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L'elezione al Quirinale segna il futuro politico del Paese

Attorno alle coalizioni per l'elezione del Presidente della Repubblica si giocano la ricomposizione della scacchiera dei partiti e il destino del governo

Quirinale

Marco Ventura

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Il conto alla rovescia per l’elezione del capo dello Stato procede a ritmo serrato. Giovedì la prima votazione dei 1009 tra parlamentari e grandi elettori: un conto alla rovescia che annuncia la Grande Conta, giro di boa di questa legislatura. In queste ore va in scena (e retroscena) la “mossa” decisiva nel Palio della Politica nazionale. Attorno alle coalizioni che si aggregheranno sul filo della partenza, pro o contro questo o quel nome di futuro Presidente, si giocano la ricomposizione della scacchiera dei partiti e il destino del governo. Perché l’Italia purtroppo continua a esser questo: un laboratorio, con esecutivi sottoposti allo stillicidio e al cecchinaggio di esponenti della maggioranza, e la parte più rilevante dell’opposizione che svolge al contrario una positiva funzione stabilizzatrice.


È lo spezzatino che ci riserva la cucina romana. Da un lato la guerra mossa nel nome di Tsipras, conclamato astro della sinistra europea, da un arcobaleno di forze conservatrici guidate dal predicatore Nichi Vendola e dagli insoddisfatti del Pd a caccia di rivalse retrò sotto la bandiera sindacale del fuoriuscito Sergio Cofferati (frondisti di fatto già fuori del Pd nazareno ma titubanti, per amore delle poltrone, davanti all’ignoto che li attende). Dall’altro, le “truppe scelte” di Renzi e dei renziani, sostenute dalla non belligeranza (e in qualche caso, da un’attiva collaborazione) degli avversari di domani: il centrodestra “berlusconiano”.

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L’elezione condivisa del capo dello Stato sarà possibile grazie alla tenuta del “Patto del Nazareno”. Patto che non ha un contenuto specifico (salvo un’intesa di fondo, via via ricontrattata, sulla legge elettorale), ma il cui contenuto è il patto stesso, cioè il fair play politico-istituzionale che dà tempo a Renzi di consolidare il governo e a Berlusconi, una volta libero dai vincoli della (in)giustizia, di ricostruire il fronte moderato. Sulla politica estera, sulle grandi riforme, forse sul partito dei magistrati, Renzi e Berlusconi procedono insieme, purché il Patto regga tanto da consentire la realizzazione delle promesse.

L’elezione del capo dello Stato è un punto di svolta fondamentale, sia perché il nuovo Presidente sarà il garante delle riforme, e perciò del fair play istituzionale maggioranza-opposizione, sia perché la rottura clamorosa di un numero consistente di parlamentari del Pd anti-renziani potrebbe finalmente indurre Matteo a riscrivere, ridisegnare esecutivo e maggioranza in direzione di una più esplicita inclusione dei moderati. Il parallelismo convergente (per usare una formula “democristiana”) di Pd renziano e Forza Italia porterà avanti il governo e il Paese, nella speranza di completare almeno qualche riforma, in vista dell’appuntamento elettorale di fine legislatura in cui Renzi e un centrodestra auspicabilmente rifondato si daranno battaglia per conquistare i voti del “Partito della Nazione” contro il magma tsipra-grillino.   

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