Michele Serra ha scoperto il bello della privacy
ANSA/Tonino Di Marco
Michele Serra ha scoperto il bello della privacy
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Michele Serra ha scoperto il bello della privacy

Per la seconda volta in un mese il giornalista della «Repubblica» scrive contro l'uso indiscriminato delle intercettazioni e a favore della riservatezza della corrispondenza. Che cosa gli starà succedendo?

Michele Serra comincia a stupire: e davvero. Oggi, nella sua rubrica "L'Amaca", sulla Repubblica, Serra si esprime contro la scorretta pubblicità data dal deputato grillino Luigi Di Maio allo scambio di messaggi privati che ieri lo stesso Di Maio aveva avuto con il premier Matteo Renzi. Scrive Serra: «Se questa è trasparenza, tanto vale abolire la privacy. Perché niente è più scorretto e più vigliacco che rubare le opinioni private per poi renderle pubbliche». E aggiunge: «Forse il deputato Di Maio gradirebbe che ogni sua ciancia di corridoio o di birreria uscisse sui giornali?».

Vale a dire che Serra, in passato così vicino ideologicamente agli alfieri della trasparenza-a-ogni-costo e a quei fanatici che nelle piazze gridano «intercettateci tutti», oggi ha cambiato idea. Ha scoperto il diritto alla riservatezza, al rispetto delle garanzie individuali, a quell'insieme di regole e diritti fondamentali che la sinistra italiana (oggi purtroppo immemore delle sue gloriose tradizioni) aveva contribuito ad accumulare sotto al titolo «garanzie» e «garantismo»

Con il suo scritto di oggi, Serra stupisce davvero. Ma la sua presa di posizione fa il paio con un'altra "Amaca", forse ancor più sorprendente, pubblicata il 17 gennaio. Il tema, un mese fa, era stato «le intercettazioni». Scriveva Serra: «Le volte che mi capita di leggere, superando un certo fastidio, le intercettazioni telefoniche di questo o quel potente, ne ricavo la sensazione che non si tratti, come dire, di un “prodotto finito”, ma di materia bruta che per essere capita deve essere studiata, interpretata, verificata, incrociata con altri dati. Materiale buono per il lavoro degli inquirenti, dunque; o da maneggiare con estrema cura e delicatezza ove se ne voglia fare uso mediatico. Sappiamo che così non è».

Sorprendente e anomalo, no? Eppure in quella "Amaca" Serra aggiungeva, scrivendo delle intercettazioni (appena pubblicate) di una conversazione dell'ex ministro Nunzia De Girolamo (Sanità): «La mera trascrizione delle sue telefonate, per me normale lettore di giornali e spettatore di telegiornali, significa assai poco. Può indurmi, al massimo, a sommari giudizi sulla volgarità del suo gergo, dei quali però mi pento non appena faccio mente locale su quello che, al telefono, esce dalla mia bocca e da quella dei miei amici».

Concludeva il neogarantista Serra: «Non è possibile mettere la mordacchia ai media, ma sarebbe carino che i media riflettessero, nei ritagli di tempo, sull’uso spesso indiscriminato e violento che si fa delle intercettazioni. L’idea che il quarto e il quinto potere abbiano licenza di pubblicare qualunque cosa fa parte delle tante presunzioni castali di questo Paese».

Ecco: forse Serra poteva (e ancora potrebbe) provare a porre con forza quella stessa questione ai suoi colleghi di Repubblica. O a quelli che nelle piazze vanno gridando lo slogan fascistoide «intercettateci tutti»: poveri, confusi aderenti di quel popolo paragrillino che per anni è stato titillato, sobillato, aizzato proprio da Repubblica e dalle sue campagne contro ogni tipo di regolamentazione delle intercettazioni, del loro uso violento, indiscriminato e devastante.

Comunque, la resipiscenza è un bene. C'è di che esserne felici: complimenti a Michele, e un caldo benvenuto tra noi che ci ostiniamo a considerare la gogna un orribile strumento mediavele.

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