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Putin vince la sfida del gas

Firmato a Bruxelles l’accordo per le forniture energetiche invernali all’Ucraina. A pagare il prezzo della trattativa saranno però l’Europa e il FMI

Vladimir Putin – Credits: Getty

Per Lookout news

“Se ci sono i soldi, ci sarà anche il gas”. Dopo due giorni di negoziati, alla fine a dettare la linea dell’accordo firmato questa mattina a Bruxelles tra Mosca e Kiev sono state le parole pragmatiche del ministro dell’Energia russo, Aleksandr Novak. L’Ucraina riceverà dalla Russia le forniture di gas necessarie per superare l’inverno. L’intesa è stata sancita da Novak e dal suo omologo ucraino Yury Prodan, in presenza del presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso, del commissario UE Guenther Oettinger e degli ad di Gazprom e Naftogaz, le compagnie energetiche di Russia e Ucraina.

Le condizioni sono quelle poste dalla Russia, che avrà garantito il saldo del debito ucraino per un valore di 4,6 miliardi di dollari. Per il periodo compreso da novembre a marzo, Kiev otterrà uno sconto sul prezzo iniziale pagando 385 dollari ogni 1.000 metri cubi. In cambio salderà entro la fine del 2014 il debito accumulato nei confronti della Russia: verserà immediatamente una prima tranche da 1,451 miliardi di dollari e, da qui alla fine dell’anno, una seconda da 3,1. Queste, in sintesi, sono le cifre che però il governo ucraino spera di poter vedere al ribasso quando la Corte arbitrale internazionale di Stoccolma esprimerà il proprio giudizio sull’entità del debito che ha accumulato nei confronti di Gazprom.

Chi pagherà il gas ucraino?
La foto ricordo scattata a Bruxelles al momento della firma dell’accordo tradisce però le tensioni che hanno contraddistinto questi mesi di trattative. L’Ucraina avrà il suo gas, ma a pagare il prezzo di questa “conquista” saranno il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea, che faranno da garanti per saldare i conti in sospeso con la Russia, intervenendo in caso di inadempienza di Kiev. Questo era il paletto posto da Gazprom, e a conti fatti l’Occidente non ha potuto fare niente per scavalcarlo. Ottenuta la certezza di avere indietro i soldi, i russi hanno fatto delle concessioni: metteranno da parte il metodo “take or pay” fino alla fine dell’inverno, concedendo in questo lasso di tempo lo sconto di 100 dollari per ogni 1.000 metri cubi di gas rispetto al prezzo iniziale.

 Ciò che accadrà da marzo in poi dovrà ancora essere stabilito. Gazprom ha preferito non sbilanciarsi, limitandosi a ricordare che il contratto firmato tra Mosca e Kiev - ai tempi in cui il presidente dell’Ucraina era ancora il defenestrato Viktor Yanukovych - in questi mesi di crisi non è mai stato rescisso. Tradotto in numeri, significa che il prezzo potrebbe tornare quello di partenza, vale a dire 485 dollari ogni 1.000 metri cubi.

 Guardando a fondo, l’Europa ha forse solo un motivo per potersi dire soddisfatta. La messa in sicurezza delle forniture destinate dalla Russia all’Ucraina - che grazie all’accordo avrà sbloccati i 4 miliardi di metri cubi necessari per arrivare ai 20 con cui sarà in grado di superare l’inverno - blinda anche quel 15% di fabbisogno europeo che dipende direttamente dai gasdotti presenti in territorio ucraino. Il colpo in termini di immagine, e soprattutto economici, si è fatto sentire. Dopo essersi intestata la ricostruzione istituzionale dell’Ucraina, Bruxelles sta adesso facendo i conti anche con le perdite subite dal suo sistema produttivo da quando è scoppiata la guerra civile nelle regioni orientali del Paese. E al caro prezzo pagato per il gas, presto si sommeranno le perdite causate dall’imposizione delle sanzioni nei confronti di Mosca.  

Il voto a Donetsk e Lugansk
Intanto nel Donbass cresce la tensione in vista dell’appuntamento elettorale di domenica 2 novembre, quando i cittadini delle roccaforti separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk si recheranno alle urne per eleggere i membri dei rispettivi parlamenti e i presidenti delle repubbliche autoproclamate.

 La vigilia del voto non promette nulla di buono. Il presidente ucraino Petro Poroshenko, che pure aveva riconosciuto uno status speciale alle due regioni, ha detto che non accetterà l’esito delle elezioni, in linea con quanto già annunciato dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. E anche su questo fronte, lo scontro con Mosca appare inevitabile. Al termine del voto, il Donbass (la regione dell’est Ucraina) rischia pertanto di essere ancor più destabilizzato. Dall’accordo firmato per il cessate il fuoco firmato a Minsk a inizio settembre in quest’area i combattimenti tra forze governative e ribelli, seppur a intermittenza, non si sono infatti mai fermati. Le vittime della guerra ad oggi sono più di 3.700, 9mila i feriti, oltre 800mila gli sfollati. Numeri inquietanti, di fronte ai quali le parti non sembrano intenzionate a fare un passo avanti.

Gli altri fronti caldi
Oltre che nel Donbass, il confronto tra Mosca e il blocco occidentale prosegue anche su altri fronti. Negli ultimi giorni, minacce di crisi sono state lanciate a più riprese. Prima l’avvistamento di un sottomarino russo a largo delle acque svedesi, poi il gruppo di caccia russi intercettati nello spazio aereo europeo sopra il Mar Nero, il Mar Baltico, il Mare del Nord e l’Oceano Atlantico, infine la disputa sulla consegna della due navi Mistral da parte di Parigi alla marina russa.

Tante accuse, pochi fatti e il sospetto della propaganda, con Mosca che anzi si è presa il lusso di prestare soccorso ai sei astronauti che vivono nella Stazione Spaziale Internazionale, rimasti senza viveri dopo l’esplosione del razzo della Orbital Science, deflagrato sei secondi dopo il lancio effettuato nella base NASA di Wallops Island, in Virginia. Ma non erano in vigore le sanzioni nei confronti della Russia?

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