Pulitzer: un premio da anni'70
Il Washington Post (Getty Imagines / Nicholas Kamm)
Pulitzer: un premio da anni'70
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Pulitzer: un premio da anni'70

Premiati il Washington Post e il The Guardian per i reportage sul Datagate e le rivelazioni di Edward Snowden. Quando la stampa controlla il potere

La soddisfazione maggiore (forse) è stata nel leggere la motivazione. Il board del Pulitzer ha citato espressamente il premio dato nel 1972 al New York Times per la pubblicazione delle Carte del Pentagono, uno degli avvenimenti che hanno fatto la storia del giornalismo statunitense e mondiale.

Daniel Ellsberg era un'analista della Rand Corporation, un centro studi che collaborava con il Dipartimento della Difesa. Rubò una storia classificata e segreta della guerra del Vietnam e passò tutta la documentazione al New York Times che iniziò a pubblicarli a puntate. L'amministrazione Nixon ordinò di fermarsi. Per bypassare il blocco, Ellsberg allora iniziò a dare le carte anche al Washington Post e ad altre testate. Alla fine, anche il NYT tornò a metterli in pagina dopo aver vinto la causa contro il governo degli Stati Uniti. La Corte Suprema stabilì che l'amministrazione non aveva alcun diritto a vietare la loro pubblicazione.

Un epocale precedente era stato creato. La libertà di stampa era salva. Il potere non poteva impedire al cittadino di rimanere all'oscuro delle sue attività, anche le più imbarazzanti. La vicenda dei Pentagon Papers aveva insegnato che i giornalisti avevano il diritto-dovere di dare le notizie che riguardavano l'intera opinione pubblica e che nessuno autorità poteva impedirlo.

La lezione è stata ricordata quaranta anni dopo, con lo scoppio del Datagate e le rivelazioni di Edward Snowden. Il Premio Pulitzer non viene assegnato ai singoli giornalisti, ma alle testate. La sezione americana del Guardian e il Washington Post se lo sono meritato per aver svelato il più grave scandalo degli ultimi anni che riguarda la trasparenza del rapporto tra governati e governanti.

Era il 5 giugno del 2013 quando il Guardian pubblicava l'intervista a Edward Snowden, l'ex analista della Nsa che iniziava così a spiegare come funziona(va) il sistema di sorveglianza, spionaggio e controllo del governo degli Usa, sia dentro gli Stati Uniti, sia all'estero, compreso leader di paesi alleati. L'autore dello scoop era Glenn Greenwald, diventato ormai un uomo-simbolo del giornalismo investigativo mondiale, insieme a Barton Gellman del Washington Post e a Ewen MacAskill del Guardian, oltre alla filmmaker e giornalista Laura Poitras che ha lavorato con ambedue le testate.

ll direttore del NewYorker, David Remnick, ha così commentato: ''Questo premio e' la sintesi piu' alta, di cos'e' il giornalismo di qualita' e di cos'e' il servizio pubblico del giornalismo''. La sua assegnazione non era scontata. Tanti i risvolti politici. E poi, troppo controversa la figura di Snowden. Negli Usa il dibattito ancora ferve sul suo ruolo: c'è chi lo considera un eroe, un paladino della libertà di stampa, e c'è, invece, chi crede che sia un semplice traditore, venduto alla Cina e alla Russia.

Il board del Premio Pulitzer non ha avuto esitazioni. Così come nel 1972 diede uno schiaffo a Richard Nixon, nel 2014 non ha avuto il timore di tirarlo (oggettivamente) anche a Barack Obama. Il messaggio è chiaro: il potere cambia volto, ma il ruolo del giornalista come vedetta (dell'opinione pubblica) non deve mutare. E'la stampa, baby. Almeno negli Usa.

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