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Referendum: cinque domande al fronte del Sì

Dalla riduzione dei costi della politica fino alla presunta rapidità legislativa: ecco alcuni dubbi giurisdizionali sulla riforma costituzionale

renzi_italicumMatteo Renzi alla Festa dell'Unità a CataniaANSA/ UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

Mancano ormai meno di due mesi al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

A giudicare dagli ultimi sondaggi targati EMG, e realizzati per la7, esiste ancora oggi una consistente minoranza di italiani (34%) che non ha ancora deciso come voterà, mentre un altro 40% del corpo elettorale, secondo gli istituti di ricerca, sarebbe oggi orientato all'astensione. Sono numeri che rendono complessa qualsiasi previsione, tanto più quando la materia è tutt'altro che semplice, sospesa tra politica e diritto costituzionale, e capace di dividere non solo la classe politica, non solo gli elettori, ma anche il complesso dei costituzionalisti.

Non è un voto sul gradimento all'esecutivo Renzi, benché il fronte del No abbia intravisto nel referendum lo strumento con cui dare la spallata alla maggioranza e lo stesso premier abbia a sua volta personalizzato troppo questa riforma, meritandosi anche la tirata d'orecchi di Giorgio Napolitano.

È un voto sull'architettura istituzionale, sulla legge fondamentale dello Stato, sugli equilibri politici tra il potere esecutivo e quello legislativo e tra lo Stato centrale e le regioni.

In breve è un voto sul futuro del sistema Paese, chiunque sieda a Palazzo Chigi. Su questo punto anche i fautori del Sì sono chiamati a fornire alcune risposte che non riguardano tanto il rischio della svolta autoritaria vagheggiato dai professori, quanto la tenuta della riforma, la sua intrinseca razionalità, la sua presunta efficienza. Ecco i quesiti. [Clicca su AVANTI]

L'instabilità dipende dal bicameralismo paritario?

Secondo il Sì, il bicameralismo paritario è una delle cause della cronica instabilità politica italiana, generando, specie al Senato, frequenti fenomeni di trasformismo, una delle patologie più antiche del nostro Paese. Il cosiddetto ping-pong delle leggi tra Camera e Senato, in un sistema dove i due rami del parlamento hanno eguali poteri, genererebbe confusione, maggioranze incerte, continui cambi di casacca e irrazionali rallentamenti nell'iter di approvazione delle leggi in un momento storico in cui la rapidità e la capacità di intervento degli Stati nazionali sarebbe quanto mai necessaria per evitare di finire travolti dai vorticosi cambiamenti in atto.

La ricostruzione dei fautori del Sì - secondo il Financial Times - è falsa: il sistema parlamentare italiano - ancorché basato sul bicameralismo perfetto e su maggioranze diverse alla Camera e al Senato - produce mediamente, ogni anno, un numero di leggi superiore a quello di Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti.

Lo stesso governo Renzi è riuscito ad approvare leggi come la riforma del mercato del lavoro e la diminuzione delle tasse sull'Irap che invece hanno trovato ostacoli molto più seri in Paesi dove esiste un sistema istituzionale più stabile.

«La ragione per spiegare come mai l'Italia abbia avuto 60 governi in 70 anni è da ricercare nella frammentazione dei partiti politici italiani, a sua volta riflesso dell'estrema frammentazione della società italiana» ha scritto il Financial Times, secondo il quale l'Italia non ha bisogno di legiferare di più, ma meno e meglio.

C'è inoltre da aggiungere che, secondo i dati in possesso del Senato, nelle ultime tre legislature, la seconda lettura di un disegno di legge (quella che sarà eliminata con la riforma) ha richiesto per i ddl di origine governativa in media 52, 38 e 67 giorni, non molti di più dei 50 giorni medi che occorerebbero dopo la Riforma, tra pareri e rimandi al Senato ed eventuale approvazione della Camera. Numeri che, almeno apparentemente, danno ragione alla tesi del FT.

Per approfondire: il testo completo della riforma costituzionale

Possiamo permetterci i conflitti di attribuzione?

Un'altra obiezione alla riforma costituzionale riguarda il rischio che possa generare, in un momento molto delicato per il nostro Paese, una serie di conflitti di attribuzione relativi alle cosiddette materie concorrenti tra la Camera dei deputati e il Senato delle Regioni sulle quali continuerà a esserci la doppia lettura.

Sarà la Corte Costituzionale a risolvere questi conflitti, ma è probabile che attraverseremo una fase di confusione istituzionale e difficoltà interpretative che finiranno, secondo i costituzionalisti del No, per generare ulteriore instabilità per un periodo nient'affatto breve di tempo.

