Io, messa in cella (e quasi al muro) per una prova inesistente
Io, messa in cella (e quasi al muro) per una prova inesistente
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Io, messa in cella (e quasi al muro) per una prova inesistente

Chiara Baratteri è stata arrestata con l'accusa di avere derubato un’anziana, fingendosi postina. Ma per cinque giorni nessuno la interroga, né verifica le prove a discolpa. E la gogna dei giornali fa il resto. Innocente e scarcerata

Sono le 5.30 del mattino. Chiara Baratteri, 35 anni, dorme ancora; nella stanza accanto riposa il figlio Jodie, di 14. La donna si sveglia di soprassalto perché il campanello rompe all’improvviso il silenzio della casa. Apre la porta e si trova di fronte i carabinieri che la ammanettano. Il figlio assiste alla scena. «Ero circondata da uomini in divisa» racconta Chiara a Panorama. «Voltandomi, per un attimo ho scorto lo sguardo di Jodie, che tremava. È lì che sono morta di dolore».

È l’11 ottobre 2007. Chiara Baratteri vive a Niella Tanaro, nel Cuneese, a pochi chilometri dall’abitazione dei genitori. Lavora come cameriera al caffè Le Olle, lungo la statale 28 tra San Michele Mondovì e Vicoforte. I carabinieri la trascinano nella loro auto, con il lampeggiante acceso. «Mi sembrava di vivere un incubo e non riuscivo a svegliarmi». Dalla caserma di Mondovì Chiara viene portata nel carcere di Cuneo, dove trascorre cinque interminabili giorni.

All’indomani dell’arresto il nome Baratteri compare sulla stampa, non solo locale, accanto a quello di una serie di pregiudicati e di nomadi di etnia sinti che, come lei e assieme a lei, sono stati arrestati. Tutti sono in cella a Cuneo su ordine del Tribunale di Savona, con l’accusa di furto aggravato e sostituzione di persona.

L’inchiesta era partita qualche mese prima. Tra l’ottobre 2006 e il settembre 2007, in 23 comuni del Savonese erano stati compiuti 62 furti. Identico il modus operandi: il bersaglio preferito dalla banda di malfattori, che si camuffano da carabinieri, assistenti sociali, ispettori dell’Inps e impiegati comunali, erano stati anziani adescati per strada o in casa, allo scopo di sottrarre loro contanti e oggetti preziosi. Chiara, in particolare, viene accusata di essersi introdotta il 26 ottobre 2006 nella casa di una signora di Carcare: era con un complice, si sarebbe finta una postina. In quel caso il furto era stato sventato grazie all’arrivo imprevisto della nuora della malcapitata, che aveva messo in fuga i due truffatori. Secondo il sostituto procuratore Alessandro Bogliolo, che coordina l’inchiesta, uno dei due era proprio Chiara.

Sembra inchiodarla il riconoscimento effettuato dalla vittima, che tra le foto mostrate dagli inquirenti individua in lei la falsa postina.  E qui l’inchiesta si riempie di dubbi e di buchi neri. Perché Chiara è incensurata, mai sfiorata dalla minima indagine. Perché, allora, la sua foto finisce nelle mani dei carabinieri? Con un’anomalia in più: a differenza degli altri indagati, quella di Chiara non è una foto segnaletica, proprio perché non ha mai avuto problemi con la giustizia. Si tratta della foto della sua carta d’identità. Non ci sono spiegazioni: Carcare è a pochi chilometri dal posto dove lavora, è un luogo che Chiara frequenta, ma questo non basta certo a farla sospettare.

L’equivoco viene risolto solo dopo cinque giorni dall’arresto. Ma bastano poche ore all’avvocato Mario Almondo per produrre le prove che scagionano in maniera incontrovertibile la sua cliente. I registri del bar e la testimonianza del datore di lavoro dimostrano che il 26 ottobre 2006 Chiara si trovava, come ogni giovedì, dietro il bancone del caffè Le Olle. Inoltre, anche la cosiddetta «individuazione fotografica» non regge: la ricostruzione delle due testimoni, alla fine, non corrisponde alle fattezze fisiche di Chiara. E anche secondo la nuora dell’anziana, che ha consentito di sventare il furto, la portalettere non è lei. Insomma, gli inquirenti hanno preso un granchio. Bisogna però attendere cinque giorni prima che si tenga finalmente l’interrogatorio di garanzia davanti al giudice delle indagini preliminari di Savona, Emilio Fois, che firma l’ordinanza di scarcerazione.

Il padre di Chiara ricorda bene il giorno della liberazione: «Quando è tornata a casa, mia figlia era cambiata, irriconoscibile. Quello che ha passato in quei giorni le ha fatto molto male. Chissà quanti hanno pensato che, visto che l’avevano arrestata, in fondo doveva pur aver combinato qualcosa». Nella preoccupazione paterna c’è la consapevolezza che il carcere sia comunque un pesante stigma sociale; che si sia colpevoli o innocenti, conta poco.
Il sito www.errorigiudiziari.com è stato il primo a denunciare l’assurdità di una vicenda che si poteva e si doveva evitare. Assistita dall’avvocato Gabriella Turco, Chiara è poi riuscita a ottenere un indennizzo per i «danni all’integrità psicofisica, patrimoniali, d’immagine e morali» patiti. Danni che, se si fosse usata più diligenza, non sarebbero stati causati. Il 1° marzo 2012 la terza sezione penale della Corte d’appello di Genova, presieduta da Paolo Galizia, ha accolto la domanda di indennizzo per ingiusta detenzione. La cifra riconosciuta? In tutto, 6.180 euro.

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