Quel giorno in cui fu ucciso Kennedy
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Quel giorno in cui fu ucciso Kennedy

Macaluso, La Russa, Mecucci, Romano, Scajola, Cuperlo: così ricordano il giorno in cui fu assassinato il presidente - Lo Speciale di Panorama.it

 

Emanuele Macaluso si riunì subito dopo in segreteria con Palmiro Togliatti. Sergio Romano, allora primo segretario dell’ambasciata italiana a Londra lo seppe in diretta dal un dispaccio della Reuters. Ignazio La Russa era al college svizzero di S. Gallo e Hillary, una bella adolescente americana, gli su buttò in lacrime tra le braccia. E Claudio Scajola interruppe l’ora dello struscio sotto i portici di Imperia per riunire il suo gruppo politico di studenti, già alla Quarta ginnasio, del Liceo classico «De Amicis».

Ecco dove erano politici di ieri e di oggi, acuti osservatori della scena internazionale alle 18,30, ora italiana, del 22 novembre 1963 quando «someone killed the president Kennedy». La Russa, uomo della destra italiana, oggi presidente di Fratelli d’Italia, lo seppe in inglese: «Così sentii gridare dal campus che si affacciava sotto la mia camera. Avevo la finestra aperta, dovevo ripassare le lezioni ma non ne avevo voglia… poi quel “someone…” che mi buttò nell’angoscia. Kennedy per me fece bene ad avviare la guerra del Vitenam contro il pericolo comunista. Lui del resto è l’uomo che inneggia alla libertà con quel celebre “Ich bin ein Berliner”».

 Nell’angoscia tutta politica piombò Botteghe Oscure, sede del Pci. Ricorda Macaluso a Panorama.it : «Io provai anche un sincero dispiacere umano, per quel giovane presidente, per i suoi modi, il suo carisma…Avevo 39 anni, ero capo dell’organizzazione con Togliatti segretario. Mi ricordo perfettamente la preoccupazione che scese quella sera tra noi. Era già morto Papa Giovanni… Il rischio era quello che venisse meno il clima di disgelo nel mondo. Sì, Kennedy avviò il Vietanam, ma per me, Macaluso, lui resta l’uomo che rappresentò una speranza per tutti».

L’ambasciatore Romano,  commentore del Corriere della sera, invece prese quella notizia «più come un fatto di cronaca, un fatto certamente choccante, ma non pensai che la morte di JFK mettesse a repentaglio le forti istituzioni americane».

 Scajola, oggi tornato in prima linea con la nuova Forza Italia di Silvio Berlusconi (ne fu il primo potente capo dell’organizzazione), sebbene adolescente disse a se stesso: qui il mondo è in pericolo. Taant’ è che – ricorda -  «appresa la notizia dai giornali della sera comprati all’edicola di piazza Dante, riunii subito i miei del Gs, un gruppo politico di ginnasiali, democristiani».

Paola Binetti, deputata dell’Udc, ipercattolica, era a lezione all’Università Cattolica di Milano: «Restammo choccati, è ovvio. La lezione fu interrotta. Lui resta l’ uomo che difese l’Occidente, anche se certo le sue abitudini private sono discutibili».

Pino Pisicchio deputato di lungo corso, e dirigente del Centro democratico, alleato con il Pd, quel giorno era a Bari: «Ero a casa del mio compagno di banco alle Elementari, figlio di un commissario Ps. Incredibile: stavano facendo il nostro giornalino in classe, lo stavano battendo sulla macchina lettera 22, con copia carbone. Trovammo subito e purtroppo la notizia di apertura. Uno scoop, ma angosciato. Ricordo ancora le lacrime di mia madre Pina, quando rientrai a casa. Era molto scosso anche il mio papà, Natale, allora segretario provinciale della Cisl. Kennedy lo conobbe personalmente, perché era andato in Usa a studiare il funzionamento dei sindacati americani». Elio Massimo Palmizio, deputato di Forza Italia, e non solo (era in Publitalia e fu tra il gruppo dei fondatori di Fi nel ’94), aveva 9 anni: «Mi commossi davanti a tutte le lavagne della scuola dove con il gesso i maestri scrissero: “Hanno ucciso Kennedy”. Io vengo da una famiglia di liberali e JFK per me è colui che declinò i diritti civili in forma liberale».

Gianni Cuperlo, sfidante di Matteo Renzi alla leadership del Pd, quel 22 novembre era ancora nella culla: «Avevo due anni e mezzo. Mi ricordo seppur in modo sfuocato le immagini in bianco e nero dell’omicidio di Bob, sei anni dopo». Cuperlo, come del resto il suo «padre» politico Massimo D’Alema, a Panorama. it ribadisce: «Non sono mai stato un kennediologo (Il kennediologo doc della sinistra è Walter Veltroni, amico peraltro dei Kennedy ndr), e una delle sue colpe fu quella di avviare il Vietnam, ma quel discorso di «John» sulla Nuova Frontiera resta straordinario».  Gabriella Mecucci, giornalista e scrittrice (coautrice con Marina Ripa di Meana  di “Virginia Agnelli, madre e farfalla”) ed ex compagna di Renzo Foa (l’ex direttore dell’Unità precocemente scomparso, tra i primi inviati italiani in Vietnam) riassume quello che quella sera provarono tutti gli italiani comuni. Racconta Mecucci, ex direttore del “Giornale dell’Umbria”: «Ero in piazza a Piegaro (Perugia) dove mio padre faceva il medico. Mentre giocavo con i ragazzi del paese incominciarono a gridare: “Hanno ammazzato Kennedy, hanno ammazzato Kennedy!. La mia famiglia piombò nel lutto, io e mia sorella Cristina piangemmo davanti alla tv. Kennedy ebbe buone ragioni ad avviare il Vietnam e a fare il blocco navale a Cuba. Perché c’era un pericolo reale. JFK difese  l’Occidente».

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