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Referendum Costituzionale: il significato vero del "no" di Silvio Berlusconi

Il leader di Forza Italia propone di fare prima una nuova legge elettorale e nominare una Costituente che riformi (davvero) la Costituzione

Ricordate l’immortale dubbio di Nanni Moretti (e di Michele, protagonista di Ecce Bombo): “Mi si nota di più se vado o se non vado?” (a una festa, in quel caso). C’è almeno un uomo per il quale questo dilemma non si pone mai: quest’uomo è Silvio Berlusconi.

Le sue assenze sono rumorose quanto le sue presenze. Il suo silenzio è sempre assordante. Ma ancora più assordanti sono il chiacchiericcio, la ridda di interpretazioni, le indiscrezioni dei soliti bene informati, che emergono puntuali ogni volta che Berlusconi tace. E purtroppo il leader di Forza Italia è sempre più allergico all’insulso chiacchiericcio della politica quotidiana.

Questa volta i bene informati avevano una teoria affascinante. Berlusconi era in silenzio per non pronunciarsi a favore del No al referendum costituzionale. Di più, Berlusconi era andato in America per non doversi esprimere sul referendum. I più sottili dietrologi sostenevano che si fosse fatto addirittura operare al cuore per non occuparsi di referendum.

Questo naturalmente alla luce di un patto segreto con Matteo Renzi: il silenzio, o addirittura l’appoggio del leader di Forza Italia al Sì, in cambio di favori inconfessabili alle sue aziende, dell’assoluzione nei processi in corso, e magari di un ruolo di co-leader di un rinnovato Patto del Nazareno nella legislatura a venire.

I soliti ben informati, nel raccontare queste tesi con una strizzatina d’occhio, portavano alcune prove alla loro teoria cospiratoria: l’orientamento favorevole al Sì di Fedele Confalonieri, del quale il vecchio amido di Berlusconi non ha mai fatto mistero, una certa palpabile freddezza verso i toni esasperati di Salvini e di qualche altro esponente dei comitati del No, l’evidentemente scarsa voglia di trovarsi in compagnia di Travaglio e Zagrebelsky.

Peccato che Berlusconi - meno indeciso del protagonista di Ecce Bombo - in Italia ci sia tornato e con un paio di interviste e di dichiarazioni, e poi in un vertice con gli alleati di centro-destra, abbia spazzato via mesi di  interpretazioni, di dietrologie, ed anche di wishful thinkings da parte di un Presidente del Consiglio e di un PD terrorizzati da una prospettiva devastante non per l’Italia come dicono ma per se stessi.

Berlusconi: un "No" deciso e responsabile al Referendum costituzionale


La strategia di Renzi, in verità piuttosto cinica per i destini dell’Italia, è quella di dipingere ovunque, in patria e all’estero, la vittoria del NO come una Brexit dai toni più drammatici. Il referendum sarebbe la lotta finale fra il Bene (cioè la vittoria di Renzi, la stabilità, la governabilità, il sorriso incoraggiante di Obama e della Merkel, l’entusiasmo della agenzie di rating, la definitiva scomparsa dello spread, il miglioramento dei conti dell’INPS, come ha avuto il coraggio di sostenere il Presidente dell’Istituto, Tito Boeri, e naturalmente inverni più miti, raccolti più copiosi e le mucche che danno più latte) e il Male (cioè la vittoria di Grillo, Salvini a Brunetta, l’ingovernabilità, il crollo delle borse, lo spread alle stelle, le locuste, sette anni di siccità e il seguito delle piaghe d’Egitto).

In questo modo Renzi, sostenuto dai pusillanimi e interessati poteri “forti”, che poi sono debolissimi verso il potente di turno, prova a spaventare gli italiani e a convincerli a votare Sì a una riforma che non scalda certo il cuore di nessuno, ma sulla quale il giovane premier rampante rischia di concludere anticipatamente una promettente carriera.

Certo, l’accoppiata Salvini-Grillo, e anche assemblee di combattenti e reduci come quella convocata da D’Alema, con Fini, Cirino Pomicino, Quaglieriello, Brunetta, Rodotà, Cesa, Ingroia, Gasparri, sembrano fatte apposta per dare ragione allo statista di Rignano sull’Arno. Se l’alternativa è questa, si chiedono molti moderati, forse è meglio tenerci quello che abbiamo. Fra un male noto e un male ignoto, o forse troppo noto, e comunque più confuso, meglio quello esistente.

Berlusconi conosce troppo bene gli italiani, le regole della politica e quelle della comunicazione per cadere nella trappola. Sa benissimo che l’armata brancaleone degli anti-renziani raccoglie soprattutto perdenti di successo e velleitari populisti. Né agli uni né agli altri gli italiani, soprattutto i moderati, l’elettorato naturale di Berlusconi, hanno voglia di affidarsi.

E d’altronde Berlusconi, sceso in campo nel 1994, dal 1995 parla di riforma costituzionale.  Non soltanto, ha provato, quando era al governo, a farne approvare una molto più profonda e radicale di quella di Renzi.
Dunque il No di Berlusconi è arrivato, smentendo i dietrologi più raffinati, ma non è stato il No urlato e sconclusionato che alcuni avrebbero voluto.

Berlusconi ha spiegato con chiarezza tre cose: votare No non significa affatto difendere la costituzione più bella del mondo, significa liberare il campo per fare una riforma vera e molto più profonda; il No non è affatto un giudizio di Dio sul governo Renzi, anche se Renzi ha delle gravi responsabilità politiche: è un No di merito, perché la riforma fa male e rende le istituzioni meno efficienti, oltre che meno democratiche; dopo il No si dovrà fare una riforma elettorale prima di andare a votare.

Berlusconi: perché voto no al Referendum

Ovviamente – questo lo aggiungiamo noi – per fare la riforma elettorale occorre un governo che sarà ancora in qualche modo guidato dal PD, visto che quel partito ha la maggioranza almeno alla Camera. E in questo scenario, oltre a cambiare la legge elettorale, si potrebbero porre le premesse per una procedura di riforma costituzionale davvero condivisa. Per esempio eleggendo un’Assemblea Costituente.

È questa d’altronde l’idea che va raccontando in giro per l’Italia in queste settimane Stefano Parisi, l’uomo scelto da Berlusconi per allargare i confini del centro-destra e interloquire con la società civile e i mondi più lontano dalla politica. Parisi ovviamente non è il portavoce di Berlusconi, ma facendo per una volta noi i bene informati, possiamo garantirvi che i due si parlano, e spesso, soprattutto di questi argomenti.

Dunque, cattive notizie per i dietrologi e soprattutto per Renzi, che da qui al 4 dicembre avrà sempre più spesso bisogno degli show di Benigni per ritrovare il sorriso.

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