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Renzi e la lite con Brunetta: cosa è successo davvero

Da settimane il premier cerca un gancio con il M5S e l'occasione è arrivata. La vicenda Etruria lo mette in difficoltà. E deve giocare in difensiva

Ma davvero Renato Brunetta ha il potere di cambiare il corso della politica italiana? Parrebbe di sì. L'“energumeno tascabile”, come poco elegantemente lo defini D’Alema, ha fatto talmente arrabbiare il Presidente del Consiglio da indurlo a dedicare la gran parte del suo ultimo intervento in Parlamento ad attaccarlo.

Scelta inconsueta, da parte di Renzi, che di solito tende ad ignorare gli avversari  diretti, o a liquidarli con una battuta sprezzante. Invece stavolta no, lo statista di Rignano sull’Arno se l’è presa davvero.

Si è arrabbiato così tanto da mandare all’aria l’accordo con Forza Italia e i centristi per eleggere i giudici costituzionali mancanti, e stringere un improvviso accordo con i grillini, che esclude dalla Corte il candidato azzurro, l’incolpevole avvocato azzurro Francesco Paolo Sisto, inserendo quello richiesto dal Movimento 5 stelle, Franco Modugno, che – memore del suo più celebre omonimo – è riuscito a “volare” fino alla Corte con 609 preferenze, surclassando il democratico prof. Barbera(581), insigne costituzionalista caro a Renzi che va alla Consulta con l’esplicito mandato di difendere l’Italicum.

Ora grazie all’effetto Modugno i grillini “dialoganti” come Di Maio, “felici di stare lassù”, si godono il meritato successo, dubitando “che un sogno così non ritorni mai più”.

Ma davvero il povero Brunetta ha scatenato tutto questo sconquasso? Il ragazzo veneziano, passato con lo stesso impeto dalla vendita di gondole di plastica ai turisti all’università prima e alla politica poi, è certamente a dir poco “irruento”, ma com’è ovvio solo i suoi nemici – che sono tanti anche nel suo partito – fanno finta di credere che sia diventato di colpo così importante.

La questione naturalmente è tutt’altra.
Renzi da settimane cercava un accomodamento con i grillini. Su suo mandato, il capogruppo PD alla Camera, l’abile Ettore Rosato, ha  svolto un lavorio indefesso, garantendo che i candidati concordati con Forza Italia non raggiungessero mai il quorum, e cercando con l’ala dialogante del Movimento 5 Stelle la “quadra” su nomi accettabili.

Nel frattempo, il PD ha messo astutamente in giro la voce che i voti mancanti al candidato azzurro Sisto venissero da franchi tiratori interni al movimento azzurro, ipotesi questa resa credibile dal fatto che i forzisti divisi lo sono davvero, ma smentita sia dai numeri (bisognerebbe immaginare che neppure uno dei parlamentari berlusconiani avesse votato secondo le indicazioni) sia dal fatto che nel variegato panorama dei gruppi di Forza Italia Sisto non ha grandi nemici interni.

Ma perché Renzi ha lavorato per un accordo con i suoi implacabili nemici? La risposta, molto facile, sta sui giornali di questi giorni. Lo scandalo di Banca Etruria lo colpisce direttamente.  Colpisce al cuore il sistema di potere renziano. Maria Elena Boschi è di gran lunga il ministro più vicino al premier.  Complici le fattezze angeliche e il carattere d’acciaio, “la signora Merkel disegnata da Botticelli” (come è stata genialmente definita) è il volto più visibile di un governo nel quale le figure dei ministri sono piuttosto opache e quasi sconosciute al grosso pubblico.  

I grandi leader non hanno vice, e Renzi si considera un grande leader, ma se mai ritenesse di averne uno, questo sarebbe senz’altro la leggiadra fanciulla aretina.
Ora, sappiamo tutti che il ministro Boschi non è colpevole di nulla, sul piano giudiziario. Ma non lo erano neppure Lupi o la De Girolamo, che Renzi ha fatto accomodare senza complimenti fuori dalla porta. Non lo era Annamaria Cancellieri, di cui Renzi non ancora premier, e la stessa Boschi chiesero a gran voce (e senza successo) le dimissioni.

Il fatto è che tutta questa vicenda accende un riflettore sul lato oscuro del renzismo, su quel sistema di potere insieme provinciale e spregiudicato cresciuto all’ombra di Matteo e del suo dinamismo, che da quello stesso sistema ha ricavato linfa vitale e probabilmente risorse economiche.

Già qualche pagina oscura era affiorata in passato: discussi uomini d’affari che frequentavano la Leopolda, faccende di scontrini archiviate con un buonsenso e una prudenza di cui il sindaco di Roma, Ignazio Marino, non ha certo beneficiato, attività del padre di Renzi ai confini con la pubblica amministrazione.

Ma i legami della bella ministra con Banca Etruria, che ha truffato i risparmiatori, hanno ben altro peso mediatico. Renzi non è un sentimentale: non è intenerito dagli occhioni di Maria Elena, dal suo fascino ben diverso da quello di Maurizio Lupi. Non avrebbe alcuna esitazione a liberarsi di lei, se potesse farlo. Ma non può: sarebbe come smentire se stesso. La “belle Hélène” lo sa e si sente molto sicura di sé.

Ma tutto questo costringe Renzi a un ruolo che per lui non è abituale. A giocare sulla difensiva. Renzi è un vecchio democristiano nella sostanza, nelle logiche di potere che lo animano, ma indubbiamente  non lo è nello stile e nel metodo. Non è un pattinatore, è un attaccante. Non ha ereditato dai suoi maestri con lo scudo crociato la sublime arte di far “passà ‘a nuttata”.

Chiedergli di giocare sulla difensiva è contro la sua natura. Se qualcuno facesse giocare Messi o Cristiano Ronaldo in porta, farebbero dei pasticci inguardabili.
È quello che sta facendo un Renzi sempre più nervoso e sempre più a disagio. Si muove in modo insolitamente goffo: cerca un accordo con i grillini, nella speranza di ammorbidirli, e non ottiene nulla in cambio.

La sfiducia individuale alla Boschi viene posta comunque: non passerà, ma passerà l’immagine di un governo intendo a nascondere le proprie magagne. Poi si affida all’eterno Cantone per sbrogliare il pasticcio dei rimborsi ai risparmiatori truffati: una sorta di auto commissariamento, nella speranza di allontanare da sé le responsabilità, con l’effetto invece di evidenziare ancora di più la gravità della situazione.

Renzi è un uomo dalle mille risorse, l’astuzia non gli manca, sa come rovesciare il tavolo: se non lo ha ancora fatto, la situazione è davvero grave.

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