Primo Maggio e 25 Aprile: ma è ancora festa?

Momenti di patriottismo per altri soltanto ponte. E c'è chi pensa di abolirle

La polizia fronteggia i manifestanti al concerto del primo maggio a Napoli (Credits: ANSA / CIRO FUSCO)

Carmelo Caruso

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E poi è subito 2 maggio. E prima ancora era stato il 26 aprile. Portate via dal giorno successivo, affievolite dalle proteste che non mancano (A Napoli quest’anno con evento sospeso). 25 Aprile e 1 maggio, celebrazioni con appendice musicale “segnato dal tempo”, ha avuto modo di dire perfino Susanna Camusso, segretario della Cgil, tanto da far ipotizzare la fine di quello che è divenuto la foto del primo maggio ovvero il concertone di piazza San Giovanni.

Feste, certo e già lo storico Mario Isnenghi sottolinenava come non ci sia festa il cui fine non sia la creazione di una memoria condivisa, strumenti per costruire una nazione. Forse.

Divenute un lungo “ponte” per alcuni, a vedere le piazze sempre meno affollate, per altri un braccio di ferro sempre più vinto dalle catene commerciali che ne hanno fatto una crociata del lavoro senza attenuanti. Serrare le saracinesche o tenerle aperte? A Firenze un anno fa fu protesta condivisa perché fosse festa di tutti, ma peggio provò a fare Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia, quando si disse pronto ad abolirle o meglio “a spostarle” alle domeniche tutte quelle feste repubblicane che compongono il calendario laico di un paese: 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno, provocando la solita polemica tra abolizionisti e antiabolizionisti.

Rientrò subito dopo le proteste di storici e dell’Anpi con la benedizione del nostro presidente. Del resto l’idea di abolire le feste era passata in mente anche a Giulio Andreotti che abolì nel 1976 addirittura l’Epifania poi reintrodotta da Bettino Craxi, ma l’abolizione del primo maggio la realizzò solo Benito Mussolini che nel 1925 volle sopprimere la festa dei lavoratori che nel frattempo erano stati trasformati in cocci delle “corporazioni”, il compromesso storico inventato dal duce tra padroni e operai.

Polemica stantia, salvo registrare, come appunto la Camusso, un qualcosa che sa di logoro e non per il simbolo quanto per la contingenza. «Il concerto del Primo Maggio vuole parlare ai giovani con un linguaggio che ci permette di interloquire con loro. Il prossimo è il 25simo. Tutte le cose sono segnate dal tempo». E ha precisato: «Bisogna fare una riflessione ma non voglio dire comunque che questo sia l'ultimo».

“Magari andrebbe ripensata con nuove formule, ciò non toglie che queste siano e rimangono feste di tutti – convinto risponde il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia che proprio nel 2006 decise di aprire le porte dell’associazione - prima eravamo solo partigiani, adesso anche i giovani vengono ad iscriversi. E’ stato un modo per rigenerare. Proprio per questo credo che il concerto non bisogna eliminarlo, rimane un modo per fare uscire dall’isolamento i giovani. E’ il classico momento d’incontro. Poi è inevitabile che una festa come il Primo Maggio abbia subito dei contraccolpi a causa della crisi”

Un riflusso che addolora per primi i padri della Repubblica, quei Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano che di fatto si sono “inventati” la festa del 2 giugno togliendole quella patina di retorica e parata per riconsegnarla alla memoria degli italiani come battesimo e genetliaco della Repubblica.

Notizia vuole che il presidente abbia deciso di celebrare per quest’ anno un 2 giugno “sobrio” senza ricevimenti con i diplomatici e c’è chi come Sel di Nichi Vendola auspica la sospensione della parata, ecco. Del resto ci sono date che s’iscrivono e che devono farsi stele dice la storica dell’arte Antonella Sbrilli ricordando l’uso che il pittore Jacques Louis David ne fece nel suo “La Morte di Marat”, attraverso quella data che si legge nel testamento del giacobino il quadro si fa monumento annotò lo scrittore Michael Butor.

E credere che ci avrebbero unito anche se così non sembrerebbe, almeno a leggere quanto accaduto ieri a Napoli, alla Città della Scienza, da poco incendiata. Tafferugli tra Cobas e sindacati, insomma frazionismo sindacale con i Cobas che gridavano: “Non c’è niente da festeggiare”. Sicuri? Proprio anni fa su questo stesso giornale lanciava la sua provocazione Paolo Guzzanti premettendo l’accusa a cui sarebbe andato incontro: “Lo so mi tacceranno di revisionismo”. Eppure era proprio quel polemista di Guzzanti stroncandolo a ricordare un primo maggio che oggi sa di sbiadito: “Grumi di memorie inconfessate, se non Spartaco Polizza da Volpedo, almeno le cariche della Celere di Mario Scelba o l’eco dei bambini minatori e di David Copperfield. Quel che non va è proprio la retorica di un mondo morto e non ci sono ingaggi di musica sotto il palco che possono dare vita a ciò che è morto”.

La pioggia ieri ha fatto il resto e se si aggiunge il contro concertone (brutto definirlo così) organizzato a Taranto da David Riondino, il più noto commissario Montalbano giovane, le somme si tirano da sé, piazze divise e il pericolo di un deja vu che sa di stanchezza e scoramento.

Di solito è questo il destino di qualsiasi data e il poeta Valerio Magrelli ne ha cantato in una sua poesia la caducità: “Luce di stella morta/ giunta da un trapasso presente/ il suo oggi è lo ieri/luce salma/ memoria di un oltretomba quotidiano”.

Che sia colpa dell’impossibilità di allungare le date? Probabile, visto che ogni celebrazione è destinata a finire troppo presto, allungarle è soltanto un desiderio che l’incedere quotidiano ha impedito. Sarà per questo che nel testo irridente di Elio e le Storie Tese “Il complesso del primo maggio”, gioco satirico di controinformazione sui clichè della festa, la voce di Eugenio Finardi subentra a ricordare una verità: “Il primo maggio è fatto di gioia, ma anche di noia…”. Nel frattempo è già tre maggio, meno un mese al due giugno…

(Twitter:  @carusocarmelo)

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