero in Europa, cioè la signora Merkel, ma solo come prova della debolezza italiana e del fatto che le nostre proteste non sono da prendere troppo sul serio.

4 - Pensioni e stipendi pubblica amministrazione

Renzi ha tentato nei confronti della Pubblica Amministrazione, e in particolare nei confronti della Magistratura, una tattica spregiudicata: invece di difendersi o di ubbidire, come hanno fatto i governi precedenti, ha tentato di ribaltare il tavolo. Per una volta sono stati i magistrati e gli altri burocrati pubblici sul banco degli accusati, usando argomenti di facile presa demagogica: gli stipendi, le ferie, i privilegi. Una battaglia apparentemente sacrosanta, ma con un difetto: toccava gli aspetti superficiali, non quelli di sostanza.
Il problema dell’Italia non è che i giudici passano troppo giorni in vacanza e i direttori generali dei ministeri vanno in pensione con cifre troppo alte. Il problema è che gli uni e gli altri esercitano un potere invisibile e pervasivo, di fronte al quale il potere politico, cioè quello scelto dai cittadini, è debolissimo. Sono caste di funzionari che hanno davvero in mano il funzionamento del paese, senza renderne conto a nessuno. Tradizionalmente il PD è stato vicino a queste caste, a differenza del centro-destra, e quindi Renzi forse sperava in un atteggiamento più comprensivo.
Così non è stato, e gli schizzi di fango nelle inchieste giudiziarie infangano il PD e lambiscono sempre più spesso i suoi vertici. Renzi fin qui ha cercato di scaricare gli indagati, di salvare cinicamente la sua verginità sacrificando quella degli altri. Ma il gioco ovviamente non reggerà all’infinito, anche perché alla fine i sacrificati si vendicano.

5 - Giubileo

La decisione del Papa di indire un Giubileo straordinario ha colto di sorpresa tutti. E poiché anche gli eventi largamente attesi a Roma si trasformano in una sorta di calamità naturale (sono ancora visibili le vestigia dei Mondiali di calcio 1990 e del Giubileo 2000, eventi previsti da anni o da decenni) è facile immaginare il collasso della Capitale in visto del nuovo Anno Santo che – complice la popolarità mediatica del Pontefice – attirerà folle immense da gestire in qualche modo.
Renzi ha deciso di intestarsi questa materia, sottraendola di fatto al Sindaco Marino, il quale avrà buon gioco a scaricarsi di ogni responsabilità, come se l’ordinario disastro strutturale di Roma non fosse comunque, almeno in parte, colpa sua. D’altronde lo stato comatoso dell’attuale amministrazione capitolina, oltretutto squassata dalle vicende giudiziarie, non la rendeva certo in grado di affrontare un evento di questa portata.
Il risultato è evidente: se Marino rimarrà sindaco, avrà buon gioco ad indicare nel governo il responsabile di tutti i problemi, se cadrà per effetto della crisi politico giudiziaria di queste settimane, ancora più dirette saranno le responsabilità del Governo che – attraverso un commissario – dovrà gestire Roma in prima persona.

6 - Candidati sindaco

Dopo i risultati elettorali delle scorse settimane, Renzi non può assolutamente permettersi un’altra sconfitta alle elezioni comunali del 2016, che riguarderanno molte delle maggiori città italiane, fra le quali Milano, Napoli, Torino, Bologna, e probabilmente anche Roma. Sbagliare i candidati potrebbe avere conseguenze catastrofiche. Il problema è che anche qui Renzi è costretto a una scelta quasi impossibile. Può decidere di continuare ad affidarsi al meccanismo delle primarie, con il risultato di appaltare le scelte all’apparato periferico del partito (che lui non controlla). In questo caso, si troverebbe di fronte a candidature del tutto casuali, figlie di logiche interne locali, e non necessariamente gradite agli elettori. Se al contrario cercherà di imporre un candidato dal centro, verrà meno al dogma delle primarie sul quale lui stesso ha costruito la sua carriera politica (questo infernale strumento, inventato per dare una finta legittimazione popolare alle scelte dei vertici, si è rivoltato contro gli apprendisti stregoni che lo hanno inventato, il vecchio gruppo dirigente del PD, ma ora potrebbero fare lo stesso scherzo proprio a Renzi).

In ogni caso, un candidato “renziano”, per questa sue stessa caratteristica di espressione diretta del premier, coalizzerebbe contro di sé tutti i nemici esterni ed interni che il giovane Matteo ha accumulato in questi mesi. Come nei casi Paita in Liguria e Moretti in Veneto, sarebbero insomma ottimi bersagli per colpire Renzi.
Insomma, una quadratura del circolo quasi impossibile che si traduce per il centro-destra, se non commetterà clamorosi errori, nella strada spianata per la riconquista di una fetta importante del potere locale.






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