Basti pensare che le materie sulle quali persisterebbe la doppia lettura non riguardano questioni minori e secondarie, ma tutte quelle materie (come l'istruzione, la tutela della salute, il territorio) che definiscono lo stesso equilibrio dei poteri tra lo Stato centrale e gli enti territoriali, cui la riforma ha tolto poteri importanti che erano stati loro assegnati ai tempi della riforma del titolo V del primo governo Berlusconi.

Siamo sicuri che vale la pena affrontare un periodo di siffatta instabiità? E soprattutto: possiamo permettercelo come Paese?

Per approfondire: le slide del governo per spiegare la riforma

Come saranno eletti i senatori?

Un altro elemento critico della Riforma riguarda la composizione e i criteri elettivi dei 100 membri del nuovo Senato, di cui 74 saranno consiglieri regionali, 21 saranno sindaci e 5 saranno nominati dal presidente della Repubblica.

Per inquadrare come saranno scelti i senatori, la Riforma si limita a dire che essi saranno eletti in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi senza però entrare nel merito sul come. In sostanza il tutto è demandato a una legge ordinaria che stabilirà i criteri elettivi dei conglieri-senatori. Un'incertezza cui si aggiunge il rischio paralisi - qualora la Camera e il Senato avessero maggioranze politicamente disomogenee - che potrebbe riprodursi su tutta una serie di materie che riguardano le autonomie locali e le future riforme costituzionali. I costituzionalisti del No intravedono inoltre un doppio rischio:

1) Che le regioni tenderanno a inviare al Senato quei colleghi che, rischiando di essere processati, hanno bisogno dell'immunità parlamentare. Un'ipotesi che però potrebbe essere neutralizzata con una buona legge che stabilisca criteri scelti di selezione dei consiglieri-sindaci senatori.

2) Che i senatori sottranno molto tempo alla loro attività sul territorio, per recarsi a Roma ed esprimere semplici pareri sull leggi, per di più bypassabili dalla Camera dei Deputati.

Una riforma costituzionale senza legge elettorale?

È uno dei cavalli di battaglia dei costituzionalisti del No. Il combinato disposto tra una legge elettorale come l'Italicum, che premia con il 54% dei seggi alla Camera la lista che al primo turno raggiunga il 40% dei voti validi, e la Riforma costituzionale che di fatto riduce fortemente il potere del Senato rischia di blindare la maggioranza per tutto il periodo della legislatura, aprendo alcuni scenari che i costituzionalisti del No definiscono di svuotamento delle regole della democrazia.

È vero che la legge elettorale può essere cambiata anche rapidamente, con un iter ordinario, se le forze politiche riuscissero a mettersi d'accordo prima della fine della legislatura. Ma è anche vero che, tenuto conto delle difficoltà a trovare una maggioranza sulla legge elettorale in un contesto politico fortemente frammentato come il nostro, esiste il rischio che andremo a votare ugualmente con l'Italicum.

Non dovete pensare necessariamente al Pd di Renzi. Pensate a che cosa potrebbe accadere qualora una forza politica che ritenete dannosa per il Paese riesca a superare il 40% al primo turno o, come più probabile, a vincere il ballottaggio, ottenendo così un consistente premio: avremmo un sistema di fatto monocamerale, con un governo blindato, che di fatto non potrebbe cadere salvo cataclismi interni. È quello che si vuole in un periodo così delicato per il nostro Paese?

Si ridurranno davvero i costi della politica?

Sì, ma in maniera trascurabile. I nuovi senatori non riceveranno alcuna indennità aggiuntiva, ma stimare con esattezza quanti risparmi ci saranno al momento è difficile. Si va dai 50 milioni, stimati dal questore del Senato Lucio Malan (Forza Italia), ai 150 milioni di euro, che comprendono non solo gli effetti della riforma ma anche la continuazione dell'opera di spending review già iniziata dal presidente Pietro Grasso (PDF). I risparmi dall'abolizione del CNEL saranno nell'ordine di alcuni milioni di euro, mentre è difficile stabilire quelli che deriveranno dall'abolizione delle province. Le assemblee provinciali non vengono rinnovate dal 2013, quindi buona parte dei risparmi che derivano dalla “riduzione delle poltrone" sono già stati ottenuti. I dipendenti delle province, che costituiscono la fetta significativa della spesa, non saranno licenziati e non è ancora chiaro come sarà gestita la loro situazione.

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