Renzi giù nei sondaggi: 5 buone ragioni per non stare sereno
ANSA/ ANGELO CARCONI
Renzi giù nei sondaggi: 5 buone ragioni per non stare sereno
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Renzi giù nei sondaggi: 5 buone ragioni per non stare sereno

I conti pubblici, il tesoretto, la crisi interna al Pd sull'Italicum, la minore reputation sui social. Ecco i temi su cui il premier perde consenso

Ha poco da stare sereno Matteo Renzi. La maggioranza degli italiani non è per niente soddisfatta del suo operato: per il 64%, nei primi 14 mesi, il governo ha fatto peggio del previsto e la fiducia nel premier, al 36%, è in progressivo calo. A rivelarlo l'istituto Ixè per Agorà che registra anche una flessione del Pd (dal 37,6 al 36,9%) a vantaggio del M5S che risale al 20 mentre Lega e Forza Italia sono rispettivamente al 13,3 e al 12,9%. A pesare sul giudizio – anche degli stessi elettori dem – una serie di fattori il cui “combinato disposto”, per usare un'espressione cara a Bersani, è all'origine del malcontento. Tra gli ultimi: gli scandali che hanno riguardato candidati e amministratori locali del Pd, i dati reali sulla ripresa economica e dell'occupazione, i ritardi dell'Expo di Milano, la guerra perenne con la sua minoranza interna.

Le polemiche su Def e "tesoretto"

Che il vento stia cambiando si è capito dalle critiche che anche la stampa finora sostenitrice di Renzi ha cominciato a rivolgergli. Esemplare, a tal proposito, l'editoriale di Gianni Dragoni sul Sole 24 Ore che ha messo in dubbio il mito della ripresa economica e occupazionale segnalando come i dati sulla disoccupazione restino a un livello record e la produzione industriale al palo e definito il famoso “tesoretto” da 1,6 miliardi annunciato dal governo con il Def come “un'arma di distrazione di massa”. A detta del giornalista, non esisterebbe alcun tesoretto mentre esistono, sicuramente, l'aumento della pressione fiscale legato all'incremento dell'Iva e i tagli agli enti locali che si tradurranno in maggiori tasse e minori servizi.

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Il caos delle regionali e gli scandali locali

L'ultima in ordine di tempo è arrivata per Renzi dalla regione dove è candidata una delle sue protette. Lella (come la chiamano i renziani) Paita, in corsa per la poltrona di presidente della Liguria, è stata infatti indagata per omissione di atti d'ufficio, concorso in disastro colposo e omicidio colposo per i fatti relativi all'alluvione del 2014 quando lei era assessore alla protezione civile della giunta Burlando. Ma a disturbare i sonni del premier ci sono anche le vicende campane tra il candidato condannato e a rischio sospensione De Luca alle vicende giudiziarie che hanno avvelenato le primarie a Ercolano per non parlare dell'inchiesta di Ischia o degli imbarazzanti casi siculi di Enna (Crisafulli) e Agrigento (Alessi).

La guerra in casa sull'Italicum

La nuova legge elettorale, l'Italicum, è un tema che appassiona veramente poco gli italiani la maggior parte dei quali, il 57%, lo ritiene superfluo rispetto alle vere priorità del Paese. Ma è invece diventato motivo di spaccature, minacce, liti, dimissioni interne al Pd con Renzi determinato a non cambiare una sola virgola della nuova legge elettorale e la sua minoranza che a forza di chiedere modifiche è andata a sbattere contro tutte le proprie contraddizioni. Anche se poi ha ottenuto dal premier (ma forse farebbe bene a non fidarsi troppo) di riaprire la trattativa sul Senato elettivo (che la riforma costituzionale all'esame del Parlamento intende cancellare) in cambio del via libera all'Italicum.

La scuola crollata in Puglia

Dopo tutta la propaganda sulla buona scuola (raffreddata dalle polemiche sulla reale entità del numero dei futuri assunti) anche quel soffitto venuto giù in una scuola elementare di Ostuni (Brindisi) è stato l'ennesimo macigno sull'immagine di un premier che ha saputo raccontare molto ma fare ancora poco. Due bambini e una maestra sono rimasti feriti, ma poteva andare molto peggio. Nonostante l'edificio fosse stato ristrutturato di recente.

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Il sorpasso di Salvini sui social

Le cose non sembrano andare tanto bene a Renzi nemmeno su un terreno di cui fino ad oggi sembrava essere il dominatore assoluto: quello dei social. Almeno su Facebook, infatti, Matteo Salvini lo ha superato. La sua pagina personale ha infatti raggiunto 789.550 like contro i 789.221 del presidente del Consiglio. "Oggi su Facebook, domani al Governo", l'avvertimento del capo della Lega.

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