Renzi, ma bullo a chi?
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Renzi, ma bullo a chi?
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Renzi, ma bullo a chi?

il segretario del Pd messo alla gogna per la battuta su Fassina dagli ex pci non hanno mai preso le distanze dall' aggressione a Craxi al Raphael

La politica, si sa, non è da sempre un pranzo di gala.  La battuta sprezzante e un po’ goliardica «tizio chi?» per colpire l’avversario non l’ha certo inaugurata Matteo Renzi con il suo: «Fassina chi».  Bettino Craxi se ne uscì con un «De Mita chi?». E lo stesso

 Ciriaco De Mita a sua volta, salutò la nomina, fatta da Romano Prodi, di Carlo Verri al vertice Alitalia con un «Verri chi?».  Ma stranamente la critica all’uso del «chi?» ha sempre avuto e continua ad avere due pesi e due misure.

Il dosaggio dei giudizi viene fatto sulle basi di un ancora dominante criterio improntato alle regole del «politically correct» di matrice cattocomunista.   Colpisce sempre, come per un antico automatismo dal sapore staliniano,  gli sparigliatori,  i politici un po’ corsari.  Quelli che vogliono cambiare  fregandosene dei «sancta sanctorum» dei cosiddetti  poteri forti (Craxi) o quanto meno promettono di farlo (Renzi), pur con tutte le doverose distinzioni tra un politico del calibro dello  statista socialista e il giovane segretario del Pd ai suoi primi passi.

 Nessuno, per dire, osò dare del  «bullista politico», come è stato etichettato Matteo Renzi da certe frange di Pd, al democristiano De Mita.  Altro che bullista fu invece definito Craxi. «Ghino di tacco» era fantasioso, tagliente.   Non le mandava a dire, come quando intimò a «Ciriaco»: «Se vuoi durare, devi portarci il caffellatte a letto tutte le mattine».  Quando Enrico Berlinguer, pochi mesi prima di morire, fu accolto dal congresso del Psi a Verona da una salva di fischi, «Bettino» spavaldo disse: «Se avessi saputo farlo, avrei fischiato anch’io».  Le parole sono pietre,  ma non sono certo queste le parole e le frasi che feriscono veramente.  Fanno parte del menu della politica che non è un pranzo di gala.

 Craxi, premier, non fu neppure accolto dai familiari del segretario generale del Pci, quando commosso andò al suo capezzale all’ospedale di Padova. Solo il fratello di «Enrico», Giovanni, signorilmente andò a stringergli la mano.  E alcuni  mesi prima nessuno battè ciglio quando  il portavoce di Berlinguer, Antonio Tatò, dette a «Bettino»  del «gangster». Per non parlare del «foruncolone» coniato da Di Pietro, mentre in una clinica tunisina stavano per tagliare all’ex premier e leader socialista una gamba.  Altro che «De Mita chi?». E altro che «Fassina chi?».

 Per non parlare degli insulti feroci, violenti,  di cui ha fatto e continua a fare il pieno Silvio Berlusconi.  Il Cavaliere è stato messo alla gogna  perfino per barzellette  e battute goliardiche.  Da chi? Dai  politicamente corretti,  con due pesi e due misure.  Renzi sul web già viene paragonato all’ «arroganza» di «Ghino di tacco».  Le monetine e non solo ( anche accendini, ombrelli , di tutto fu scaraventato addosso a Craxi, in quella che fu definita una vera aggressione squadristica, ad opera di un mix di ex comunisti e postfascisti)  del Raphael?  Per i politicamente corretti di casa nostra evidentemente colpiscono meno di una battuta tra lo sprezzante e il goliardico.  Ora la vecchia sinistra con Renzi,  rischia di cadere nello stesso riflesso automatico dal sapore stalinista. Ma bullista e arrogante  a chi?

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